2,5 mln di edifici da mettere in sicurezza. Nel 2017, al Sud, 50% edifici costruiti fuori dalle regole

L’ANCE fa il punto sullo stato dell’arte delle infrastrutture e del patrimonio immobiliare del Mezzogiorno.

Il patrimonio immobiliare italiano vale 6.000 miliardi di euro, ma 2,5 milioni di edifici risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione. Il 70% è stato costruito prima dell’emanazione delle norme antisismiche con oltre 800 mila edifici realizzati più di 40 anni fa e complessivamente  circa 9 case su 10 si collocano in una classe energetica scadente, con costi insostenibili per il nostro Paese.

E’ quanto è emerso oggi dal VII convegno organizzato dal gruppo Giovani imprenditori del Mezzogiorno di ANCE, a Gaeta, dal titolo: Manutenzione e riqualificazione delle infrastrutture e del patrimonio immobiliare. Occasione per fare il punto sui temi della sostenibilità̀ e della sicurezza delle infrastrutture e del patrimonio immobiliare. Un evento a cui erano presenti, oltre alla rete ANCE, anche alcuni tra i principali soggetti legati al mondo delle Istituzioni, delle infrastrutture e della finanza per concordare le azioni da intraprendere nel prossimo futuro.

I dati di scenario presentati risultano pesanti, soprattutto per quanto riguarda il Sud Italia, in cui si concentra più del 40% dello stock edilizio del nostro Paese e per cui i numeri legati all’abusivismo risultano allarmanti. Secondo l’Istat tra il 2005 e il 2015 l’indice nazionale dell’abusivismo è salito dall’11,9% al 19,9%, per scendere nel 2017 al 19,4%. Un calo dovuto a un virtuoso trend nelle regioni del Centro Nord, mentre  per le regioni del Sud se nel 2005 l’indice era del 33,2%, nel 2015 è salito al 40% e nel 2017 è giunto a un impressionante 49,9%. 

“Case costruite fuori dalle regole, spesso in aree e territori ad elevatissimo rischio sismico e idrogeologico, costruite in economia e quindi più facilmente soggette a degrado e dove il rischio cresce in misura esponenziale.” Così afferma il presidente dei Giovani Imprenditori del Lazio . “Ed è il rapporto tra edificato e territorio che chiama in causa la questione nevralgica della sicurezza. Da un lato, Infatti, abbiamo un patrimonio vecchio e ad elevata dispersione energetica, costruito in tempi di scarsa consapevolezza e di insufficiente normativa rispetto ai rischi sismici e in momenti storici di forte espansione per quanto riguardava i consumi energetici. Dall’altro abbiamo un territorio fragilissimo e fortemente esposto a rischi naturali”.

Le aree a elevato rischio sismico sono infatti circa il 44% della superficie nazionale e interessano il 36% dei comuni e della popolazione, ovvero quasi 22 milioni di persone e oltre 5 milioni di edifici tra residenziali e non residenziali. Le aree a elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% della superficie italiana e riguardano l’89% dei comuni e poco meno del 10% della popolazione, poco meno di 6 milioni di persone che abitano e lavorano in oltre un milione e 200 mila edifici.

Cartina di tornasole dello stato di degrado e degli elevati rischi a cui è soggetto il nostro patrimonio e i nostri figli è rappresentato dagli edifici scolastici.  Nei territori a particolare rischio sismico (zona 1 e 2) vi sono oltre 17.000 edifici pari al 43% del totale delle scuole italiane. Di queste solo il 21% è progettato o adeguato alla normativa tecnica di costruzione antisismica. Il 43% non dispone di certificato di collaudo Il 59% non dispone della prevenzione incendi Il 21,4% non ha un piano di emergenza e il 42,5% non ha accorgimenti di riduzione dei consumi energetici. “Siamo di fronte a un’emergenza nazionale drammatica, i cui costi in termini di degrado, di condizioni ambientali e di sicurezza mettono a rischio il futuro delle nuove generazioni”, afferma Dell’Uomo.

Come ha ricordato il Coordinatore dei Giovani imprenditori ANCE del Mezzogiorno, : “Negli ultimi 5 anni si sono registrati nelle nostre scuole ben 206 crolli. Campanelli di allarme di un degrado e di un abbandono che mettono a rischio la nostra sicurezza e allo stesso tempo minano le nostre potenzialità di crescita e di competizione internazionale. Ci vuole un grande piano di messa in sicurezza del nostro territorio mettendo al centro le infrastrutture.”

Sull’importanza di un grande piano nazionale poliennale si è soffermata , Vicepresidente dei Giovani che ha sottolineato come ad impedire qualunque programma concreto di intervento sia la scarsa capacità di spesa del pubblico: “Negli ultimi 4 anni il gap tra le previsioni e la spesa effettiva è stato infatti di 12 miliardi. L’anno scorso abbiamo registrato -4% di investimenti contro il +6% registrato in Europa. Dati imbarazzanti, che bisogna al più presto invertire. Sarebbe utile superare l’approccio frazionato e occasionale convogliando le diverse progettualità o ambiti di finanziamento verso una pianificazione e un metodo condiviso e rigoroso, volto alla cura costante e continua del Paese, prevedendo una quota importante del PIL (2,5 -3%) per una arco di tempo almeno ventennale.”

Su questo ha chiesto “un impegno forte da parte della politica e dei vertici delle amministrazioni e committenze pubbliche affinché le risorse messe a disposizione vengano spese secondo la pianificazione approvata e nei tempi previsti mettendo al centro dei programmi poliennali prossimi a venire proprio la manutenzione e la riqualificazione delle nostre reti e delle nostre infrastrutture”

Appello ripreso nelle sue conclusioni da , presidente dei Giovani Imprenditori di ANCE, che ha ribadito la necessità di un’azione condivisa da parte di tutta la filiera e di un ascolto da parte delle istituzioni affinché si possa lavorare tutti insieme per un obiettivo comune: rendere il patrimonio edilizio del Mezzogiorno e dell’Italia tutta, più sicuro e in linea con gli standard degli altri Paesi.

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