7 marzo 2014 redazione@sora24.it
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«Avvoca’, salutami Sora». Struggente racconto di Rosalia Bono sugli ospedali psichiatrici

«La legge Basaglia ancora miete vittime….vittime della disumanità! È notizia di questi giorni che gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non chiuderanno neppure ad Aprile 2014,  slittando -la soppressione- al 2017. E ciò perché ancora non é stata programmata una idonea sostituzione a queste strutture. Studiati per prendere il posto dei manicomi, gli Ospedali psichiatrici giudiziari hanno fallito in ogni senso. Lager -legittimati dalla legge- hanno svolto la funzione di parcheggio per tutte quelle persone sfortunate che affette da disturbi mentali si sono resi rei di fatti o atti lesivi loro malgrado, pur non avendo indole delinquenziale. Senza alcuna possibilità per il paziente/detenuto di essere sottoposto a terapie funzionali al suo recupero psicofisico, non essendo, tali istituti, preposti e funzionali a praticare terapie riabilitative ma solo quelle repressive.

Una vera indecenza. Una vergogna per un Paese che assurge all’emancipazione culturale e legislativa. Si violano tutti i principi costituzionalmente garantiti non potendo assicurare il diritto al recupero dell’ integrità psicofisica. Ero una giovane ed inesperta avvocato quando oltre 10 anni fa mi recai per la prima volta in un OPG campano. L’impressione che ebbi fu quella che si vive leggendo il passo tratto dal terzo canto di Dante Alighieri quando entrando nell’ antro dell’Inferno alzando gli occhi il Poeta lesse: “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Infatti io una volta introdotta nei cunicoli tetri, bui ed infelici dell’istituto, dove persino l’aria sembrava rarefatta e satura di inqualificabili odori, venni scortata da agenti sino alla camera dei colloqui dove potetti incontrare il povero paziente/detenuto. Il suo viso triste e la mente lucida a tratti, per niente pericoloso ma trattato da insano schizzofrenico. Il cliente, d’un tratto rasserenato alla vista di una persona che costuituiva il legame con l’esterno, iniziò a parlare di sé . Cambiava espressione a seconda del sentimento che provava…. speranza ….ricordo….amarezza … tristezza …rabbia. Uscendo dalla stanza, stavo per licenziarmi da quel triste colloquio quando lui iniziò a piangere e salutandomi in uno sprazzo di labile lucidità mi disse : “Avvoca’ SALUTAMI SORA”. Ancora oggi mi avvilisce quel ricordo. E la pena per non poter assicurare loro la giusta tutela ed il diritto alla salute».

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