giovedì 13 agosto 2015 redazione@sora24.it

Ciao Cesidio!

Nessuno muore sulla terra...

“Ngegné…. Nen te scurdà chije uaglione…tè tre figlie…” Spuntava in genere verso le 8,30 dal Lungoliri e passava nella Piazza Baronio, la piazza della verdura… Da lontano lo riconoscevi, otto mesi all’anno con l’impermeabile, blu o verdino, con quel ciuffo di capelli nero corvino che molti gli invidiavano. L’andatura rapida, un po’ western, d’altronde lui amava leggere Tex. “Ngegné…. Iecche nen tenime l’acqua, uide chelle c’addè fa…” “Certo… ecco, vado su al Comune e vediamo, buongiorno, buongiorno…” Percorrevamo insieme via Fosca e poi si arrivava alla sede municipale.

Ho conosciuto veramente Cesidio Casinelli quando feci parte della sua amministrazione, dopo che mi nominò assessore alla cultura. Era politicamente formato con valori profondamente popolari e morali che gli derivavano da un’appartenenza a quel cattolicesimo militante che molto ha fatto per il popolo italiano! Non passava giorno senza che lo tormentassi, per mille faccende, su mille problematiche. E speravo ogni tanto di prenderlo in castagna. Passavamo ore a discutere su questo o quel provvedimento. Con Roberto De Donatis e Gabriella Paolacci eravamo considerati i suoi moschettieri e lui il capo indiscusso. Non eravamo assessori facili da gestire, ognuno con la sua esuberanza, io soprattutto con la mia sicumera. Ma lui il rispetto non lo chiedeva e non lo imponeva. Ti veniva naturale rispettarlo appena ne indagavi l’animo e subito dopo che ne apprezzavi le doti intellettuali e morali, la compostezza, la sobrietà. Certo la sua sobrietà. La semplicità con la quale argomentava su qualsiasi questione, dall’urbanistica, alla cultura, quella profonda, quella vera, ai problemi del commercio, alle sottigliezze formali e giuridiche nelle delibere.

Una persona fuori dal comune, quasi imbarazzante. Vicino a lui ti sentivi di stare dalla parte della ragione. Sempre. E da molti punti di vista, soprattutto da quello formale e morale. Bastava vederlo da lontano e ti accoglieva con quel sorriso così aperto, così fraterno. Era un piacere assistere alle sue conversazioni con i cittadini. Mai “elettoralmente opportunista”, sempre crudo, realista, per non ingenerare false speranze. Non era il tipo da pacca sulla spalla e …”poi vediamo”. Ti diceva le cose come stavano, con coraggio e con lealtà. “Oh Brù… siediti e leggiti ‘sta cosa”. Ci dava i compiti, ad ognuno per le proprie capacità.

All’ora di pranzo in genere, tornando dalla biblioteca, mi fermavo al “Palazzo Grande” e salivo per vedere se c’erano novità. Lo trovavo seduto su una di quelle poltrone di pelle marroni mentre leggeva atti amministrativi. “ Cesì… non vai a mangià? “No, no, come faccio? Vai tu, poi ci vediamo oggi”. Raccoglieva le idee in quei momenti di maggiore calma. Cinque anni dedicati completamente alla sua città, alla nostra Sora. E mentre ti allontanavi sentivi squillargli il telefonino, con la suoneria di Fabrizio De Andre.

Così era lui. Ti sorprendeva. Conservava nella sua eleganza naturale, nella signorilità profonda dei modi, nell’onestà granitica delle decisioni, un qualcosa di scanzonato, di goliardico, di giovanile che lo rendeva unico. Forse questa era la sua peculiarità più coinvolgente. Il perfetto equilibrio tra rigore formale e umana disponibilità. Tra onestà intellettuale e disponibilità alla mediazione, alla comprensione. Intransigente sulle questioni etiche, accogliente verso chi cercava di risolvere problemi quotidiani.

“Oh Brù… domani mettetevi d’accordo tu, Roberto e Gabriella, bisogna andare a quell’inaugurazione…” Non amava presenziare, non gli piaceva mettersi in mostra. Solo il lavoro, il continuo affrontare le delicate questioni che l’amministrazione richiedeva. Ho aspettato cinque anni per vederlo finalmente una mattina venirmi a trovare a “Cancéglie” con una camicia blu indossata fuori dai jeans sull’immancabile mocassino nero. Quasi restai scioccato da quella rivoluzionaria trasgressione e lo presi in giro rumorosamente. L’epiteto con il quale mi mise a zittire fu il classico: “…cchionaccio”.

Non voglio, in queste poche righe, elencare i suoi meriti amministrativi o politici. La serietà e la competenza con la quale ha affrontato questioni delicate per lo sviluppo di Sora sono evidenti. Quello che ci resterà di lui sarà un’eredità difficile, impossibile da gestire e risiede proprio in questa sua unica, inimitabile, irraggiungibile qualità, nell’armonia tra sentimento e ragione, che farà di lui per sempre un esempio, al di là delle convinzioni ideologiche, al di là delle convenienze politiche.

Un solo errore ha commesso e qualcosa anche io ho da rimproverargli. Ci ha lasciato troppo presto orfani di una presenza che nessuno potrà più rappresentare, lasciando un’intera collettività priva di una guida. E noi che lo abbiamo amato e che gli vorremo sempre bene saremo evidentemente più insicuri, meno certi delle nostre scelte e forse ricorderemo a noi stessi, come per la ricerca di un rassicurante rifugio, le sue parole, i suoi valori, il suo pensiero. Così come ricorderemo, per affrontare anche le quotidiane difficoltà non solo dell’amministrare, ma anche del semplice vivere, il suo luminoso e indimenticabile sorriso…

Bruno La Pietra

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