giovedì 7 marzo 2013

Non meritiamo di morire in un corridoio del pronto soccorso… (di Lorenzo Mascolo)

Lunedì pomeriggio (04 Marzo ndr), a seguito di una segnalazione telefonica, mi sono recato presso i locali del pronto soccorso dell’Ospedale SS.Trinità di Sora per osservare di persona la situazione. Questo è ciò che ho visto: una quindicina di anziani erano sistemati in altrettanti letti collocati in una stanza di circa 20 mq, altri otto pazienti occupavano due piccole stanze adiacenti, mentre dieci erano parcheggiati lungo i corridoi.

Contemporaneamente altre venti persone, la maggior parte delle quali classificate come “codice giallo”, attendevano all’ingresso del pronto soccorso stesso. Non finisce qui: c’erano anche tre poveretti che sostavano ancora in altrettante ambulanze e non potevano essere trasferiti dai veicoli perché mancavano le barelle. Medici ed infermieri, loro malgrado abituati a questa “normale routine”, cercavano di dividersi equamente tra il loro lavoro di assistenza e quello di persuasione di congiunti e amici degli ammalati, ovviamente molto contrariati per lo stato delle cose.

“Voglio portare mio padre a Frosinone”, dichiarava uno di essi: inutile, perché neanche allo “Spaziani” c’erano posti letto disponibili. Già, i posti letto: molto più croce che delizia dei nosocomi dell’intera provincia, ma anche della Regione. Bisogna precisare, difatti, che scene come quelle di Sora si ripetono tutti i giorni in ogni angolo del Lazio. Questo, però, non ci autorizza a giustificarle con espressioni del tipo: “i cittadini ricorrono con eccessiva facilità al pronto soccorso”. Se le nostre strutture sanitarie pubbliche sono costantemente congestionate non è certo colpa dei cittadini che vi si rivolgono, bensì di una disponibilità di spazi e servizi inadeguata alla quantità di popolazione da supportare, che è pari a 500 mila unità. L’Ospedale di Sora, ad esempio, ha una capienza di 650 posti letto: limitarlo a 200, per poi assistere a scene come quelle che quotidianamente si verificano nel pronto soccorso, è assurdo.

Per concludere, tornando ai tanti nonni ammassati nella stanza di cui sopra, mentre li guardavo mi sono immaginato anziano e lì insieme loro, al termine di una vita onesta e fatta di lavoro; poi mi sono chiesto: è questa la fine che meriterei? Non credo proprio. La presenza dei parenti, l’assistenza amorevole di medici e infermieri, quasi sempre encomiabile, non basta per alleviare la tristezza che ho provato: quei volti sofferenti, quasi desiderosi di morte, rassegnatamente umiliati dopo un “arrivo” diverso da come lo avevano immaginato, mi sono rimasti dentro. La cosa più frustrante è che non posso far nient’altro che raccontarli.

Lorenzo Mascolo – Sora24

Commenti

wpDiscuz
Menu