15 agosto 2014 redazione@sora24.it
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«Papà, chi è Alberto La Rocca?»

«Papà, chi è Alberto La Rocca?». Le domande di un bambino di 7/8 anni ti colgono quasi sempre di sorpresa, bisogna documentarsi per non fare brutta figura, guai a deludere il piccolo! Qualche giorno fa a Montecassino si è svolta la commemorazione del carabiniere sorano Alberto La Rocca, trucidato dai tedeschi durante la 2a Guerra Mondiale. Quest’anno, come molti sanno, si festeggia il bicentenario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, e tra le tante iniziative non potevano certo mancare quelle riguardanti il ricordo dei militari decorati di Medaglia D’Oro al Valor Militare, Valor Civile e al Valore dell’Arma.

La notizia della cerimonia, riportata da tutti i quotidiani locali, ha suscitato la curiosità del bambino, che ha posto il suo quesito dopo aver sbirciato tra le pagine del giornale di papà, a sua volta intento a leggere un altro pezzo. I due, seduti su una panchina del vialetto del Campo Boario, non sapevano che di fronte, sull’altra panchina, c’era il sottoscritto ben nascosto dietro al “Corriere”.

Il papà, per sua fortuna ferrato in materia, ha ripiegato il giornale ed ha cominciato a parlare partendo dal resoconto storico: «Alberto La Rocca ha sacrificato la sua vita per salvarne dieci, Francesco (nome di fantasia, ndr), ha fatto una cosa davvero grande, la più grande che un uomo è in grado di fare. La guerra stava per finire, Alberto era quasi al sicuro dai tedeschi che volevano catturarlo perché stava dalla parte della popolazione. Poco prima di varcare la linea di combattimento ed essere quindi in salvo, venne a sapere che i tedeschi avrebbero ucciso dieci civili se non si fosse consegnato entro poche ore, così tornò indietro ed andò incontro alla morte. Aveva solo 20 anni».

Al bambino la questione non è sembrata molto chiara, difatti ha ribattuto subito con altri due quesiti: «E perché i tedeschi lo hanno ucciso? E perché i tedeschi volevano uccidere dieci persone?». A quel punto l’uomo ha tolto i panni del cronista storico ed ha indossato quelli di padre: «La guerra è la cosa più brutta che c’è, Francesco. Queste tue domande sono le stesse domande che tanta gente si posta per 70 lunghi anni ed alle quali ancora non riesce a rispondere. All’epoca dei fatti, però, il tempo per porsi tali quesiti non c’era: bisognava agire e basta, ragionare velocemente con il cuore, non lentamente con la testa. La mente, difatti, ha paura e rallenta vigliaccamente, il cuore invece è veloce ed avanza coraggiosamente. Tanta gente ha agito con il cuore in quegli anni, incurante dei rischi a cui andava incontro. Quelle persone hanno ricostruito l’Italia prima ancora che venisse ricostruita. Tutto quello che abbiamo oggi e che durante la guerra non avevamo lo dobbiamo a chi ha sacrificato i suoi vent’anni per darli a me ed anche a te. Alberto La Rocca è andato incontro alla morte per permetterti di vivere liberamente. Per questo tu devi sempre ricordarti di lui quando passi davanti alla caserma dei Carabinieri laggiù (i due erano curiosamente seduti sulla panchina che dà le spalle a Borgo S.Nicola per intenderci) o davanti alle sue spoglie al cimitero. Fermati, donagli un po’ del tuo tempo, perché lui, il suo, te lo ha donato tutto. Non dimenticarlo mai».

Il bambino, un po’ intimorito per la serietà con cui il papà gli ha parlato, da quel momento in poi non ha più ribattuto. Ho alzato lo sguardo oltre le pagine del mio giornale per osservarlo furtivamente: inizialmente era pensieroso, sicuramente un po’ turbato. Poi, con il tipico entusiasmo dei bambini, ha guardato verso la caserma “Alberto La Rocca” e dopo un minuto abbondante ha sorriso. Chissà, forse proprio in quel momento era germogliato nel suo cuore il seme dell’altruismo, unica qualità in grado di dare un senso, in ogni contesto, alla vita terrena delle persone.

Lorenzo Mascolo

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