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Alessandra Tanzilli: “A proposito del colle S. Casto (e di una strada impossibile)”

Il colle S. Casto è un’area di particolare rilevanza ambientale e archeologica, documentata da fonti letterarie, archeologiche, poetiche, artistiche ed archivistiche (fra tutte Tito Livio, Pietro Diacono, Ryccardo de Sancto Germano, Baronio, Mazzella, Gell,  la Descrittione dello Stato di Sora et  suoi confini, 1579, conservata nel Fondo Boncompagni Ludovisi dell’Archivio Segreto Vaticano;  le rappresentazioni in un Cabreo illustrato del 1739, nella Mappa catastale di Giuseppe Giordano, nella litografia di Pacichelli, nel dipinto del Vanni e nell’altorilievo a stucco del castello Boncompagni di Isola del Liri degli inizi del  XVII secolo). Tutto il colle, oltre che per la presenza del castello del 1520 (ma sorto su preesistenze longobarde, normanne, federiciane, angioine e aragonesi), riveste un altissimo interesse storico-archeologico per la sussistenza di resti del circuito murario in opera poligonale di I – II maniera, eretto da tribù volsco-sannite a protezione dell’oppidum e descritto da T. Livio (Ab Urbe condita, IX, 24): i tratti partono dalla chiesa di S. Antonio fino a raggiungere la sommità del colle, dunque da quota m. 387 s.l.m. fino a m.545, per poi scendere verso il Casino Bartolomucci. Tutta l’area è caratterizzata da  rinvenimenti di votivi fittili, di ceramica protostorica e a vernice nera che documentano la frequentazione già dal VII secolo. E’ segnalabile anche il santuario rupestre della Rava Rossa con edicole ed epigrafi che testimoniano culti agro-pastorali. Sul colle corrono anche lunghi lacerti di  mura medievali, costruite dall’VIII fino al XVI secolo, intervallate da un sistema di  torrette e salienti e che enucleano un’ampia zona che si estende dalla chiesa cattedrale  al borgo S. Rocco. Su via Ravo insiste, tra l’altro, una vasta estensione di ville rustiche terrazzate del I sec. d. C. Più a nord, un grazioso acquedotto  del 1873 testimonia la presenza di acque convogliate per uso privato anche più recentemente. La zona è collegata all’Abruzzo con un sistema di tratturi utilizzati nelle migrazioni transumanti, mentre l’accesso alla sommità del colle è consentita anche da una vecchia stradina selciata tracciata dal Battaglione Artieri nel 1938.

Pertanto, l’area ricade nei vincoli prescritti dalla legge Galasso dell’ 8 agosto 1985, n. 431, per cui “Sono sottoposte a vincolo paesaggistico […] le zone di interesse archeologico. Qualsiasi intervento deve essere autorizzato dagli Organi di controllo; non è richiesta l’autorizzazione, di cui all’art. 7 della legge 29-6-1939, n. 1497, per gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici, sempre che si tratti di attività ed opere che non alterino l’assetto idrogeologico del territorio. Le funzioni di vigilanza sull’osservanza del vincolo di cui al quinto comma del presente articolo sono esercitate anche dagli organi del Ministero per i beni culturali e ambientali”. Secondo l’art. 1-quinquies di detta legge “Le aree e i beni individuati ai sensi dell’art. 2 del decreto ministeriale 21-9-1984, sono inclusi tra quelli in cui è vietata, fino all’adozione da parte delle regioni dei piani di cui all’art. 1-bis, ogni modificazione dell’assetto del territorio nonché ogni opera edilizia, con esclusione degli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici”. Appare perentorio e risolutivo, poi, l’art. 2: “Le disposizioni di cui all’art. 1 del decreto legge 27-6-1985, n. 312, recante disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale, come convertito in legge dalla presente legge, costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica”.

Se Sora fa parte ancora della Repubblica Italiana deve conformarsi a detta legge.

Alessandra Tanzilli

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