sabato 12 gennaio 2013 redazione@sora24.it

13 GENNAIO 1915: Ricordiamoci di ricordare… (di Gianluca Gabrielli)

Per gentile concessione dell’autore Gianluca Gabrielli, nella ricorrenza del terremoto del 13 gennaio 1915, vi proponiamo il contributo che racconta le vicende che interessarono tutto il territorio della Marsica, e che videro la città di Sora particolarmente colpita.

Questo mese ricorre il 98° anniversario di uno dei più tremendi eventi sismici che l’Italia ricordi: il terremoto della Marsica del 1915, che colpì pesantemente anche Sora: sui testi di storia cittadina la data è ricordata come una delle più tristi pagine del suo recente passato.[1]

Non è molto distante da noi, nel tempo e nello spazio, un altro disastroso sisma, quello che rase al suolo l’Aquila il 6 aprile 2009 e, ancora più vicina all’oggi, la tragedia che ha paralizzato il Giappone l’11 marzo del 2011,[2] ma questi eventi sono stati filmati e fotografati e nell’età di Internet, di YouTube, dei social network, e resteranno indelebili, per sempre, negli archivi della nuova memoria globale. Non possiamo fingere che non esistano. A provocare il raccapriccio che ci stringe, è la documentazione dell’atto, sono la sua visibilità e le immagini: è stata la sequenza dei jet che penetrano nelle Torri Gemelle e il loro collasso in diretta che ha reso, e renderà per sempre, incancellabile l’11 settembre.

Dunque, un evento che ha segnato così profondamente la vita dei nostri nonni, dei nostri padri, dovrebbe essere in noi, insito nei geni, essere sentito presente, eppure, a parte l’interesse storico e l’analisi dei non trascurabili nodi urbanistici rimasti ancora in parte da chiarire, pare che i Sorani non sentano alcun bisogno di tornare con il pensiero a questa sciagura, così lontana nelle menti e nel tempo che (giovani e non più giovani) quasi non hanno sentito parlare di quel funesto 13 gennaio.

Si ricorda sempre la rovina degli edifici che abbellivano la “piccola Roma” (così i Sorani, orgogliosi, definivano la propria città)[3], ma della sofferenza della popolazione colpita dalla Natura in quel rigido inverno, non è rimasto altro che qualche articolo di giornale, spesso difficile da reperire. Leggere resoconti di orrore, racconti e testimonianza da un popolo o da una città riportati allo stato di natura, è forse più asettico, perché frammette tra noi e la realtà la mediazione del narratore, per efficace che sia la sua narrazione. Ma, in questo caso, è l’unico modo per ricordare.

Ricordare “il frastuono di voci, di urla di pianti che si accavallavano l’uno all’altro, in forma sempre più convulsa”[4], dopo le 7.53[5] di quel triste mattino: facce senza più colore, piene di terrore e di angoscia mentre la polvere avvolge tutto. Ripercorrere la vicenda personale di chi non aveva più niente, in “un misto di dolore, di fame e di miseria che strazia l’anima: uomini e donne che piangono, supplicando; ragazzi che attendono da mangiare da ieri e non hanno nulla”.[6] Rivedere lo spettacolo commovente di “uomini, donne e bambini, senza casa, senza pane, senza soccorsi che piangono un pianto ritmico e straziante”.[7] Rivivere la sofferenza dei feriti, sul cui vòlto “traspare il terrore e lo sbalordimento di quelli che non sanno che sia avvenuto, dove si trovino, quale sia il domani”.[8] Recuperare la memoria di “una coppia di sposi che procede portando un fagotto di biancheria e di abiti: tutto quel che resta di una casa” e di “ un vecchio silenzioso e immobile con un bambino sulle ginocchia: tutto quel che resta di una famiglia”[9].

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Cartoline dall’abisso, affiorate dalle crepe aperte nelle case dal terremoto, come nei film horror, emergono in tutta la loro tremenda realtà: “tre dita che escono fuori da un grosso masso” che copre il corpo di una ragazza la quale, nonostante gli sforzi dei primi soccorritori, non potè essere salvata.[10] Nel cimitero, “in parecchi punti la terra appare ferita da tagli regolari lunghi qualche metro, dai quali fluiscono tranquillamente, in larghe volute, vapori bianchicci ed acri, con forte sentore di zolfo”;[11] altrove “una povera donna, era stata messa in un piccolo carro funebre, ed una figlioletta le baciava piangendo i piedi nudi, che uscivano di fuori.”[12] In tutta la città “le vittime del terremoto di umano non hanno quasi nulla: si direbbero cenci travolti dai rottami, rifiuti, fantocci senza esistenza, e sono tutte assottigliate, rimpicciolite per effetto dell’enorme peso che ha gravato a lungo su di esse.”.[13] E ancora, “ vi sono anche dei dementi infelici ai quali la catastrofe ha sconvolto il cervello” che “vagano solitari con voci e pianti e risa simili a torvi fantasmi della sventura comune, fantasmi in carne e ossa.”.[14] Al cronista appaiono “ teste schiacciate orrendamente da cui il sangue e il cervello colano a filetti lentissimi, spaventose caverne sfondate nel petto e nei fianchi, mani terrose e adunche tese a stringer forse in un ultimo sforzo la vita che sfuggiva…”[15].

Ed emergono, nel mezzo di questa bufera dantesca, la lucidità, l’abnegazione e lo spirito di sacrificio di quanti organizzarono i primi soccorsi: Carmine Leone, che raccolse e guidò con l’esempio i primi volontari in Piazza S. Restituta;[16] i sei Padri Passionisti, che tra i primi accorsero in città rendendosi conto del disastro;[17] Beniamino Terenzi, il telegrafista che si adoperò infaticabile, assieme alla consorte Leonilde La Posta, per ripristinare le comunicazioni interrotte e morì, poco dopo, per il freddo e i patimenti affrontati[18].

Non esistono fotografie o filmati che ci documentino a colori e in buona definizione quello che accadde, non c’erano telefonini con videocamera per riprendere quanto sia sottile, e fragile, la membrana che separa la serenità dalla sofferenza. Ci restano solo delle parole, in tutta la loro insopportabilità, che bussano alle nostre porte: facciamole entrare, una volta all’anno, e ricordiamoci di ricordare.

Gianluca Gabrielli

Le foto sono tratte da E. M. Beranger, “L’opera di soccorso nella Valle Roveto e nella media Valle del Liri”, in S. Castanetto–F. Galadini (a cura di), 13 gennaio 1915. Il terremoto della Marsica, Roma 1999, p. 109. L’articolo è stato pubblicato per la prima volta in (Vita Ciociara, Anno VIII, n. 1-2, gen.-feb. 2012, alle pagine 16-17 )

Note
[1] Cfr. sull’argomento: E.M. Beranger-M. Ferracuti-L. Gulia, Sora. Itinerari d’arte e di cultura. Luoghi, Roma 1990, pp. 59-60; M. Rizzello, Paesi d’Italia. Sora, Gaeta-Formia 1992, p. 70 e, soprattutto, E. M. Beranger, “L’opera di soccorso nella Valle Roveto e nella media Valle del Liri”, “Il patrimonio storico artistico della Valle Roveto e della media Valle del Liri all’indomani del sisma del 13 gennaio 1915” e“Alcune considerazioni sulla ricostruzione post-terremoto nella città di Sora”, in S. Castanetto–F. Galadini (a cura di), 13 gennaio 1915. Il terremoto della Marsica, Agenzia di Protezione Civile-Servizio Sismico Nazionale, Roma 1999, rispettivamente alle pp. 105-118,  459-476, 549-565[2] G. Gabrielli, “Il destino del Giappone: l’abitudine al dolore”, in Vita Ciociara,7 (2011), fasc. 4 (apr.), p. 9.

[3] A. Mango, “Le tragiche condizioni di Sora. La ‘piccola Roma’”, in La Tribuna, 16 gennaio 1915, p. 3, in V. Paniccia (a cura di), Il terremoto del ’15. Sora nei giornali di allora, Sora 1990, p. 39.

[4] M.R. Gulia, Un fiume di ricordi… nwel mormorio del Liri, Cassino-Formia 2010, p. 23.

[5] G. Alfani, “Il comunicato dell’osservatorio ximeniano”, in La Nazione, 13-14 gennaio 1915, p. 1, in V. Paniccia (a cura di), Il terremoto del ’15…, cit., p. 14.

[6] E.L., Corriere della Sera, 15 gennaio 1915, p. 2, in Ivi, p. 28.

[7] A. Proia, “Tra le rovine di Sora. Verso la visione della morte”, in Ossevatore Romano, 16 gennaio 1915, p. 1, in Ivi, p. 36.

[8] S.i.a., “L’arrivo a Caserta di 53 feriti”, in Corriere di Napoli, 16-17 gennaio 1915, p. 1, in Ivi, p. 55.

[9] G. Cabasino-Renda, “Nelle terre della Campania distrutta. La superba serenità della popolazione e la eroica bontà dell’esercito”, in Il Giornale d’Italia, 17 gennaio 1915, p. 1, in Ivi, p. 65.

[10] E.L., cit., in Ivi, p. 30.

[11] A. Mango, “Le tragiche condizioni…”, cit., in Ivi, p. 42.

[12] F. Tonetti, “La nobile Sora semidistrutta”, in Il Giornale d’Italia, 16 gennaio 1915, p. 2, in Ivi, p. 48.

[13] M. Sobrero, “Le dissimulate rovine di quella che fu la città di Sora. Uno spettacolo ingannevole – I drammatici salvataggi – La visita del Re”, in La Gazzetta del Popolo, 17 gennaio 1915, p. 1, in Ivi, p. 70.

[14] Ibidem, in Ivi, p. 71.

[15] A. Scarfoglio, “La morte di Sora – Lungo la Valle del Liri – Notte sulle macerie”, in Il Mattino, 18-19 gennaio 1915, p. 1, in Ivi, p. 85.

[16] E.L., cit., in Ivi, p. 29 e nota 1 e p. 30; F. Tonetti, “La nobile Sora…”, cit., in Ivi, p. 49; Ivi, p. 99.

[17] E.L., cit., in Ivi, p. 29.

[18] Ivi, p. 99; E. M. Beranger, “Il terremoto del 1915 a Sora”, in Lazio ieri e oggi, XXVII, fasc. 1, Roma 1991, p. 16 e p. 17 nota 5; P. Margiotta, Toponomastica Sorana. Curiosità statistiche e storiche, Casamari 1996, p. 277.

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