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1853-56: l’epidemia risparmia Sora, che ringrazia con la grandiosa processione della Maonna Ranna e di tutti i Santi (di Lucio Meglio)

Martedì dopo Pentecoste. Oggi per noi è un giorno come tutti gli altri, scandito dalla quotidianità del lavoro, della scuola, della famiglia, e la città resta immersa nel frenetico turbinio del traffico e dei luoghi del commercio. Eppure, fin poco meno di cinquant’anni fa, questo giorno rappresentava per Sora il momento più alto dell’espressione di quella che, il sociologo tedesco Georg Simmel, definisce esser la predisposizione naturale dell’animo umano all’apertura con qualcosa di sconosciuto e misterioso, che altri non è che la befindlichkeit, ossia la religiosità di un popolo.

Una festa che non aveva eguali sia nel tessuto cittadino che nell’intero comprensorio, che ancora oggi i nostri nonni ed i nostri genitori, allora fanciulli, ricordano con profonda commozione. Ma in cosa consisteva tale festa? Altri non era che una processione generale di tutti i santi venerati nella città di Sora, che sfilavano per le vie del centro cittadino accompagnando, o meglio scortando, la Madre Celeste, rappresentata dalla Maonna Ranna, ossia l’antica statua della Madonna di Valfrancesca, definita “grande” (dal dialetto ranna) sia per via del maestoso trono processionale sul quale veniva adagiata e solennemente portata in processione, che per le grazie da Lei dispensate.

La data di origine di tale forma di pietà popolare non è molto antica, risale difatti al 1856, quando il regno delle due Sicilie fu colpito, tre anni prima, da una violenta epidemia di colera che dalla città di Napoli si diffuse fino al meridione causando molteplici vittime. Le uniche zone del regno risparmiate furono le terre dell’alta Terra di Lavoro, l’epidemia si fermò difatti a Formia. Fu allora che i cittadini di Sora, informati dell’arretramento del violento morbo, decisero di elevare il ringraziamento alla Vergine Santissima di Valfrancesca, la quale invero già veniva invocata contro i periodi di siccità o le calamità naturali, ed assieme ad essa furono portati in processione tutti i santi della città.

Da questo momento ogni anno tale evento diventò il momento più alto della religiosità sorana. Man mano che passavano gli anni alla processione si aggiungevano sempre più statue, fino ad arrivare ad un numero massimo di quaranta statue circa a fine ottocento. È così che figurano santi che oggi restano solo nella memoria come Santa Terenzia, delle suore di carità, San Benedetto Giuseppe Labré, con il suo unico devoto cazzitte, o San Benedetto Abate, venerato nell’abbazia di San Domenico di Sora, ed ancora molti altri. Come si può ben immaginare l’evento era di grandissime proporzioni e l’autorità ecclesiastica, fin dall’inizio, cercò di regolamentarne il funzionamento con rigide regole.

Con il passare degli anni si pensò di ridurre il numero delle statue, cosa che avvenne nel 1932 quando il vescovo Mancinelli, con un suo decreto, stabilì che fossero diciassette, inclusa la Madonna, le statue che dovevano partecipare alla processione generale del Martedì di Pentecoste. Ma la società si sa è un corpo in continuo divenire, caratterizzato al suo interno da molteplici trasformazioni sociali e culturali che nel corso degli anni mutano le categorie rappresentative del nostro codice valoriale e morale. È così che il vento secolarizzatore del novecento ha iniziato, negli anni cinquanta, a smorzare la fiamma della fede incrollabile nei santi e nella Vergine Maria. Così arrivò il 1961 quando, con l’approvazione del nuovo ordinamento per la disciplina delle processioni nella città di Sora da parte del collegio dei parroci della città, si arrivò all’abolizione della centenaria processione della Maonna Ranna.

Eppure vi è una cosa che il vento secolarizzatore, sopra menzionato, non può smorzare, la memoria storica che si tramanda di generazione in generazione e che rappresenta la carta d’identità ed il profilo genetico della nostra comunità. Tale memoria oggi è presente nel volume di Lucio Meglio e Romina Rea, Il culto della Madonna e dei santi nella città di Sora, che presenta per la prima volta la storia completa di questa processione. Dall’elenco completo delle prime statue partecipanti, a quelle che nel corso degli anni si aggiunsero, fino alle rigide regole di funzionamento stabilite dai vescovi nel novecento.

Non solo, ma il testo si presenta come una vera e propria enciclopedia della religiosità sorana. Nelle oltre trecento pagine di scritto che compongono il volume, si ritrovano le notizie storiche di tutte le chiese della città di Sora, esistenti e non, parrocchie e cappelle, assieme a tutte le edicole votive che “illuminano” i palazzi della nostra città. Alla storia degli edifici di culto si affianca una lettura agiografica dei culti santorali che nel corso dei secoli si sono venuti a consolidare nella nostra città. Una lettura che, seguendo la scuola di pensiero dell’archeologia cristiana, ha messo in luce gli aspetti essenziali della religiosità popolare sorana, caratterizzata al suo interno da un lato, da credenze in culti e leggende del tutto fantasiose, come quello patronale a S. Restituta,  dall’altro a devozioni verso santi la cui figura storica è un caposaldo della storia ecclesiastica medievale, come S. Domenico Abate.

Un testo fondamentale, dunque, della storia religiosa di Sora che, ogni “vero” sorano e non, dovrebbe avere nello scaffale della propria libreria, assieme ad altre recenti pubblicazioni sui costumi, i personaggi ed il dialetto della nostra città, che storici e studiosi locali ci hanno donato.

Il volume, presentato ufficialmente qualche mese fa nella cornice della sala Gioia della prepositura di S. Restituta, sarà oggetto di un incontro letterario il prossimo 15 giugno alle ore 17.30, presso la libreria Universitas di Sora, via S. Tommaso d’Aquino; occasione nella quale sarà proiettato un video inedito a colori della processione della Maonna Ranna, accompagnato da foto storiche di Sora e del mondo religioso della città.

Lucio Meglio

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