martedì 25 Giugno 2013

406° anniversario morte Cardinal Baronio: “Cesare Baronio e Giovanni XXIII in obbedienza e pace” (di Luigi Gulia)

Si ostinano a chiamarlo “Salleccone” (il dialetto della carruba) il monumento a Cesare Baronio in Piazza Palestro, da dove il Cardinale rivolge lo sguardo a Torrevecchia, l’antica sua “domus” sorana. Opera dello scultore Pino Conte, per iniziativa dell’Unione Uomini di Azione Cattolica sostenuta dal Vescovo Biagio Musto, fu inaugurato il 27 ottobre 1963, nell’anno dell’enciclica Pacem in terris e della morte di Papa Giovanni XXIII. Angelo Roncalli aveva studiato e venerato il sorano Baronio come un santo.

Nel 1925 ne aveva assunto – com’è noto – il motto «Obbedienza e Pace» nello stemma episcopale per conservarlo fin sul soglio di Pietro. Anche Papa Francesco il 3 giugno scorso, rievocando il cinquantesimo anniversario del transito di Papa Roncalli, si è soffermato sul significato di quel motto. È partito dalla pace Papa Francesco, «perché – ha detto – questo è l’aspetto più evidente, quello che la gente ha percepito in Papa Giovanni: Angelo Roncalli era un uomo capace di trasmettere pace». E poi è passato alla seconda e decisiva parola: obbedienza.

«Se la pace è stata la caratteristica esteriore,  –  ha concluso Papa Francesco – l’obbedienza ha costituito per Roncalli la disposizione interiore: l’obbedienza, in realtà è stata lo strumento per raggiungere la pace». Senza citarlo, Papa Francesco ha ristabilito l’ordine di quelle due parole nell’espressione che Cesare Baronio – “il prete scarpone”, così chiamato per via delle scarpe che in certo qual modo rivediamo ora ai piedi di Papa Francesco – ripeteva ogni giorno nella basilica vaticana prostrandosi davanti alla statua bronzea di san Pietro. Quel gesto non era un ossequio formale, ma il segno del rispetto della tradizione apostolica, il radicamento storico e sostanziale ai testimoni della prima comunità cristiana, la volontà di far rivivere questa ispirazione evangelica negli anni successivi al Concilio di Trento.

Evento agitato dalle inquietudini luterane e dalle rivalità di un’Europa che andava definendo e rafforzando i confini di Stati e potenze politiche tuttora prevalenti. Evento salutare ad una riforma della Chiesa, grazie al rinnovamento della formazione e dei costumi, alla nascita di efficaci congregazioni religiose proiettate “ad omnes gentes” secondo il dettato evangelico, al delinearsi di una capillare presenza e organizzazione pastorale. La vita, la penna, l’azione di Cesare Baronio rispecchiarono gli aspetti più puri e autentici di questo disegno di nuova evangelizzazione, interna ed esterna.

La porpora e gli onori per il suo alto impegno storiografico, universalmente riconosciuto, non intaccarono il suo essere controcorrente rispetto a concomitanti esteriorità di potere che furono l’altra faccia della riforma cattolica. La sua forza interiore era stata educata dalla paternità di Filippo Neri, spirito bizzarro (secondo la definizione di Giovanni Papini) e interprete geniale della Provvidenza divina, e dal senso della storia umana come luogo proprio della Incarnazione. Così egli traduceva in vita vissuta il criterio della pace e della obbedienza. Quattro secoli dopo, sperimentato quel motto da sacerdote, vescovo, diplomatico e pastore, Angelo Roncalli assumerà il nome di Giovanni e saprà accogliere e proiettare sulla Chiesa l’ispirazione del Concilio Ecumenico Vaticano II per suscitare un dialogo di ascolto e di condivisione con il mondo contemporaneo.

Ai Sorani, che siano persone di fede o solo di pace e di laboriosità, Cesare Baronio, nel 406° anniversario della morte, avvenuta a Roma il 30 giugno 1607, rilancia l’eredità di una partecipazione attiva alla elevazione etica e culturale della realtà sociale, civile ed ecclesiale.

Salleccone” sarà forse nomignolo affettuoso, ma certamente riduttivo e inadatto. In altro scenario della città il monumento (destinato, in origine, a Piazza S. Restituta) avrebbe maggiore respiro e lo slancio spirituale impresso dall’artista alla figura del Baronio acquisterebbe maggiore evidenza. Conta di più riuscire a gloriarsi di questo concittadino o conterraneo imitando di lui l’operoso ingegno nello studio e nella scrittura, nella preghiera, nella promozione della carità, nelle imprese d’arte, nel recupero filologico delle antichità, nell’intessere relazioni sconfinate e innumerevoli di cultura e di umanità.

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