23 luglio 2013 redazione@sora24.it
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NOTE DI MEMORIA – QUEL LUGLIO DI 70 ANNI FA (di Luigi Gulia)

Battesimo di guerra: è il terzo capitolo di Linea Gustav, il libro scritto da Costantino Jadecola (e pubblicato dal Centro di Studi Sorani nel 1994) per raccontare “l’altra guerra”, quella vissuta dalla gente, che nel nostro territorio se la vide in casa dall’estate del 1943 fino all’inizio di quello successivo. «Che si era in guerra, – scrive Jadecola (p. 7) – gli italiani lo sanno dal 10 giugno 1940. Ma cosa sia la guerra lo si incomincia a capire… quando i primi soldati dell’esercito alleato mettono piede in Sicilia. È il 10 luglio 1943».

Giorni concitati, drammatici e decisivi quelli del mese di luglio di 70 anni fa.

– Il 10 le truppe alleate angloamericane sbarcano in Sicilia. Obiettivo: risalire fino a Roma.

– Il 17 una pioggia di volantini preannuncia imminenti bombardamenti sulla capitale. Inutili sono stati i tentativi diplomatici del Vaticano per il riconoscimento di Roma città aperta. Da una parte è mancato il consenso delle nazioni belligeranti, dall’altra Mussolini non ha voluto spostare la sede della capitale e del governo. «Questa nostra ragionevole speranza è andata delusa» scriverà il 20 luglio Pio XII al cardinale vicario Francesco Marchetti Selvaggiani.

– Il 19 il quartiere di San Lorenzo è devastato dalle incursioni di 700 quadrimotori alleati: 166 morti, 1659 feriti. Né il duce né il re sono in sede. Solo Pio XII, accompagnato da mons. Montini, si stringe defensor civitatis alla popolazione che lo accoglie dinanzi alle rovine della basilica di San Lorenzo. «Abbiamo dovuto essere testimoni della scena straziante della morte che ci viene gettata dal cielo e colpisce senza pietà case non sospettabili uccidendo donne e fanciulli»: è la protesta da lui inviata al presidente Roosvelt.

Di quel bombardamento ha fatto memoria anche Papa Francesco in un messaggio del 19 luglio al cardinal vicario Agostino Vallini: «Papa Pacelli non esitò a correre, immediatamente e senza scorta, tra le macerie ancora fumanti, per soccorrere e consolare la popolazione sgomenta».

Nel suo libro Costantino Jadecola enumera, tra i morti, il ventenne Michele Neroni di Castro dei Volsci, manovale alla stazione Tuscolana; i fratelli Alfredo e Costantino Nalli e Mariano Spaziani, tutti e tre di Morolo, andati a lavorare, come ogni giorno, al magazzino di materiale da costruzione di Nicola Alteri, loro concittadino, al ponte Casilino.

La stessa fonte (pp. 10-11) dà notizia di un’altra incursione aerea, nel pomeriggio, sull’aeroporto e sulle case di Ciampino; nella notte, invece, l’obiettivo è l’aeroporto di Aquino. Alle ore 23,30 aerei isolati sorvolano Frosinone e la provincia, lanciano razzi illuminanti, bombe dirompenti; spezzonano lo stabilimento Bomprini Parodi Delfino di Ceccano, lanciano manifestini di propaganda su Colleferro, bombardano e mitragliano l’aeroporto di Aquino. Due morti e 5 feriti. Alle 02,00 del 20 luglio alcuni aerei sorvolano il territorio della provincia di Frosinone e Cassino lanciando numerosi spezzoni incendiari sull’abitato di quest’ultima località, bombe di piccolo calibro e spezzoni su alcuni centri rurali della provincia e dirompenti sull’aeroporto di Aquino che subisce danni rilevanti. Segnalati 2 morti e 18 feriti. «Alle prime ore del mattino successivo, il passeggero di un elegante cabriolet fermo sul ciglio della strada scruta in lontananza, verso l’aeroporto, e cerca di capire quello che è accaduto». È il principe Umberto di Savoia, che in quei giorni e fino all’8 settembre ha il suo quartier generale ad Anagni.

La notte fra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo approva l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi: restituzione del comando supremo al re, sfiducia a Mussolini, separazione della causa della patria da quella della dittatura fascista. Nel pomeriggio il re dimette Mussolini e nomina presidente del Consiglio l’ex capo dello stato maggiore generale, maresciallo Badoglio. Mussolini viene arrestato. La notizia è interpretata come il preannuncio dell’uscita dell’Italia dalla guerra. Si diffonde una esplosione di antifascismo popolare. Le sedi dei fasci sono devastate, i simboli del regime abbattuti. Il partito fascista si scioglie. Badoglio destituisce gli elementi in vista del cessato regime e fa scarcerare i detenuti antifascisti. Il nuovo governo chiede agli anglo-americani un armistizio, firmato il 3 settembre, ma reso noto solo l’8. All’Italia viene imposta la resa incondizionata già concordata mesi prima dai governi di Washington, Londra e Mosca.

La notizia della caduta del fascismo nel Frusinate fu accolta favorevolmente dalla popolazione. Lo afferma lo storico Tommaso Baris (Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav, Roma-Bari, Editori Laterza, 2003, p. 3): «Le sedi del PNF furono chiuse senza incidenti, mentre cresceva l’attesa per l’armistizio. L’ostilità verso la dittatura si era accentuata con il protrarsi del conflitto. La guerra aveva rivelato l’esistenza di un apparato statale lacunoso e improvvisato, incapace di provvedere ai compiti stabiliti, specie nel settore dei rifornimenti alimentari, causando il distacco dei ceti medi e delle popolazioni urbane. Le gerarchie fasciste e le istituzioni locali furono accomunate nello stereotipo del funzionario incapace e accaparratore». Lo stesso Baris in un saggio più recente (C’era una volta la DC, Roma-Bari, Editori Laterza, 2011, p. 5) ribadisce che «al momento del crollo del regime non esisteva nel Frusinate una rete antifascista strutturata, come si evince dalla calma con cui fu accolta in provincia la notizia della caduta di Mussolini».

Utili informazioni sulla situazione a Sora si attingono anche dal libro Guerra Liberazione Dopoguerra in Ciociaria 1943-45, a cura di G. Giammaria – L. Gulia –  C. Jadecola, Frosinone 1985 (pp. 162-165).

1) Interessante la relazione, datata 23 marzo 1943, dell’ispettore generale di PS Barletta, svolta in base ad una segnalazione fiduciaria, su alcune persone considerate antifasciste e pericolose. Si tratta del dr. Gonik Fisia, ebreo polacco, medico chirurgo, internato civile di guerra. Da oltre due anni collabora presso il locale ospedale, non remunerato, ma gode di vitto e alloggio per sé, la moglie e la figlioletta di un anno. La moglie, Borensztein Gitla, polacca, farmacista, occupata nella farmacia dell’ospedale, fruisce di un assegno giornaliero di tre lire, come internata. Non sembra che i due diano adito a rilievi politici, anche perché hanno troncato ogni relazione con gli altri individui sospettati di antifascismo. L’avv. Solimena, già insegnante all’istituto magistrale parificato di Sora, sarebbe di sentimenti antifascisti. Il rag. Amedeo Patriarca, amministratore comunale, sarebbe di idee ostili al regime; il rag. Arturo Brucale è un noto antifascista. Gli ultimi tre sembra si recassero spesso a casa del Patriarca per ascoltare Radio Londra; poi avrebbero smesso per timore di rappresaglie fasciste ed avrebbe continuato in questo ‘reato’ il solo Patriarca. I tre sopra citati sarebbero in contatto con l’avv. Virgilio Efrati. L’ispettore fa notare infine quanto sia ben organizzata l’azione cattolica del luogo, fornita di mezzi e bene attrezzata tanto da sottrarre buona parte della gioventù ai circoli fascisti del dopolavoro: segnala anche che Bernardo Basile, segretario del gruppo uomini di azione cattolica, avrebbe professato in passato idee sovversive. In ogni caso risulta all’ispettore che i sovversivi del luogo non hanno alcun seguito in una popolazione che si dimostra complessivamente disciplinata e laboriosa.

2) Vincenzo Paniccia, futuro esponente del partito repubblicano e direttore didattico, ventisettenne all’epoca dei fatti, fornisce qualche altra notizia: «Tra il 1940 e il 1943 nello studio dell’avv. Angelo Lilla, al palazzo Tronconi in piazza Garibaldi, si davano appuntamento alcuni amici di diverso orientamento ideologico per ascoltare Radio Londra. Del gruppetto facevano parte: Nicola Solimena, Vincenzo Barone, Attilio Lilla, Arturo Evangelista, Alfredo Greco. Capo morale del gruppo era Giuseppe Ferri, che in quel periodo era però sotto le armi. La segreteria del fascio di Sora fece più volte pedinare i membri del cosiddetto gruppo di Radio Londra. Alcuni di essi furono individuati da giovani fascisti locali e furono più volte minacciati di denuncia; mai però si passò a vie di fatto, perché in definitiva nella città di Sora non si registrò mai un esasperato antifascismo in virtù del clima di amicizia che contrassegnava i rapporti tra le persone».

3) Di questo clima c’è conferma in una memoria del compianto don Ottavio Scaccia, seminarista ventenne all’epoca dei fatti: «Il 25 luglio e l’8 settembre 1943, le date della caduta del fascismo e dell’armistizio, – egli scrive – furono vissute a Sora in modo non dissimile dalle altre città italiane. I due avvenimenti furono considerati come la fine della dittatura e della guerra. Tra i cittadini non ci furono particolari risonanze di natura politica: il popolo sorano, piuttosto disincantato e incline al rapporto personale di grande comprensione reciproca, nelle due occasioni, non vide gli uni contro gli altri armati, chi aveva aderito al fascismo contro chi lo aveva forzatamente sopportato o apertamente osteggiato. Subendo provvedimenti più o meno persecutori. Non ci furono prese di posizione politica concordate tra forze legate ai partiti, non ancora in via di costituzione. Cominciarono gli incontri tra persone che si riconoscevano su certe posizioni comuni ma nulla di concreto».

Sulle vicende successive si darà riscontro in altra prossima occasione.

Luigi Gulia

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