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Diocesi: sede a Sora o a Cassino? Tutti i particolari della vicenda

Poco dopo le ore 12:00 di ieri è stato reso pubblico un documento sottoscritto dal Santo Padre contenente il nome del nuovo abate di Montecassino e l’ufficializzazione del “passaggio” delle 53 parrocchie dalla sede diocesana di Montecassino a quella di Sora Aquino Pontecorvo. In buona sostanza, come scrive Katia Valente su Il Nuovogiorno, “la diocesi (cassinate ndr) verrà annessa alla vicina Sora”. La conferma dell’asserto si può riscontrare anche nel primo intervento pubblico del vescovo Antonazzo nella Cattedrale di S. Maria Assunta: Mons. Gerardo legge, come si può ascoltare guardando il video di seguito, che “alla diocesi di Sora Aquino Pontecorvo passeranno le 53 parrocchie” (cassinati ndr).

Bisogna tuttavia sottolineare, per dovere di cronaca, che dopo l’annuncio sono state diramate due versioni differenti sulla vicenda. A pagina 5 de L’Inchiesta di oggi, ad esempio, Fernando Riccardi conclude così il suo articolo: “Il nodo da sciogliere ancora è quello della sede della diocesi, che al momento è ancora Sora, ma dovrà essere spostata a Cassino. I tempi, tuttavia, non sono maturi: servirà del tempo per metabolizzare”.

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Curiosità: il titolo di tale articolo, “Grazie alla nuova diocesi torna a vivere l’Alta Terra di Lavoro”, ci offre l’opportunità per un paio di osservazioni storico-politiche. La prima: l’Alta Terra di Lavoro non comprendeva la Valle di Roveto, che, come si può osservare dalla mappa pubblicata in copertina, nonostante fosse in Diocesi di Sora, era politicamente appartenente all’Abruzzo Ultra. La seconda: l’Alta Terra di Lavoro, comprendente la Diocesi di Sora Aquino e Pontecorvo e quella di Montecassino (bisognerebbe aggiungere anche il circondario di Venafro per l’esattezza e, andando indietro nel tempo, risalire anche al Ducato di Sora) era in pratica uno dei cinque Distretti della Provincia di Terra di Lavoro, con capoluogo Sora. Lo si riscontra chiaramente dal nome della città volsca scritto in stampatello sulla porzione mappa storica di cui sopra (nella mappa anche Pontecorvo è indicata in stampatello poiché apparteneva allo Stato della Chiesa, mentre il nome Cassino non è indicato in quanto prima dell’unità d’Italia la Città Martire si chiamava San Germano). Gli altri quattro capoluoghi della Provincia erano Caserta, Gaeta, Nola e Piedimonte d’Alife.

Tornando alla stampa, di tutt’altra opinione rispetto a Riccardi è Roberta Pugliesi su Il Nuovogiorno. La giornalista sorana riporta nel suo pezzo un virgolettato attribuito a Mons. Antonazzo nel quale si legge che la sede vescovile «resterà a Sora anche per motivi di natura territoriale: con la riduzione della Abbazia territoriale (sulla base del Motu proprio “Catholica Ecclesia” di Paolo VI del 1976 ndr) alla sola chiesa abaziale ed al monastero di Montecassino, la parte restante del territorio, non avendo più un titolo giuridico di diocesi, viene unita a quella di Sora e si configura come un’unica diocesi che a Sora ha la sua sede”.

Quanto a La Provincia ed a Il Quotidiano Ciociaria, sul primo si legge “Diocesi, Sora accorpa Cassino”; sul secondo, invece, dato il formato double-face, da una parte leggiamo “La Diocesi di Sora si allarga e ingloba anche Cassino”, e dall’altra troviamo scritto “Nominato l’abate di Montecassino”.

Per quel che riguarda invece i comunicati stampa diramati dai politici, nello specifico quelli dell’area cassinate, si riscontra chiaramente la volontà di evitare l’argomento riguardante l’eventuale sede sorana della nuova diocesi. Nei testi, difatti, si leggono solo messaggi di benvenuto rivolti al nuovo abate dom Donato Ogliari. Non una parola invece per il nuovo vescovo di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, Mons. Gerardo Antonazzo. Più chiaro di così…

A porgere il classico ramoscello d’ulivo, in conclusione, ha pensato l’ambiente universitario, nella persona del rettore dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Prof. Ciro Attaianese, il quale afferma sulle colonne de L’Inchiesta: «Il primo commento che mi sovviene a caldo è “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Sono sicuro che la Chiesa abbia avuto i suoi buoni motivi per assumere tale decisione, motivi che sono in primo luogo pastorali e che di certo non possono essere giudicati con il metro del campanilismo o, peggio, con quello del potere temporale[…]».

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