27 giugno 2012 redazione@sora24.it
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Solo i giovani possono rappresentare i giovani (di Dino Amenduni)

AutoreDino Amenduni
Nato a Bari nel 1984, è responsabile per i nuovi media e consulente per la comunicazione politica di Proforma e blogger per Il Fatto Quotidiano. Per LSDP si occupa di cultura pop e dell’impatto dei media sulla politica italiana.

Il dibattito sul senso (e la necessità) di un “partito dei giovani” nasce da un oggettivo problema di rappresentanza politica. Esiste una generazione che fa molta fatica a entrare nelle istituzioni e ad avere voce nelle strutture politiche classiche (i partiti).

Una ricerca di maggio 2012 della Coldiretti dimostra come nelle ultime tre legislature siano stati eletti soltanto due under 30 su circa 2500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28 per cento della popolazione eleggibile (con più di 25 anni). In questa legislatura solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono quelli under 40 mentre quelli over 60 anni sono 157. La proporzione, inutile dirlo, è assolutamente distante da ogni criterio di equità demografica.

Il problema ha radici antiche e, almeno in parte, prescinde dalla legge elettorale. Dire che i leader politici attualmente in ruoli apicali siano in pista già dalla fine della Prima Repubblica non è né lesa maestà né è istinto di rottamazione: è una verità oggettiva. L’unica eccezione è Angelino Alfano, il quale non appare proprio l’emblema dell’indipendenza di pensiero e di azione rispetto ai suoi predecessori. La parabola di Alfano è però utile perché porta molti elementi di riflessione all’analisi. In primo luogo, perché ci porta a pensare che un leader politico di 42 anni sia percepito come ‘giovane’. Questo deriva certamente dall’idea tutta italiana di una giovinezza allungata, fatta di difficoltà (e a volte mancanza di voglia) a uscire di casa e emanciparsi prima di tutto dal punto di vista economico dai propri genitori. È anche vero però che Alfano giovane lo è davvero, per la politica italiana, almeno in termini differenziali. Il Presidente del suo partito, Silvio Berlusconi, è 34 anni più anziano. Pier Luigi Bersani, segretario del PD, ne ha 60. Quattro in meno di Beppe Grillo. La musica non cambia neanche nei partiti personali o nelle forze politiche minori, laddove l’istinto al cambiamento, essendo strettamente correlato a quello di sopravvivenza, dovrebbe indurre a un maggior coraggio.

Questi dati ci pongono davanti a una domanda quasi automatica: è la classe dirigente che non si rinnova o i giovani che non si impegnano a fare politica?

Un indicatore forse non assoluto ma certamente meritevole di attenzione (anche perché relativamente recente) è rappresentato dal Movimento5Stelle, capace di candidare sindaci molto giovani (Mattia Calise, Milano, 21 anni), di eleggerli (Alvise Maniero, Mira, 26 anni) oltre che di abbassare l’età media delle liste un po’ in tutta Italia. Volendo provare a riassumere il difficile rapporto tra politica italiana e giovani generazioni, possiamo dire che esiste una domanda di politica, esiste una domanda di rappresentanza, non esiste un’offerta adeguata. Bisogna, dunque, lavorare sul miglioramento della qualità dell’offerta più che su azioni di stimolo alla domanda.

La prima variabile da tenere in considerazione è: chi può rappresentare le giovani generazioni?

La mia posizione sul tema è radicale: ritengo che solo i giovani possano rappresentare i giovani. Penso che sia in corso una frattura tra vissuti generazionali: molti miei coetanei (o giù di lì, io ho 28 anni) hanno a che fare con un insieme di condizioni di vita, di definizioni del vissuto identitario, di aspettative, sogni e preoccupazioni uniche e per questo non del tutto rappresentabili da altre categorie socio-demografiche. Non voglio farla troppo drammatica, ma siamo dentro una recessione il cui punto di fine è ignoto, così come non sono certe le ricette per uscirne. Non sappiamo se arriveremo alla pensione, né riusciamo troppo a immaginarcela. Le banche non sono affatto ben disposte verso la cessione di credito a categorie ‘deboli’, dunque quel sistema sociale non ci può aiutare (e oramai non ce lo aspettiamo nemmeno). Siamo immersi nell’informazione e nella comunicazione su Internet e social media, questo ci porta a essere più rapidi dei nostri genitori in molti processi di valutazione, decisione, analisi. Questo non vuol dire che prendiamo decisioni migliori, ma che abbiamo potenzialmente gli strumenti per farlo (serve studiare, ma quello è vero a tutte le età).

La nostra identità è molto più multiforme e frastagliata rispetto a quella dei quarantenni di oggi, i trentenni di dieci anni fa. Apparteniamo a tanti gruppi, mailing list, reti di relazioni; siamo attenti (distratti?) da molti stimoli informativi diversi, come mai è accaduto in passato. Siamo (iper)connessi e questa condizione pare sia irreversibile, al di là dell’utilità, del valore e delle derive patologiche che secondo alcuni ciò comporta. Se per le generazioni precedenti alla nostra l’io connesso è “semplicemente” un’opportunità, per la nostra è una componente del sé. Basta alzare l’età di quattro, cinque anni, dieci anni, per confrontarsi con condizioni sempre più antropologicamente diverse da questa, e non posso escludere che gli attuali ventenni si sentiranno a loro volta scarsamente rappresentati dai quasi trentenni per le stesse ragioni, mentre la distanza di vissuto tra quarantenni e cinquantenni, cinquantenni e sessantenni non è altrettanto radicale. Per tutte queste ragioni non credo mi sentirò in nessun modo rappresentato da persone troppo più grandi di me.

La seconda variabile: la risposta alla domanda di rappresentanza può essere soddisfatta da un ‘partito di giovani’?

La mia risposta è no. Il primo motivo è squisitamente identitario: chi sono i giovani? Possono stare dentro categorie demografiche? Volendo utilizzare i parametri della comunità europea, giovane è chi ha meno di 32 anni. Una persona di 32 anni e sei mesi non potrebbe candidarsi con questa nuova forza politica? Il discorso è del tutto analogo se usiamo l’espressione ‘under 30′. Questa classificazione è troppo rigida.

Se la risposta non sta nella demografia, può essere rappresentata culturalmente? Nemmeno: se è vero che molti giovani vivono in quella condizione di eterna precarietà descritta prima, è altrettanto vero che questa condizione non è universale. Molti giovani, per loro meriti, per solidità del loro sistema familiare o sociale di appartenenza non si riconosceranno nell’identikit dell’eterno precario. Hanno diritto a far parte di questo partito dei giovani? Se sì, possono davvero rappresentare gli eterni precari? Io credo di no. Ma se così non fosse, ancora una volta, la parola ‘giovane’ non spiega tutto e sicuramente non ha grandi potenzialità in termini di rappresentanza.

Penso che la strada per ottenere una rappresentanza giovanile soddisfacente debba passare per un mutuo riconoscimento delle competenze tra giovani e meno giovani. I più giovani devono riconoscere ai meno giovani l’esperienza, il metodo, talvolta la lungimiranza di cui la politica ha da sempre avuto bisogno. I meno giovani, allo stesso tempo, devono riconoscere ai più giovani la loro maggiore competenza su temi come la comunicazione, l’innovazione, la lettura dei nuovi fenomeni di cambiamento sociale, oltre a un impianto culturale decisamente meno rigido su diritti civili, ambiente, sviluppo (e come lo sviluppo si raggiunge). Insomma, domani non voterei un partito dei giovani perché l’essere giovani non rappresenta, di per sé, un buon motivo per essere votati. Ma voterei un partito le cui liste tengono conto dell’importanza del gioco di squadra, in cui i giovani fanno ciò che sanno fare meglio, i meno giovani anche. E in questa lista voterei un mio coetaneo.

Fonte – Lo Spazio della Politica

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