20 aprile 2014 redazione@sora24.it
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SORA – Il Vescovo “Don Gerardo”: dopo un solo anno è già parte di noi. Intervista di Gianni Fabrizio

Uomo di dialogo, di confronto, di preghiera. Un anno fa il 21 aprile 2013 mons. Gerardo Antonazzo faceva il suo ingresso ufficiale nella Diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo. In questi 365 giorni “don Gerardo” è riuscito a tradurre in maniera semplice, immediata, comunicativa e convinta il proprio rapporto con la realtà ecclesiale e locale. Sta conoscendo molto bene il nostro territorio e le sue molteplici realtà. Delle tre Valli, di Roveto, di Comino e del Liri sta fotografando, con la mente e con il cuore, i problemi, le difficoltà, i disagi, le povertà, le attese, le speranze, le potenzialità. Lo abbiamo intervistato. Camminiamo insieme sul grande terrazzo dell’Episcopio che si affaccia su piazza Indipendenza. Il panorama della Città, da quassù, é splendido. Una suggestiva distesa di tetti, con i comignoli che ancora fumano, e fra loro i tanti campanili delle chiese sorane, ci fanno compagnia.

Ci può raccontare come ha saputo della Sua nomina e le emozioni di quei momenti?
“Nominato Rettore-Parroco del Santuario di S. Maria di Leuca da appena un anno, il 1° gennaio 2012, ero alle prese con una prima conoscenza della realtà complessa e particolare del Santuario mariano, situato sulle propagini della penisola salentina, nel punto di confluenza del Mare Ionio e del Mare Adriatico. Un sito religioso che orami contava più di un milione di pellegrini nell’anno, e per me un’esperienza sacerdotale molto bella perché inedita, la cui singolarità iniziava ad arricchire il mio ministero sacerdotale di alcune caratteristiche e peculiarità che nei precedenti incarichi pastorali non avevo vissuto. E questo per me significava nuove sfide, percorsi da inventare, stili pastorali differenti da quelli di una qualsiasi parrocchia. Mi trovavo nel vivo di questo lavorio interiore, agli inizi di nuovi entusiasmi e progetti, mentre cominciavo a guardare oltre, a sognare, ad immaginare che cosa questo luogo, affascinante per l’habitat naturale di incantevole bellezza, e preziosa meta di approdo di molti cercatori di Dio, potesse diventare nel tempo per offrire servizi pastorali sempre più qualificati e rispondenti alle attese dei pellegrini. Tutto questo si è bruscamente interrotto il 22 dicembre 2013, quando sono stato invitato a recarmi a Roma per un colloquio in Nunziatura”.

Cosa ha provato nel momento di quell’annuncio?
“Quando mi è stata comunicata la volontà del santo Padre, Benedetto XVI, di affidarmi la guida pastorale della Diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, ho provato solo un senso di smarrimento e di confusione. L’invito di recarmi in Nunziatura non lasciava molti margini di pensiero riguardo al possibile argomento che sarebbe stato trattato, ma nel momento in cui mi è stata comunicata concretamente la volontà della Chiesa, tutto improvvisamente è cambiato nella mia vita. Ho percepito immediatamente che questa volta non mi veniva richiesto di cambiare parrocchia, come nelle precedenti convocazioni da parte dei miei amati vescovi diocesani, né di cambiare semplicemente diocesi per qualsiasi legittimo motivo, bensì di cambiare radicalmente vita. E così è stato, già a partire dal momento in cui ho scritto al Papa la mia sofferta accettazione. La diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo ha avuto spesso Vescovi provenienti da altre regioni, ma forse non da tanto lontano, “de finibus terrae”. Anche Papa Francesco, in concomitanza con la mia elezizone, dichiarava di essere stato chiamato pure lui “quasi alla fine del mondo”. La coincidenza mi ha in parte confortato! Immagino la sopresa e la reazione dei sacerdoti e delle comunità parrocchiali alla notizia di un nuovo vescovo assolutamente sconosciuto. Nel tempo, tutto questo l’ho valorizzato come una particolare grazia spirituale. Perché? Mi ha collocato in uno stato di totale libertà interiore nell’abbracciare la nuova famiglia spirituale che mi veniva affidata dal Signore, senza conoscere nulla e nessuno, senza pregiudizi e resistenze, senza riserve o condizionamenti”.

Ci vuole descrivere i primi incontri con una parte della sua nuova diocesi?
“Il primo incontro con una parte della diocesi l’ho vissuto in concomitanza con la mia ordinazione episcopale, l’8 aprile 2013, sul piazzale antistante la Basilica di S. Maria di Leuca. E’ stato il primo abbraccio tra le due comunità diocesane, come l’abbraccio cristallino dei due mari. Sintonia di affetti, incrocio di commozioni, prime battute di conoscenza, strette di mano e alleanze di cordiale complicità. Il secondo incontro è avvenuto a Sora, per l’insediamento in diocesi, il 21 aprile 2013. Ancora una volta le due comunità diocesane, in spirito di straordinaria amicizia, sugellata da medesimo calore ed estroversa esultanza, si sono abbracciate nella comune commozione della preghiera, del canto e della gratitudine al Signore. Il mio ministero episcopale in Diocesi ha dovuto misurarsi con una comunità nella quale mancava il Vescovo ormai da più di un anno. Il buon lavoro dell’Amministratore diocesano, mons. Antonio Lecce, ha favorito il cammino ordinario della vita ecclesiale, in attesa del nuovo pastore. Ho incontrato sin dai primi passi una Chiesa ricca di menti e di cuori, che ha manifestato nei confornti del suo nuovo Vescovo accoglienza sincera e gioia operosa, che ho potuto leggere nella cordialità dei fratelli sacerdoti, religiose e religiosi, sia nell’animo e nei volti dei molti laici che si sono dimostrati coinvolti e disponibili, giovani e meno giovani”. Credo di essere una persona realista, e non mi lascio trascinare né da facili entusiasmi, né da mortifere lagnanze. Ero consapevole di incontrare una comunità ecclesiale, come qualunque altra, ricca di risorse intellettuali, morali, spirituali e pastorali, e allo stesso tempo segnata anche da ferite, ritardi, lentezze e scoraggiamenti. Tutto rientra nella logica della vita concreta e reale, nella quale bisogna fare i conti con le fatiche e le difficoltà, sapendo però mettere a frutto le risorse migliori di cui disponiamo. Avere svolto anch’io l’ufficio di Amministratore diocesano mi ha aiutato non poco a trattare più direttamente le questioni pastorali, amministrative e giuridiche di una comunità diocesana”.

Quali sono stati i suoi primi obiettivi?
“Uno degli obiettivi primari del mio ministero in Diocesi è stato quello di aprire sin da subito una rete di relazioni a tutto campo, da quello propriamente ecclesiale a quello sociale, favorendo la conosenza e il dialogo con tutte le istituzioni civili e militari, dalle Amministrazioni comunali, alle Associazioni Culturali, di Volontariato, e Sportive, alle Scuole, alle Forze dell’Ordine, alle Organizzazioni di categoria, alle Case di Cura, agli Ospedali e Distretti Sanitari, nel segno del reciproco rispetto e della mutua collaborazione per il bene delle persone”.

Può già tirare delle somme?
“Un anno di ministero episcopale è poco, e sarebbe indebito pretendere di “tirare le somme”. L’azione pastorale svolta dalla Chiesa, Laici e Pastori insieme, è opera di Dio, e non può essere sottoposta a controlli matematici. Ricordiamo l’episodio biblico del re David, quando fu punito da Dio per aver voluto fare il “censimento” del popolo di Israele come prova di forza. Dobbiamo farci carico della vocazione di seminatori e non di mietitori. E’ solo Dio che fa crescere quel seme che Lui mette nelle nostre mani perché sia seminato nel terreno delle comunità e delle coscienze dei singoli credenti e non credenti. Prima delle idee e dei progetti ci sono le persone e le loro relazioni. Pertanto, ho desiderato offrire da parte mia la possibilità di incontrare tutti, di parlare con tutti, di stringere la mano a chiunque per attestare il mio affetto di pastore senza pregiudizi e senza esclusioni. E ho trovato una risposta entusiasmante: gente buona, semplice, cordiale e affettuosa, desiderosa di vedere e sentire prima di tutto la presenza fisica del proprio Vescovo in mezzo a tutti. Gli interventi più significativi in questo mesi si sono rivolti ai diversi ambiti, a partire dalla priorità dell’azione squisitamente pastorale, cercando di accompagnare il cammino della Chiesa diocesana secondo un progetto organico, scandito nelle sue tappe, ben delineato nelle sue finalità, con un metodo di lavoro sistematico e puntuale. Ho dichiarato sin da subito il mio impegno prioritario per la pastorale vocazionale, trovando consenso e collaborazione in tutti i sacerdoti. Il Seminario diocesano è già diventato un luogo di primo discernimento per giovani che si preparano ad intraprendere un possibile percorso vocazionale nel Semsinario Maggiore. Abbiamo un buon clero, formato solo in parte da presbiteri originari della diocesi; per più della metà, si tratta di sacerdoti che provengono da varie parti d’Italia, e non pochi anche dall’estero”.

Come sono i suoi rapporti con il clero diocesano?
“Con i sacerdoti, primi collaboratori del Vescovo e i primi amati dal Vescovo, viviamo una relazione di affetto, di accoglienza incondizionata, di ascolto reciproco, di vicinanza a quanti sono più avanti negli anni e o vivono difficoltà di salute. Un altro settore nel quale era importante intervenire è stato il riordino e il potenziamento delle Uffici della Curia diocesana, cercando di valorizzare le risorse umane disponibili e le competenze qualificate, per i vari settori. Questo comporta senza dubbio un motivo di arrichimento culturale, ma anche il bisogno di maggiore integrazione. Nell’area amministrativa abbiamo risolto solo in parte alcune questioni non facili, altre sono al vaglio di possibili valutazioni e risposte risolutive. Stiamo monitorando alcune parrocchie in situazioni di sofferenza a causa dei mutui contratti con la Regione Lazio, altre parrocchie vengono assistite perché realizzino opere di restauro o ristrutturazione di chiese, case canoniche, oratori parrocchiali”

Oggi, quali sono i progetti della diocesi?
“I progetti della diocesi sono in piena sintonia con quelli della Chiesa italiana e con quanto la Chiesa universale sta vivendo sotto la guida carismatica di Papa Francesco. La sfida urgente che oggi chiama tutti in causa è la trasmissione della fede, soprattutto agli adulti che hanno abbandonato la pratica religiosa ordinaria. La grande partecipazione che ho visto nella ricorrenza delle feste religiose annuali in tutte le parrocchie, se da un lato infonde consolazione e fiducia, dall’altra mi lascia il sospetto che forse troppa gente rischia di riversare e manifestare in queste occasioni tutto il proprio sentimento religioso, per poi vivere nell’aridità spirituale pressocchè totale il resto dell’anno. Se così fosse, l’assenza di una vita cristiana ordinaria a mio parere sarebbe una questione abbastanza seria”.

Come vede il futuro della Chiesa di Sora, Aquino e Pontecorvo?
“Guardiamo al futuro con fiducia, conoscendo le sfide più urgenti che ci interpellano, senza illusioni e senza rassegnazioni, ma sempre attenti alla voce dello Spirito che soffia l’alito della Verità, e annuncia alla mente e al cuore della nostra Chiesa diocesana, come alle Sette Chiese dell’Apocalisse, le conferme e le smentite, le lodi e i biasimi, le ombre del peccato e la luce della grazia, le cadute e le vittorie, ma soprattutto la certezza che il Signore Risorto non abbandona mai la sua Comunità, impegnata nelle contraddizioni e nei tormenti della storia con l’audacia della sua coerente testimonianza”.

Gianni Fabrizio

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