19 gennaio 2013 redazione@sora24.it
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Omelia mons. Antonio Lecce per la ricorrenza di S.Sebastiano, Patrono della Polizia Locale

“E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”. Con questa citazione presa dagli Atti degli Apostoli Sant’Ambrogio introduce il discorso su San Sebastiano nel Commento sul salmo 118, uno degli scritti più importanti del santo Vescovo di Milano. E proprio da Sant’Ambrogio abbiamo le poche notizie certe sul Santo martire. Nacque a Milano, dove non si era ancora scatenata la feroce persecuzione contro i cristiani voluta dall’Imperatore Diocleziano e si trasferì a Roma, dove subì il martirio, cioè “ebbe la sua corona, meritando il domicilio dell’immortalità eterna là dove era giunto come ospite”, commenta sempre Sant’Ambrogio. La notizia sulla sua appartenenza alla guardia imperiale di Diocleziano lo ha fatto scegliere come Patrono della Polizia Locale, ed è il motivo per cui il Sindaco e il Comandante di Sora ci hanno invitato a partecipare alla quarta edizione della commemorazione intercomunale di San Sebastiano Martire. E’ bello che gli appartenenti alla Polizia Locale di diverse città della nostra provincia, almeno per un giorno, mettendo in sordina il ruolo ufficiale, si ritrovino per un momento di festa e anche di preghiera.

Abbiamo menzionato Diocleziano e la più sanguinosa persecuzione anticristiana che porta il suo nome, e dobbiamo anche ricordare che il 13 gennaio c’è stata la commemorazione del 1.700° anniversario dell’Editto di Milano, quando l’imperatore Costantino diede libertà di religione anche ai cristiani. Dobbiamo ricordare questo evento, perché anche oggi per i cristiani in tante parti del mondo la professione della fede cristiana espone al rischio della vita. I mass media troppo di frequente ci parlano di cristiani che vanno alla Messa della Domenica e si trovano in mezzo alle bombe. La libertà religiosa è uno dei diritti fondamentali delle persone e delle comunità, ripete continuamente Papa Benedetto XVI, perché professare la fede è un fatto che non riguarda solo l’intimo sacrario della coscienza, ma che riguarda anche il poter liberamente associarsi e portare nella società i fermenti del proprio convincimento religioso.

Siamo tutti caldamente invitati a rivisitare, per rinnovarli e viverli in pienezza, i fondamenti della fede cristiana, proprio in quest’anno che il Papa ha chiamato “Anno della fede”. E chi più dei martiri può essere nostro modello e ispiratore? Ricordo il viaggio in Albania di molti anni fa, quando era appena crollata quella feroce dittatura che aveva portato, unico stato al mondo, a proibire nella Costituzione anche solo nominare Dio. Con un gruppo di amici vescovi e sacerdoti siamo andati ad un incontro con alcuni testimoni usciti dalla persecuzione, e abbiamo fatto il paragone tra la nostra Chiesa italiana, rinnovatasi dopo il Concilio Vaticano II, e quella albanese, rimasta alle vecchie tradizioni pre-conciliari. Ma abbiamo smesso subito di criticare e fare rilievi, dinanzi alla semplice costatazione che quella Chiesa vecchia e arretrata è Chiesa di martiri, mentre la nostra…. !

Rimaniamo ancora per un po’ a considerare le esigenze della vera fede, prendendo spunto dalla prima lettura della Messa di oggi, la citazione del profeta Michea. E’ lo stesso passo biblico che viene meditato da tutti i cristiani in questi giorni della Settimana di preghiere per l’unità, in corso di svolgimento dal 18 al 25 gennaio. La situazione descritta dal profeta mi fa pensare a quella di qualcuno che non comprende bene la sua responsabilità e immagina che si tratta di una cosa molto complicata e difficile, quando in realtà è qualcosa di molto semplice e liberante. Sì, proprio liberante! Molte volte si crede che, in nome della religione, Dio abbia stabilito una vita complicata con tante regole molto difficili da capire e da vivere. Per molti la vita cristiana sembra pesante, e, spesso, anziché gioia, procura paura, confusione, frustrazione e scoraggiamento. Quanto siamo lontani dall’affermazione di Gesù :”Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).

Dinanzi alla contestazione dei suoi peccati, il popolo cerca di placare Dio e va alla ricerca di sacrifici, oblazioni e quant’altro può calmare l’ira di un padrone sdegnato. Ma è questo che si aspetta veramente il Signore da chi crede in Lui? Non mi sembra, a giudicare dalle parole del profeta: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio”.

Praticare la giustizia non è qualcosa che bisogna fare solo in certi momenti della vita, ma deve essere il nostro modo di vivere di tutti i giorni, la regola di vita. Uno dei campi in cui è possibile vincere le distanze è quello dell’impegno per la giustizia. “E questa sfida, scrive Mons. Gino Battaglia dell’Ufficio CEI per l’ecumenismo,si è già tradotta nell’ecumenismo dei martiri, i nuovi martiri di tutte le Confessioni, come li definiva Giovanni Paolo II”. Amare la bontà, vuol dire fare non solo quello che è giusto, quello che è nostro dovere fare. Amare la bontà vuol dire praticare la misericordia, avere occhi e cuore aperti a notare i bisogni degli altri, per vedere come possiamo dare una mano; vuol dire che diventa una gioia per noi aiutare gli altri, portare gli uni i pesi degli altri e così diventano più leggeri per tutti. Nel campo della vostra professione come tutori della convivenza civile tra cittadini, amare la bontà significa non limitarsi all’aspetto repressivo e sanzionatorio del vostro servizio alla collettività, ma curare l’educazione alla legalità e alla solidarietà.

Camminare umilmente con Dio: comprendiamo molto meglio del profeta Michea questa affermazione perché sappiamo che veramente Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi e cammina con noi: è il Mistero del Natale, della nascita del Figlio di Dio come figlio di Maria a Betlemme, nell’umiltà e povertà del presepio. Non un Dio che se ne sta sulle nuvole, ma il Dio che è venuto a prendere su di sé le nostre debolezze, ad abbattere il muro di divisione e raccogliere i figli di Dio dispersi in nome della fratellanza universale che si esercita nell’amore e nella condivisione. Solo in questa direzione c’è un futuro per l’umanità, futuro rischiarato dalla fiaccola della fede rinnovata, a partire dall’accoglienza della rivelazione di Dio con cuore puro e tenero, passando attraverso l’azione di ogni credente che estende agli altri il dono ricevuto da Dio, manifestando con l’amore e il rendimento di grazie la riconoscenza al Signore che “piega la durezza dell’uomo, e in un mondo lacerato da lotte e discordie lo rende disponibile alla riconciliazione”(Dal Messale Romano).

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