lunedì 13 gennaio 2014 redazione@sora24.it

“Un primo sguardo alle rovine di Sora distrutta”. Il disastro del 1915 nel racconto del Corriere della Sera

Un primo sguardo alle rovine di Sora distrutta. L’affannosa ricerca delle vittime Sora è dei paesi di Terra di Lavoro quello più colpito dal terribile disastro di ieri mattina. Il terremoto l’ha sconquassata tutta, distruggendola. Essa non ha oggi che poche case intatte e della più vecchie, poste alla fine delle nuove costruzioni sul ponte del Liri, là dove era l’antica cittadella. Quando io vi sono giunto in un treno militare, composto a Roma e accresciuto a Roccasecca, ho avuto subito la percezione del tremendo disastro. La stazione è tutta diroccata. Sono rimaste in piedi le due ali estreme. La casa del capostazione, quella degli applicati, gli uffici del telegrafo, le sale d’aspetto, sono tutte distrutte. In mezzo ai binari sono carri d’ogni sorta, carichi di bambini, di ragazzi e di donne, e poi altre donne si accalcano sul marciapiede, in lacrime. Questi disgraziati attendono da ventiquattro ore che giunga qualcuno a dissotterrare i parenti e a salvarli. Quando il treno si ferma e scendono i granatieri del 2° reggimento e 25 uomini della Sanità al comando di un maggiore medico e di altri ufficiali, le donne corrono loro incontro supplicando. Ve ne sono di ogni sorta e sui volti si leggono le sofferenze di una attesa angosciosa. E’ questo il secondo treno che giunge, perché ieri sera a tarda ora ne giunse un altro con un centinaio di carabinieri e quattro sacchi di pane. In un carro ferroviario è l’apparecchio telegrafico impiantato dall’impiegato Penne, rimasto incolume, che funziona ininterrottamente per trasmettere telegrammi di Stato. Ad esso si affollano invano centinaia di persone che chiedono di poter trasmettere qualche parola a gente lontana.

La Prima visione
Quando i soldati appaiono in paese una donna li scongiura che le rechino aiuto per disseppellire due figliuole travolte nelle macerie. Ella giura che sono vive e che rispondono ancora alle sue chiamate e prega cogli accenti più strazianti. Non si frappone indugio ed una squadra è avviata con un ufficiale al luogo indicato. Alla fine della via che dalla stazione conduce al piazzale sono i primi edifici diroccati, attorno ai quali grosse squadre di carabinieri e di soldati lavorano nella speranza di rintracciare alcune persone vive. E’ questo il primo spettacolo veramente straziante per l’immenso cumulo delle macerie. Sono rimaste intatte poche pareti che dimostrano la signorilità degli antichi abitanti. Difatti questi palazzi appartenevano a cospicue famiglie di Sora, ora tutte perite. Nel palazzo Bastardi sono quaranta vittime, di cui otto appartenenti alla famiglia del proprietario. Appena fuori dal ponte, proprio sul Liri che scorre tranquillo, è Sora tutta distrutta. Non un palazzo è salvo. Tutti sono precipitati e laddove il precipizio non è stato completo sono franati tutti i pavimenti. Entro una villa magnifica, la villa Boimond, sono il sindaco, Achille Lauri, il sottoprefetto, cav. Vallera e qualche altra autorità. Essi sono inebetiti dalla tremenda visione. Mi si dice che abbiano fatto ieri in tutta la giornata sforzi di ogni genere e che insieme coi due delegati locali, Torcila e Vinale, abbiano tutto tentato per salvare quanti potevano e che i cinquanta feriti estratti dalle macerie devono la loro vita appunto a questi sforzi supremi compiuti dalle autorità rimaste incolumi. Più in là, oltre il ponte dove finisce la riviera e comincia la via Lungo Liri, le case sono meno diroccate. Qua e là ve n’è qualcuna intatta. I superstiti si sono tutti attendati sulla strada accanto al fiume. Ve ne sono parecchie centinaia sotto le baracche di legno improvvisate. E’ un misto di dolore, di fame e di miseria che strazia l’anima. Uomini e donne che piangono, supplicando; ragazzi che da ieri attendono da mangiare e non hanno nulla. Pochi fortunati hanno cucinato sulla strada un po’ di pasta e la mangiano avidamente. Come avvenne per Messina e Reggio è avvenuto anche qui: la truppa non ha portato seco neanche i viveri di riserva e quindi nessun aiuto ha potuto dare. Gli ufficiali stessi soffrono la fame; si sono rifocillati alla meglio al buffet della stazione di Roccasecca.

Senza Pane
A Sora non esiste più un pezzo di pane. Un negozio rimasto aperto e per fortuna intatto è stato preso d’assalto dai soldati dell’82°, che hanno lavorato tutta la notte; si sono sostenuti a forza di biscotti e di liquori e oggi non vi è più nulla. Questi bravi soldati, qui distaccati col sottotenente Ansalone, erano in caserma al momento del disastro a fare lezione di regolamento. Sono in maggioranza reclute del 31° che al sussulto del suolo scapparono all’aperto. La caserma restò intatta e così pure restarono incolumi il palazzo militare e quelli della sottoprefettura e del municipio. A voler ricostruire il terribile disastro basterà il racconto d’un assistente del Genio Civile, il signor Leone Comincio * (Carmine e non Comincio, padre del futuro capo dell’ufficio tecnico comunale, il geom. Vincenzo Leone). Verso le ore 7, uscito di casa, si era recato nella chiesa di Santa Restituta. In chiesa vi erano già parecchie persone. Solo il prete non era ancora giunto. Egli ne uscì di lì a poco con l’intenzione di ritornarvi più tardi. Era appena giunto sul limitare della porta allorché avvertì il terremoto. La scossa fu così forte che credette di esser buttato a terra. Vide l’ultimo piano del palazzo di fronte spaccarsi, levarsi in alto e cadere in frantumi. Poi vide cadere la cupola della chiesa e le pareti dei palazzi vicini. Atterrito, piangendo, egli corse nel mezzo della piazza e si diede a gridare a tutta forza : « Venite in mezzo, venite in mezzo! ». Ledonne che erano al mercato a quell’ora, proprio a pochi passi dalla chiesa, cercarono di sfuggire alle pietre che precipitavano da ogni parte. Poiché la scossa durava ancora, esse si strinsero tutte insieme, piangendo e invocando aiuto. Di lì a poco tutto il paese fu sossopra, e gli scampati si diedero a correre all’impazzata per le vie. Pochi animosi ebbero la presenza di correre subito al salvataggio. Fra questi vi furono alcuni preti, i Padri Passionisti, i quali accortisi dall’alto della loro casa del crollo dei palazzi, scesero subito nel paese per dare aiuto.

L’organizzazione dei soccorsi
La loro casa era rimasta intatta. Essi, in numero di cinque o sei, insieme ai pochi carabinieri e soldati organizzarono subito una squadra di soccorso. L’assistente Comincio anch’egli si mise a capo d’una squadra e girò. Riuscì così a salvare sei persone, in via dei Volsci. Infine, in un androne tutto coperto di grossi macigni, egli trovò una giovane di cui si intravvedeva soltanto una mano. Sforzi erculei furono fatti per salvare la disgraziata dalla morte e per mezz’ora durarono i lavori. La disgraziata supplicava con un fil di voce che non aveva più forza di resistere e che la salvassero. Ma i grossi macigni non poterono essere smossi e l’infelice morì miseramente. Ancora oggi si vedono tre dita uscire da un grosso masso che la copre interamente. Come siano passate le ore fino alle otto di sera, allorché giunsero i pochi carabinieri mandati da Cassino, è impossibile dire. Di momento in momento la terribile sventura appariva più vasta ed il terrore si impadroniva di quanti erano scampati. Ma pure gli sforzi furono continuati ininterrotti. I padri passionisti, le autorità, i carabinieri e l’esiguo plotone dei soldati, fecero del loro meglio. A sera tarda il lavoro continuò al lume delle torce. Le vie furono girate gridando ed ascoltando nella speranza di sentire qualche voce umana chiamare al soccorso. Ma nessuna voce fu udita. Purtroppo l’enorme cumulo delle macerie copriva di troppo spessore i fiochi lamenti dei moribondi. E poi la schiera dei salvatori era troppo esigua, per l’entità del disastro. Data l’interruzione delle comunicazioni ferroviarie essendo la linea ostruita sulla via di Avezzano, il paese è rimasto interamente abbandonato. I morti estratti ieri furono lasciati tutto il giorno allineati sulla pubblica via e stamane i carabinieri li hanno trasportati al cimitero ove sono stati disposti in attesa dell’identificazione.

CORRIERE DELLA SERA, 15 GENNAIO 1915, servizio dell’inviato speciale del quotidiano milanese a Sora, colpita due giorni prima da un devastante sisma.

NOTA BENE: i testi riportati in questa pagina sono tratti dal volume “Il Terremoto del ’15 – SORA NEI GIORNALI DI ALLORA” a cura di Vincenzo Paniccia, pubblicato nel 1990 e finanziato dalla Pro Loco di Sora. La foto di copertina raffigura la prima pagina del Corriere della Sera uscito il giorno 17 Gennaio 1915 ed è tratta dal volume di cui sopra.

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