27 settembre 2011 redazione@sora24.it
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Omelia del vescovo, mons. Filippo Iannone, in occasione dei funerali delle vittime della tragedia di Arpino

”Carissimi sacerdoti, illustri autorità civili e militari, fratelli e sorelle, amici tutti, all’inizio di questa solenne celebrazione esequiale, desidero invitarvi a sintonizzarsi con la mente, col cuore e soprattutto con la preghiera con l’evento drammatico che ci sta davanti: sei bare che racchiudono i corpi straziati dal fuoco di sei operai, Claudio e i suoi due figli Giuseppe e Giovanni, Francesco, Enrico, e Giulio, persone a tutti noti sul nostro territorio e da tutti stimati, i quali lo scorso 12 settembre, in contrada S. Altissimo di Arpino, mentre svolgevano il loro consueto lavoro, hanno trovato la morte; e ancora invito me e tutti voi a sforzarci, per quanto umanamente possibile, ad entrare in sintonia con il dolore indescrivibile delle loro spose, dei figli, dei genitori, dei parenti, dei colleghi di lavoro. A voi, cari amici, diciamo che il nostro sbigottimento è espressione dello sbigottimento generale di tutta la Città, dei vostro Paesi di appartenenza e dell’intera comunità ecclesiale. Questo è un dramma di tutti. Non ci sono aggettivi adeguati per commentare questo modo atroce di morire. È accaduto ciò che non dovrebbe mai accadere sul posto di lavoro, dove le persone si recano per guadagnarsi il pane col sudore e la fatica per costruire un futuro sereno e più sicuro per sé e per i propri figli. Tutte le morti sono brutte, ma queste sul lavoro sono ancora più tragiche. E non posiamo rassegnarci a queste morti; non possiamo abbassare l’attenzione di fronte a queste tragedie, che si abbattono su chi si reca al lavoro. Ogni volta che un operaio muore, tutti dobbiamo sentirci coinvolti. Certo ciascuno secondo le sue responsabilità perché nulla avviene per caso. Dobbiamo ancora una volta con forza riaffermare che bisogna essere attenti alle norme stabilite e osservarle tutti, dal primo dirigente all’ultimo lavoratore. E tutti dobbiamo porre al centro della nostra attenzione, e soprattutto deve essere al centro dell’attenzione di ogni fabbrica, la dignità e la salute di chi lavora, e deve crescere molto di più di quanto accada ora la cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro. La salute e la vita dei lavoratori, come di tutte le persone , sono valori primari, che per nessuna ragione dovrebbero essere mesi a rischio. Come da sempre insegna la Chiesa, il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Questo in concreto significa che i diritti dei lavoratori, come il diritto ad ambienti di lavoro ed a processi produttivi che non rechino pregiudizio alla salute fisica e specialmente alla loro vita, si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascendente dignità. La ricerca della verità sull’accaduto andrà avanti e tutti ci  auguriamo anche rapidamente. A noi ora qui è chiesto un diverso ed altrettanto grave compito: vivere come “nostro” il dolore dei familiari di questi defunti ed offrire loro la nostra vicinanza colma di affetto, la nostra partecipazione, fatta non di parole di circostanza, ma di riflessione silenziosa e di preghiera. Per aiutarci a pregare con sincerità ho voluto che venisse proclamato in questa celebrazione il brano del Vangelo di Luca che descrive la morte di Gesù: <<Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse:”Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò>>. Anche su di noi è sceso il buio, la tenebra, questa notte dello spirito. Sale dal cuore una inquietante domanda: perché queste morti? Perché la morte? È un buio che può diventare disorientamento della mente, ma che deve trovare un suo significato contemplando come è morto Gesù. Egli, infatti, gridando a gran voce per il dolore, si consegnò non al nulla, ma nelle mani del Padre Celeste: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito, la mia vita”. Ecco la lettura cristiana della morte e di queste morti: questi nostri fratelli sono partiti da questo mondo in modo terribile ed improvviso, ma sono stati accolti con amore nelle braccia di un Dio che è Padre e ci ha creati per l’immortalità. Sono entrati nella vita eterna, che è vita vera, per cui il loro spirito, la loro identità personale non si è spenta: sono con Dio per sempre e siccome Dio è qui, anch’essi sono qui con noi, in una comunione misteriosa che ci è garantita dalla Parola di Cristo, che è morto ed è risorto per dare prova della verità di queste sue parole dette in preghiera: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria”. Essi sono ormai per sempre con Signore e quindi, sia pure in modo diverso, ancora vicino a noi. Abbiamo conferma di questo dalle parole dell’Apostolo Paolo:“Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato; così  anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole”. Queste verità della fede cristiana devono toccarci nel profondo del cuore, perché generano speranza e conforto; quel conforto che solo Dio può dare. La morte di questi lavoratori presentata a Dio insieme con la morte di Cristo, assume il significato di un vero sacrificio che, in modo misterioso, con la grazia divina diventa  anche esso redentivi per le loro famiglie, per questa nostra Città e per l’intera società. Deve ora emergere nella coscienza di tutti un impegno serio e responsabile: mai più morti come queste, mai più lavoratori dilaniati dal fuoco come questi sei che abbiamo portato qui in una bara. Non succeda mai di dover recriminare “dopo”, ciò che si dovrebbe sempre impedire che accada, prendendo per tempo le doverose precauzioni. Grande ed indescrivibile è il dolore che sentiamo in noi e vediamo davanti a noi. Ci riconosciamo piccoli e poveri nel non saper confortare abbastanza queste persone sulle quali si è abbattuta questa immane tragedia. Proprio per questo vorrei invitare tutti, istituzioni e comunità cristiane,  a prolungare ed allargare la propria vicinanza e solidarietà, anche quando sarà  passato  il breve tempo delle emozioni. Ora io mi avvicino all’altare per offrire al Padre il sacrificio di Cristo, che è redenzione e grazia per tutti, ma soprattutto garanzia di salvezza per questi defunti e vero conforto per voi familiari che li piangete come autentiche vittime d’amore: sì, perché andavano al lavoro per dare una sicurezza economica alle vostre famiglie e questa loro fatica quotidiana è diventata un vero sacrificio d’amore per voi, pagato col prezzo altissimo della vita stessa. Sentitevi  tutti accolti nel mio cuore di Padre e Pastore, mentre vi consegno nelle mani di Gesù e della S. Vergine Consolatrice degli afflitti, affinchè questo momento solenne di preghiera, fatta più di gemiti di dolore che di parole, ci doni, vi doni,  quel balsamo divino capace di guarire questa terribile vostra e nostra ferita”.

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