5 marzo 2013 redazione@sora24.it
LETTO 201 VOLTE

Vincenzo Tersigni: tra sogno e realtà il suo parere su alcuni problemi del “SS.Trinità”

Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera scritta da Vincenzo Tersigni

“Sono il genitore che qualche mese fa ha ritenuto doveroso indirizzare una breve nota agli studenti del liceo scientifico di Sora che, da cittadini, avevano sentito il dovere di spiegare le ragioni della loro protesta (occupazione) scusandosi dei disagi provocati. Questa volta voglio raccontare una storia di cui sono stato protagonista. Un giorno del mese di luglio 2012 mi sono alzato di buon ora e mi sono recato all’ospedale di Sora per la visita ad un parente con problemi di salute.

Sono arrivato ai piedi della salita che conduce all’ingresso dell’ospedale ed ho notato, con stupore, una novità: il muraglione di cemento che costeggia la strada è coperto da arbusti verdi e curati; giungo alla fine della salita e trovo aiuole curatissime con fiori e cespugli verdeggianti; in un tabellone elettronico l’elenco del personale impiegato per la cura e la preparazione del verde e del personale incaricato alla manutenzione; in basso il personale in servizio nella giornata. Arrivo al parcheggio: trovo posti ombreggiati con pannelli fotovoltaici e un display che, al posto della pubblicità, evidenzia l’energia che l’impianto sta producendo in tempo reale. Parcheggio l’auto all’ombra e mi reco presso le scale che conducono all’ospedale.

Una scalinata comoda e pulita, orizzontale al muro ed una passerella che la costeggia (al fine di farvi scorrere il trolley) mi conducono al piano strada. Entro nell’ospedale dall’ingresso principale e trovo un display a parete dove sono riportati tutti i reparti, con l’indicazione del colore da seguire sulla parete per raggiungere ogni singolo reparto. Le scale di sicurezza esterne, che collegano un reparto all’altro, sono verniciate da poco e pulitissime (nemmeno una cicca): anche qui un tabellone elettronico riporta le foto e l’elenco del personale impiegato per la cura, la manutenzione e la pulizia: in basso il personale in servizio nella giornata a cui rivolgersi per eventuali problemi.

Ne incontro qualcuno e mi complimento per il lavoro fatto. Giungo al reparto: un tabellone luminoso riporta tutto il personale impiegato nel reparto con le relative foto, in basso il personale in servizio con gli orari di ricevimento. Attendo il medico che arriva puntuale all’ora indicata nel tabellone; mi accoglie nello studio e mi illustra i problemi di salute del mio parente, le terapie in atto ed i tempi per i primi responsi. Mi reco nella stanza del malato: tutto è perfettamente pulito, il personale si adopera per assicurare la massima assistenza.

Dopo una breve visita saluto tutti e lascio il reparto. Seguo lo stesso colore sulla parete e arrivo all’uscita. Trovo un grosso tavolo: un addetto mi invita alla compilazione di un questionario di gradimento ed a mettere in evidenza eventuali problematiche riscontrate durante la visita; nella stanza di fianco il responsabile del servizio sta valutando attentamente le lamentele del giorno prima per porre in essere tutte le azioni correttive. Esco e mi dirigo verso il parcheggio. Ho con me un trolley con la biancheria sporca del malato che trascino agevolmente accanto alla scala che mi conduce all’auto: per la prima volta non devo aiutare persone anziane a riportare sopra i bagagli o a salire le scale. Trovo la macchina al fresco, entro e mentre mi accingo a lasciare l’ospedale il display mi fornisce i dati dell’energia in produzione. Percorro a ritroso la stessa strada: tutto è perfettamente pulito ed ordinato. Ho con me la macchina fotografica: approfitto per scattare qualche foto.

Durante il tragitto mi fermo ad un ufficio postale e pago il saldo dell’Imu: per la prima volta pago un’imposta con soddisfazione Arrivato a casa chiamo i miei figli e con orgoglio illustro ciò che la città di Sora domani lascerà loro. Ad un tratto un suono acuto invade la stanza: è la sveglia. Accidenti era solo un sogno.

Ma la visita al mio parente la deve fare veramente. Prendo la macchina e mi reco all’ospedale. Arrivo ai piedi della salita che conduce all’ingresso dell’ospedale e noto uno squallore assoluto: un muraglione mi accompagna fino alla fine della salita dove trovo aiuole incolte e piene di cicche di sigarette; cerco di trovare qualcuno cui far notare l’incuria ma non mi è possibile conoscere i responsabili di tanto squallore. Arrivo al parcheggio: una desolazione; nessuna possibilità di parcheggiare al fresco.

Mi reco presso le scale che conducono all’ospedale. Una scalinata scomoda per una persona normale (figuriamoci per un malato), perpendicolare al muro e ripidissima, priva della passerella di scorrimento del trolley, che mi obbliga ad alzare la valigia e ad aiutare altre persone a scendere, mi conduce al piano strada. Entro nell’ospedale dall’ingresso principale e non c’è nessuno per chiedere informazioni; ad un tratto incrocio un dipendente al quale chiedo indicazioni sul reparto ma non ricevo risposta anzi, correndogli dietro, riesco a capire: che non sa leggere?

Provo ad interpretare le informazioni ma mi arrendo: sicuramente il mio titolo di studio non è sufficiente per la lettura di cartelli informativi “tanto chiari”. Le scale di sicurezza esterne, che collegano un reparto all’altro, sono arrugginite e piene di cicche di sigaretta; cerco qualcuno cui far notare la cosa ma non trovo nessuno. Giungo al reparto: non riesco a sapere quale è il personale in servizio, un dipendente cerca di convincerne un altro ad aiutarlo ad alzare un malato ma viene severamente ripreso: è l’ora della pausa caffè il malato può tranquillamente aspettare.

Non riesco ad avere informazioni sulla stato di salute del mio parente, sulle terapie in atto e sui tempi per i primi responsi. Mi reco nella stanza del malato: è da poco passata la colazione che è rimasta sul comodino: ma come poteva consumarla se era impossibilitato a muoversi? Dopo una breve permanenza saluto tutti e lascio il reparto. Con l’aiuto del “manuale delle giovani marmotte” riesco a trovare l’uscita senza incontrare nessuno per lamentarmi.

Esco e mi dirigo verso il parcheggio. Ho con me un trolley con la biancheria sporca del malato ma salire la ripida scala per il parcheggio diventa una impresa. Arrivato sopra sento il dovere di riscendere e dare una mano alle persone più anziane che cercano di raggiungere il parcheggio: mancano solo le liane per sentirmi nella giungla. Trovo la macchina al sole e sono costretto ad aprire sportelli e finestrini per evitare malori. Percorro a ritroso la stessa strada: tutto è di uno squallore desolante.

A circa cinquanta metri dall’ospedale mi giro con la speranza nascosta di leggere, senza alcuna volontà di offesa per gli africani, “Ospedale di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso”il paese più povero del mondo, invece vedo scritto “Ospedale di Sora”. Arrivato a casa non chiamo i miei figli perché mi vergogno di ciò che la città di Sora domani lascerà loro: i malati hanno la loro dignità.

Che fare? Nuove leggi, rigidi sistemi di controllo? No, nulla di tutto questo. Di leggi ne abbiamo troppe, il problema è applicarle. Il controllo, che spesso viene considerato un atto poliziesco, vile e odioso, deve venire dal cittadino ed entrare a far parte dell’etica civile, nella convinzione che i danni del mancato controllo li paghiamo tutti. Purtroppo l’atteggiamento di sfida alle regole è profondo e rituale nella convinzione che avere le mani libere sia meglio ma senza pensare che, quando le mani sono libere, vincono quelle più svelte a rubare, picchiare, nascondere.

Qualsiasi legge senza vigilanza e cura diventa inutile; fino a quando vigilanza e prevenzione saranno considerate atti di spionaggio non ne usciremo. Non si tratta di chiedere ai cittadini comportamenti da “educande” ma semplicemente di conseguire secondo ragione il bene proprio e della propria comunità.

E allora: perché a Sora non possiamo avere un ospedale che diventi il fiore all’occhiello del nostro territorio?
E se poi estendessimo la stessa efficienza a tutto il resto?
Ora non mi vergogno più. Trascrivo il sogno su un foglio A4 a da oggi lo distribuirò a tutti nella convinzione che ‘non c’è gioia nel possedere qualcosa se non è condiviso’ (Seneca)”

Vincenzo Tersigni
Sora, 5 Marzo 2013

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