13 settembre 2011 redazione@sora24.it
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“Lassù da Arpino è sembrato un tuono, l’annuncio di un temporale di fine stagione”

Tra i tanti articoli usciti in queste ore sui giornali, vogliamo citare quello di Marco Bucciantini su “l’Unità” di oggi, dal titolo “Morire di lavoro: strage alla fabbrica dei fuochi”.

“Lassù da Arpino è sembrato un tuono, l’annuncio di un temporale di fine stagione. Laggiù da Carnello è scoppiata come una bomba, due, tre, «l’annuncio di una guerra», con le sue ingiustizie, le sue vittime, e il fumo che sale verso la collina. Verrà spento solo dopo il tramonto, un secchio alla volta, dagli elicotteri dei vigili del fuoco. Solo allora si possono recuperare i sei corpi, dilaniati, centinaia di metri distanti l’uno dall’altro. Cinque sono questi: Claudio Cancelli, di 70 anni, il proprietario della Pirotecnica Arpinate. I figli Gianni e Giuseppe, rispettivamente di 42 e 45 anni. Gli altri due operai, Francesco Lorini, Enrico Battista.

Il sesto viene sussurrato ma si può scrivere solo a tarda sera, perché per ore non c’era certezza, essendo un cliente venuto a ritirare la merce. Cosi sono pian piano risaliti alla famiglia di Giulio Campoli. Questo il bollettino dal fronte del lavoro. Donato era un sopravvissuto di un’altra trincea, di cui si da notizia a fianco: quando a Balsorano esplose la fabbrica del cugino, uccidendo altre sei lavoratori. «Questo mestiere conoscevano, cosi si sfamavano da due secoli. Mica sempre può sceglierti il lavoro», fa una signora che li conosceva bene, ai Cancelli, come tutti gli altri.

Tiene la mano della moglie di Claudio fra le sue – in silenzio, spesso tenendola custodita come un tesoro. L’altra si anima di disperazione, ricorda a tutti che due ore prima del bombardamento aveva portato la pasta e il caffé alla sua famiglia di fuochisti. «Come tutti i giorni, come tutti i giorni », ripete. Quello era il suo bellissimo lavoro, anche lei lo ha perduto, insieme a tutto quello per cui stava vivendo. Ogni tanto le ricordavano del rischio dei suoi amori, lei nascondeva la paura dentro il fatalismo: «Sia fatta la volontà di Dio».

La morte e ovunque: nelle lacrime, nell’aria bruciata, nella terra secca e scura, nella polvere che stagna sopra la gente di tre paesi, che si addossa alla zona per sapere, per condividere parole troppo grosse. Escono i soccorritori, a loro si chiede qualcosa: «E tutto raso al suolo». Tutti i paletti del recinto sono volati via. Ci sono due macchine accartocciate, ripiegate come un foglio di carta che sta bruciando. Il cementodelle casematte a cento metri dadove sono le fondamenta. I tetti fusi. «I corpi…i corpi…», non riesce a dirlo, il ragazzo che si e messo a dare una mano ai soccorsi.

Lo abbracciano, gli amici, e ne coprono il pianto. «Un furgone era ancora integro, fossero stati li dentro… ». Non c’erano. Donato e stato riconosciuto dal nipote, Marco, figlio di una delle vittime di Balsorano: «La mia famiglia adesso e evaporata». Ha riconosciuto lo zio dall’orologio, ancora al polso, ancora funzionante: «Lo abbiamo ritrovato alle 19 e 25». Qualcuno cerca coincidenze penose, ad effetto, manco si trattasse di giocarle al Lotto: a Balsorano avvenne tutto alle 14.53, come ieri. Non e vero ne l’uno ne l’altro orario. Il cellulare di Giuseppe ha cominciato a squillare,una scena surreale, e questo ha permesso di avvicinarsi ai suoi resti.

Lo stava cercando il figlio, 10 anni da poche settimane, appena rientrato dalla festa di compleanno di un amico. Aveva visto tutto alla televisione, e telefonava, per cercare una parola, una voce. Sui corpi non c’è stata pietà: l’obitorio di Sora era pieno, e sono stati portati un po’ a spasso. Tre esplosioni principali, dunque, e almeno altre dieci piccole, innescate dai materiali delle casette. «Due capannoni sono saltati in aria. Il terzo, con un magazzino di fuochi sotterraneo, e solo scalfito all’esterno», racconta il pompiere, lasciando intuire che questo terzo stabilimento avrebbe potuto dilatare in modo enorme il conto dei morti, «perché poi – con tutto questo bosco – le fiamme sarebbero arrivate a Carnello, magari a Sora».

Le cause di questi tipi d’incidenti sono difficilmente ricostruibili, gli artificieri raccontano è un lavoro ancora molto artigianale, quasi sempre l’innesco e dato da due polveri che insieme non vanno mescolate». Il rosso, per esempio, è un colore caldo, e va maneggiato con cura. Polveri, colori, micce: cosi viene dipinto un cielo nelle notti di festa e d’estate, da questi fuochisti che oggi muoiono.”

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