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13 Febbraio, Mercoledì delle Ceneri: Don Antonio Di Lorenzo spiega la Quaresima

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Iniziamo oggi il tempo liturgico della Quaresima con il suggestivo rito dell’imposizione delle ceneri. In genere, nell’opinione comune, questo tempo rischia di essere connotato dalla tristezza, dal grigiore della vita, dal rigore. Esso è, invece, un tempo forte e denso di significati. La Quaresima è, infatti, opportunità, occasione favorevole (=”kairòs”) per ritrovare l’armonia e la pace interiore, per stabilire un nuovo rapporto con Dio, con gli altri e con noi stessi. Abbiamo davanti a noi quaranta giorni per sbarazzarci di tutto ciò che distrae dai veri valori e recuperare il primato dello spirito.

Quaranta giorni per creare, nelle frenesia quotidiana, uno spazio da dedicare alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio, per riscoprire la gioia di stare con il Signore e rimetterlo al centro della nostra vita. Quaranta giorni per abbattere muri, sospetti, diffidenze e riconciliarci con gli altri, per aprirci al dialogo con tutti e ridestare il nostro interesse e il nostro impegno a favore dei più poveri della comunità. Quaranta giorni per cambiare e celebrare la Pasqua del Signore e nostra! La cenere che verrà imposta sul nostro capo è un invito ad essere consapevoli della nostra fragilità, ma nello stesso tempo a riconoscere e ad essere fiduciosi nell’azione ri-creatrice e vivificatrice dello Spirito di Dio.

Il Vangelo ci propone di praticare le tre opere che, tradizionalmente, caratterizzano l’itinerario quaresimale: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità nei confronti degli altri. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione.

Questo porta, da una parte, a rinchiudersi in se stessi, cioè ad auto compiacersi, e dall’altra a vivere fuori da se stessi, cioè proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Allora Gesù sottolinea, in primo luogo, la necessità di non farsi dominare dalle cose che appaiono. Ciò che conta non è quanto gli altri vedono. La vita non dipende dall’approvazione degli altri o dal successo delle nostre azioni, ma da quanto abbiamo dentro e dalla verità con cui facciamo le cose, senza “esibizioni” ed “ostentazioni”, cioè preoccupati solo di quello che c’è nel nostro cuore e non di dover piacere a tutti i costi a qualcuno.

La prima opera quaresimale è l’elemosina, che consiste sostanzialmente non nel dare periodicamente qualcosa agli altri, ma nel dare la propria vita senza aspettarsi di ricevere nulla in cambio. Essa è, dunque, caratterizzata dalla gratuità, cioè dalla consapevolezza di aver ricevuto la vita in dono da Dio e, quindi, dall’impegno a metterla a disposizione degli altri gratuitamente. Un modo di vedere e di vivere che purtroppo, oggi, non fa più parte delle convinzioni e dei comportamenti di molti: tutto è diventato calcolo! Persino negli affetti, spesso, si dà nella misura in cui si spera di ricevere. L’elemosina è libertà dall’ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che si ha, dalla tristezza dell’egoismo, dalla chiusura agli altri.

La seconda opera è la preghiera, che è la forza del credente. Nella debolezza e nella fragilità della nostra vita, nella polvere che siamo, noi possiamo rivolgerci a Dio, noi possiamo entrare in comunione con il Signore, personalmente e comunitariamente. La Quaresima è tempo, ma anche scuola di silenzio e di preghiera, cioè apprendistato a non lasciarci travolgere dalla pioggia torrenziale di parole e di immagini che ogni giorno si rovescia su di noi e a sentirsi avvolti dalla presenza del Signore in tutti i momenti e in ogni luogo, superando la separazione tra i tempi da dedicare alle orazioni e quelli delle altre occupazioni; e, soprattutto, superando la presunzione di potercela sbrigare da… soli. Nella Bibbia, più che nei tanti opuscoletti che circolano nelle nostre chiese, ci è data la possibilità di imparare l’alfabeto dell’incontro con Dio.

E, infine, il digiuno. La pratica dell’astensione dal cibo non ha chiaramente scopi… dimagranti. Possiamo rilevare almeno due dimensioni del digiuno. La prima è strettamente personale: astenersi dal cibo o da tutto ciò che è voluttuario e superfluo, affrancarsi dal bisogno spasmodico e divorante delle cose serve a sentir fame di ciò che veramente conta nella vita. C’è il digiuno del mangiare e bere, ma anche del parlare, dell’ascoltare, del vedere, del vestire, del divertirsi, dell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione, dello spendere in varie forme di giochi e scommesse, dell’uso di sostanze e di tutto ciò che altera la nostra coscienza e ci fan perdere di vista i valori essenziali.

La seconda dimensione è più comunitaria: non si digiuna per accumulare, per risparmiare e mettere da parte, ma per coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente. Il digiuno è un invito a una vita sobria, meno dominata dal materialismo, meno prigioniera dell’amore per se stessi e più attenta, invece, ai bisogni degli altri, soprattutto di chi vive nelle ristrettezze economiche e in situazioni psico-fisiche o affettivo-relazionali precarie. “Misericordia io voglio e non sacrificio”, ci ricorda il profeta Isaia. Proviamo a scomporre il termine misericordia: dal latino “miseris cor dare”. Guardate un po’ cosa viene fuori: “dare il proprio cuore a chi è nella miseria”, “provare compassione e prendersi cura di chi è nell’indigenza”.

La Quaresima, dunque, con le tre tradizionali pratiche dell’elemosina, della preghiera e del digiuno si configura così non come un tempo di mortificazione per essere buoni, ma come un percorso pedagogico-spirituale che ci aiuta a ri-orientare (=”convertire”) la vita, a crescere e ad avanzare verso la maturità.

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