25 giugno 2011 redazione@sora24.it
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Davide Iafrate: Rilanciare l’economia nazionale partendo da un referendum contro i monopoli

Con questa legislatura porremo fine anche alla cosiddetta seconda repubblica, con molta probabilità non arriverà nemmeno alla scadenza naturale. Se poi il coperchio Berlusconi verrà a mancare alla pentola del PDL, allora assisteremo a un rimescolamento (per rimanere in tema) dei partiti. C’è da sperare che quest’ultimi non restino sordi alle richieste di eguaglianza nelle opportunità, che da tutte le parti del mondo partendo dal basso stanno montando ogni giorno sempre con più forza. La futura classe politica dovrà usare come unità di misura la meritocrazia per l’attribuzione degli incarichi a tutti i livelli e non il nepotismo. Ad oggi nessun partito è riuscito a farsi carico di queste richieste perché gli stessi sono governati da varie lobby e nessuno di questi ha provato a scrollarsele di dosso perché sono le stesse che li tengono in piedi. Insomma è un circolo vizioso, un serpente che si morde la coda.

Vi siete mai chiesti perché una farmacia deve guadagnare (perché contingentata) 1-2-3 milioni di euro l’anno, se fossero liberalizzate con questo reddito vivrebbero bene 30 famiglie. Lo stesso accade con gli studi notarili, gli ordini professionali, Ferrovie, gestioni aeroportuali e autostradali, Governance bancarie e assicurative. Ci sono centinaia di lobby da liberalizzare. Perché mai nessuno ci mette mano? Dovremmo proporre un referendum anche su questi temi? Antonio Caricalà, presidente dell’Antitrust afferma: Liberalizzazioni al palo, senza la concorrenza è a rischio la vitalità già compromessa del sistema economico. Tremonti non può allentare i cordoni della borsa perché il nostro debito pubblico italiano che ammontava nel 2009 a 1.750,4 miliardi di euro ( oggi rivisto in crescita) con un deficit nel rapporto debito/Pil 112%.

L’ultimo dato della Banca d’Italia contenuto nella periodica indagine su “I bilanci delle famiglie italiane” attesta che il 10% dei nuclei familiari italiani più ricchi possiede il 45% della ricchezza netta italiana, circa 3.870 miliardi Il restante 90% delle famiglie possiede 4.730 miliardi. La ricchezza netta delle famiglie italiane ammonta a 8.600 miliardi di euro. corrispondenti a circa 350 mila euro in media per famiglia. In contrapposizione abbiamo un debito per ogni singola persona compreso vecchi e neonati di € 29.793 (e oggi questa stima è vista al rialzo) considerando che la famiglia italiana è composta mediamente da 3 persone, circa € 89.379 di debito per famiglia.
Partecipiamo consapevolmente da un ventennio a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri e il Lazio si avvicina al primato negativo della regione più diseguale d’Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. La regione italiana dell’eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia con un coefficiente Gini 29 , regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L’eguaglianza è anche questo. E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l’età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l’incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). “Il benessere diffuso allunga la vita.”

Il “coefficiente Gini” statistico-economista italiano: Corrado Gini ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un’accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell’abbandonarci, però. “L’esperienza del 1992-93 quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza”, ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro “Ricchi e poveri” (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.

Più basso è l’indice Gini, più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell’uguaglianza, l’Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

“In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri”. E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora – si è visto – è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi, tutto fa pensare il contrario.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, impedendo la crescita di quanti volessero emergere.

Siamo alla Terza Depressione mondiale come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class. E l’Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale. L’eguaglianza non c’è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo certificano l’Ocse e la Banca d’Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

Dal 1992 ad oggi, il 5% della ricchezza delle famiglie italiane si è trasferito verso il 10% delle famiglie più ricche ossia circa 430 miliardi di euro, somma corrispondente al 25% del debito pubblico. Con l’accrescersi del debito pubblico di tutti , abbiamo assistito all’incremento di ricchezza del 10% per famiglie italiane più ricche. Il buon senso vorrebbe che quest’ultime contribuissero sostanzialmente al risanamento del debito pubblico. Non si può certo chiedere di dare il sangue a chi ne necessita. Il risanamento del debito pubblico insieme al taglio delle spese inutili oggi più che mai è prioritario. Solo il risanamento degli stessi permetterebbe ai futuri governanti di allargare i cordoni della borsa e attraverso nuove politiche tentare una più equa ridistribuzione dei redditi. Le 107 province costano circa 115 miliardi di euro l’anno. Le 356 comunità montane costano 190 milioni di euro l’anno. I consorzi di bonifica non ci è dato sapere, ma anche quest’ultimo inutile ente sicuramente contribuisce notevolmente ad incrementare il nostro deficit. Senza un perentorio cambio di rotta, (sana politica) veramente si rischia di non tenere più unito il nostro il nostro paese. Non so quanto tempo ancora il 90% degli italiani sarà disposto a sopportare questo deprimente stato di cose.

Lungimiranti imprenditori come Diego Della Valle e Luisa Todini stanno dando il buon esempio alla politici italiani. Il primo investirà 25 miliardi per la ristrutturazione del Colosseo a Roma. La seconda, presidente dell’omonimo gruppo Todini, il 21 giugno ospite a ballarò ha affermato che è disponibile a contribuire compatibilmente e in proporzione alla sua ricchezza personale, al risanamento del debito pubblico. Questo operare, sicuramente a breve termine, comporterebbe un impoverimento o meglio una minor ricchezza per quest’ultimi, ma ripartendo l’economia alla lunga gli stessi ne beneficerebbero e questa sussidiarietà sociale acquieterebbe quel 90% di famiglie che prima o poi saranno costretti, se al più presto non interviene alcun sostanziale cambiamento nella nostra politica, a ribellarsi con forme di lotta e conseguenze oggi non prevedibili.

Davide Iafrate

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