14 luglio 2011 redazione@sora24.it
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Daniel Johnston – Is And Always Was (Eternal Yip Eye, 2009)

Al di là della sua malattia mentale ciò che ci ha sempre intrigato di Daniel Johnston è la sua estrema facilità nel saper comporre delle splendide melodie. Motivi casalinghi, spesso raffazzonati e cantati in maniera davvero bislacca, ma così eternamente commoventi e trascinanti che nel corso degli anni hanno trovato il supporto e l’interessamento di una pletora di formazioni e musicisti come Sonic Youth, M. Ward, R.E.M., Kurt Cobain e Yo La Tengo (tanto per citarne alcuni). Sì, perché Daniel Johnston è un artista vero, noncurante del tempo, dell’immagine e del mondo che lo circonda, un personaggio talmente straordinario che non può che destare ammirazione soprattutto da parte di chi ogni giorno cerca di fare proprio quel concetto universale che noi tutti definiamo “arte”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=huCAB2llnIA

Nato nel 1961 in California (Sacramento) ma cresciuto nel Texas con un’educazione familiare cristiana all’insegna delle Sacre Scritture e una formazione culturale personale incentrata sui Fab Four, su Capitan America e sull’horror, il giovane Daniel manifesta da subito la sua complessità intellettiva e il suo fervore artistico attraverso il disegno e la musica. Vive a casa dei genitori, passando gran parte del tempo da solo, immerso nelle sue indomabili fantasie animate da i suoi amici demoni, in compagnia soltanto di una matita e di una chitarra acustica. I suoi esordi risalgono ai primi anni Ottanta e non sono altro che registrazioni domestiche ed estemporanee, basate essenzialmente su voce/chitarra/tastiere, le cui testimonianze possono essere rintracciate su un’interminabile quanto bizzarra produzione che inizia nel 1981 con Songs Of Pain e che prosegue poi con Don’t Be Scared (1982), The What Of Whom (1983), More Songs Of Pain (1983), Yip/Jump Music (1983) e tante altre ancora che non stiamo qui a elencare. Una lunga serie di incisioni che evidenziano la propensione melodica di un uomo pieno di incubi e di malinconie ma con l’animo puro di un bambino, capace, attraverso le sue canzoni a bassa fedeltà, di rasentare un umorismo torvo ma anche in grado di innamorarsi, benché il suo amore non venga corrisposto (si ascolti Laurie da Artistic Vice del 1991). Un percorso artistico che incontra, come dicevamo prima, il sostegno di tanti amici quali gli Okkervil River, Jad Fair (con il quale dà alle stampe It’s Spooky nel 1989 e The Lucky Sperms: Somewhat Humorous nel 2001), Jack Medicine (The Electric Ghosts, 2006) ma specialmente Mark Linkous (alias Sparklehorse) che produce e arrangia Fear Yourself (2003), una meraviglia di album che dona alle composizioni di Daniel Johnston una maggiore definizione sonora senza perdere però quell’aspetto naturalmente lo-fi che contraddistingue lo stile musicale del nostro cantautore. Un disco dannatamente emozionante che schiude una “seconda vita” all’eccentrico songwriter americano, dopo il tentativo di suicidio avvenuto sul finire degli anni Novanta (bella e commovente, tra l’altro, anche la foto dell’ultima di copertina che lo ritrae addormentato su una poltrona). Una rinascita che lo fa balzare agli onori della cronaca “underground” e che lo conduce alla realizzazione di molte altre interessanti produzioni (Freak Brain del 2005, Lost and Found del 2006 e The Angel and Daniel Johnston, un live uscito su dvd nel 2008) fino ad arrivare a quest’ultimo Is And Always Was datato 2009. Un lavoro diverso da quelli precedenti per via degli arrangiamenti che Jason Falkner (collaboratore di diverse band e musicisti come i Three O’Clock di Michael Quercio, i Jellyfish e Beck) è riuscito a imbastire su ciascun pezzo, consegnandoci un musicista quasi “classico” con canzoni pop rock ben strumentate, più o meno mainstream, che potrebbero far invidia al miglior Jeff Tweedy; basta ascoltare le accattivanti Mind Movies e Fake records of rock and roll, il remake di I had lost my mind (presa da Don’t Be Scared) oppure il pop caramelloso d’estrazione sixties di High horse e di Without You. Un suono ad alta fedeltà, dinamico e brillante, che in alcuni passaggi (Freedom e Is and always was) riesce a mantenere un approccio moderatamente indie, svelando tutto l’estro e la sregolatezza di un uomo fuori dal comune alla maniera di Syd Barrett o di Brian Wilson. Un artista folle e dalla genialità naif per cui vale la pena spendere qualche euro.

Luca D’Ambrosio — www.musicletter.it/lucadambrosio

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