25 aprile 2015 redazione@sora24.it
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Il terrorista arrestato a Sora aveva progettato un attacco al Vaticano e contribuito ad uccidere 100 uomini in Pakistan

Questa la ricostruzione della vicenda, che ha portato all’arresto di Zaheer Ul Haq, fatta dal quotidiano Ciociaria Editoriale Oggi, in un articolo a firma di Ermanno Amedei.

“Zaheer Ul Haq, è pakistano, ha 52 anni, ma vive a Sora da 15 anni. È lui, secondo gli investigatori della Digos di Sassari, il finanziatore, o meglio, uno dei maggiori finanziatori della cellula terroristica sgominata nel corso di una operazione che ieri ha portato all’arresto di ben 18 persone, tutte pakistane, e tutte sospettate di esse tra gli organizzatori di attentati terroristici alcuni riusciti, come quello in Pakistan nel 2009, e alcuni, per fortuna, sono progettati come quello a Roma nel 2010.

Chi è Zaheer Ul Haq
È una vicenda che toglie il sonno e il coperchio di uno stato di apparente tranquillità. Zaheer Ul Haq è un commerciante dall’aria mite, che espone e offre con garbo e sorrisi la propria merce sulle strade di Sora. Un’immagine completamente diversa dallo stereotipo del terrorista. Eppure dalla Sardegna, la Digos impegnata in 5 anni di indagine, ne è certa: quell’uomo ha contribuito ad uccidere 100 uomini in Pakistan nel tentativo di destabilizzare la politica del suo paese natio, e ha collaborato alla progettazione di un attentato in Italia nel 2010, probabilmente contro il Vaticano. La bancarella a Sora, evidentemente, era solamente una copertura. «È un pezzo di primo piano nella cellula» dichiara Marco Carta, dirigente della Digos di Sassari. Lo raggiungiamo telefonicamente e confessa che per portare a compimento questa operazione non dorme da 48 ore. «Zaheer Ul Haq, che tra l’altro ha diversi alias, finanziava la cellula grazie all’immigrazione clandestina. Lui era l’elemento collettore tra potenziali datori di lavoro che dietro compenso, stipulavano contratti fittizi a pakistani e afghani che necessitavano di un permesso di soggiorno». Operazioni che gli stranieri arrivano a pagare anche 6 o 7.000 euro e, buona parte di quei soldi, il quarantaduenne “sorano” li riversava, secondo gli investigatori, nella cassa della cellula terroristica che aveva sede ad Olbia.

L’inchiesta
Un’indagine che passa per ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali, ma che nasce dal fiuto di un cane poliziotto quando, proprio ad Olbia, nel 2009, un pastore tedesco addestrato a seguire tracce di esplosivo, fiuta una pista che porta ad un’auto. Non viene trovato esplosivo, ma sicuramente qualcosa e qualcuno che era stato a contatto con materiale esplodente. In quella circostanza, vengono individuate persone sospette, quasi tutti commercianti e titolari di bazar, ma anche guide religiose finite sotto la lente degli investigatori. Le intercettazioni, complicate dal fatto che gli indiziati parlassero solamente la lingua d’origine, hanno permesso di scoprire ciò che in queste ore ha portato all’arresto dei componenti di quella che è stata definita una cellula terroristica transnazionale. Alcuni degli arrestati di ieri, almeno due secondo gli investigatori, erano tra coloro che hanno contribuito alla latitanza di Osama Bin Laden. Lo “Sceicco del Terrore”, lungamente cercato sulle montagne afgane, venne trovato e ucciso proprio nel quartiere di una città pachistana. Ma è l’operatività della cellula che spaventa. Ai suoi componenti, infatti, si deve il finanziamento e l’organizzazione dell’attentato al mercato di Peshawar che nel 2009 causò 100 morti e altrettanti feriti. L’obiettivo era quello di destabilizzare la politica del Paese il cui Governo era accusato di essere troppo vicina all’Occidente. Fiumi di soldi che l’organizzazione recuperava in Italia e spediva ai terroristi in patria tanto che, nel corso delle indagini, in un caso, è stato riscontrato il trasferimento di 55.268 euro mediante un volo per Islamabad in partenza da Roma Fiumicino.

L’hawala
Un solo caso dato che il sistema più affidabile era quello del “hawala”, un meccanismo di trasferimento valutario e occulto, basato sul legame fiduciario diffuso nelle comunità islamiche europee. Mai finanziamenti non erano solo destinati ad attentati in Pakistan. La cellula voleva di più. Nel 2010, sempre secondo il vice questore aggiunto Carta, i soldi arrivati da Sora, sarebbero serviti anche per un progetto più ambizioso, addirittura un attentato a Roma, probabilmente al Vaticano. «Non c’è certezza che nel mirino della cellula terroristica che abbiamo sgominato vi fosse il papa – dichiara il capo della Digos di Sassari – sappiamo però che indicavano come loro obiettivo da colpire a Roma qualcuno che chiamavano “baba” una sorta di capo». Il convincimento che nel 2010 fosse in corso di realizzazione un progetto terroristico nella Capitale nasce dalle intercettazioni che fanno riferimento ad un kamikaze. «Ci sono intercettazioni e posizioni di soggetti che lasciano ben chiaro il convincimento che una persona destinata al martirio fosse arrivata in Italia. Questo aspetto ci ha indotto ad agire con immediatezza per prevenire con perquisizioni preventive e far loro sentire il fiato sul collo. Sempre nelle intercettazioni abbiamo ascoltato che tra loro si dicevano: “Sanno che la Jihad parte da Olbia”. Nelle conversazioni successive si capiva che qualcosa doveva essere fatto e che non era stato più possibile fare».”

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