9 luglio 2013 redazione@sora24.it
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BUONE VISIONI (di Aaron Ariotti) – Il Cinema in TV martedì 09 luglio

Martedì 9 luglio sembra una di quelle giornate in cui ti accorgi che il frigo è completamente vuoto, allora vai al supermercato a fare la spesa senza nemmeno una lista perché tanto sai che manca tutto, e non appena rientri e cominci a svuotare le buste ti accorgi che hai esagerato e che il frigorifero non riesce a contenere l’enorme quantità di cibo che hai riportato a casa. E così dopo un lunedì asfittico, cinematograficamente parlando, l’offerta del martedì pare a dir poco sontuosa. C’è un film a cui tengo particolarmente e di cui parlerò in maniera approfondita in chiusura d’articolo. Gli altri mi limiterò a segnalarveli. Se vi fidate, bene; se non vi fidate, sono fatti vostri.

Si comincia alle 7,10 su Rai Movie con “L’imperatrice Caterina” (1934), ancora Von Sternberg, ancora Marlene Dietrich. A seguire, sempre su Rai Movie, “La dalia azzurra” (1946) bel giallo con Alan Ladd e Veronica Lake. Alle 21,10 su LA7 D, “Se mi lasci ti cancello” (2004), film che ha segnato un’epoca e che fortunatamente è ricordato più col suo titolo originale (“Eternal Sunshine of Spotless Mind”) che non con il ridicolo, idiota, irrispettoso titolo italiano. Regia del visionario Michel Gondry, Oscar per la sceneggiatura a Charlie Kauffman, interpretazione splendida di Jim Carrey e Kate Winslet. Film bellissimo e inquietante. Alla stessa ora (purtroppo), su 7 GOLD c’è “Bronco Billy” (1980), opera minore della filmografia di Clint Eastwood, ma non per questo poco degna di considerazione. Alle 23,20 su Rai4, “Blood simple – Sangue facile” (1984), noir intricato e stilosissimo, esordio fulminante dei fratelli Coen. Alle 4,30 su Rai Movie, “La notte brava del soldato Jonathan” (1971), uno dei più bei film di Don Siegel, tra l’altro uno dei pochi in cui il personaggio interpretato da Clint Easwood muore. Lo so che non si svelano i finali, ma il film è bello a prescindere, anche se sapete già come va a finire.

Il film di cui volevo parlare più ampiamente va in onda su Iris alle 2.26. Si tratta di “Ultimo domicilio conosciuto”. È un poliziesco francese del 1969, diretto da José Giovanni. Il suo vero nome era Joseph Damiani e la sua biografia sembra essere già la trama di un film: “classe 1923, origine corsa, Giovanni è un duro d’altri tempi, che partecipa prima alla resistenza antinazista, e poi, dopo la liberazione, entra in una gang e prende a bazzicare il milieu di Pigalle, a Parigi. Ma le cose non girano a dovere. Tre uomini della banda, tra cui il fratello maggiore di José, vengono uccisi. Il codice d’onore prevede la vendetta, ma le sbarre sono dietro l’angolo. Giovanni viene arrestato e condannato a morte, nonostante non si fosse mai macchiato d’omicidio. Il Presidente gli concede la grazia con commutazione della pena in vent’anni di lavori forzati. Un ulteriore sconto e nel 1956 Giovanni è fuori. Saldato il debito con la società, rimane ancora aperto il conto con la “mala”. Giovanni è atteso dagli assassini del fratello, un’agguerrita gang di Nizza. Ma, grazie alla mediazione di un vecchio boss, Jo Attia, ha salva la vita.” Dopo un’intensa attività di romanziere (fu scoperto da Camus) cominciò a lavorare nel cinema, e negli ultimi anni della sua vita intraprese un cammino di redenzione personale che lo portò al tentativo di rieducare galeotti e assassini. Una parabola notevole, insomma. Come notevole è questo film, dove il personaggio del poliziotto solo al mondo, cinico, disilluso, non sfocia nemmeno per un istante nel manierismo di genere. Il commissario Leonetti (l’immenso Lino Ventura), ormai prossimo alla pensione, per i suoi meriti sul campo ha ottenuto la Legion d’Onore ma la tiene chiusa in un cassetto. “Me l’hanno data per lo stesso motivo per cui mi hanno silurato”, dice alla sua giovane collega Jeanne (Marlène Jobert), in una delle rare aperture che si concede. Messo ai margini dai suoi superiori per aver pestato i piedi ad un personaggio influente, gli viene affidato uno strano compito: rintracciare un uomo di cui non si hanno più notizie da cinque anni e che deve testimoniare in un processo contro un esponente della mala. Con l’aiuto della sua assistente, Leonetti riesce a ritrovare lo scomparso. Ma la mala non perdona e il poveretto viene assassinato sotto gli occhi della sua bambina, dopo che la Polizia inspiegabilmente (ma forse neanche tanto) si è rifiutata di dargli protezione. Leonetti non può che assistere all’epilogo ineluttabile della storia. Jeanne, che è ancora dotata di entusiasmo e di valori in cui crede di poter credere, cerca di spronarlo, ma è tutto inutile. Per il vecchio commissario non ci sono più ideali su cui fare affidamento. E se anche ci fossero, non se li potrebbe permettere. Sa che per lui è troppo tardi: la vita gli ha tolto tutto quello che poteva togliergli. Conosce il male, sa che nessuno ne è immune, perfino tra i suoi colleghi poliziotti. Sa che non si può sconfiggere. E allora fa una scelta, che è quella di abdicare. Ma non è vigliaccheria, la sua: è ferma volontà di non scendere a patti con l’ipocrisia che lo circonda. Combattere si può, ma fino a un certo punto. “La solitudine è una dolce abitudine”, cantava qualcuno. Qui invece di dolce non c’è proprio nulla. Il film è amarissimo. Come la vita, quella vera.

Buone visioni.

Aaron Ariotti

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