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A proposito di “La Grande Bellezza”… (di Roberto Pascolat)

«A proposito di “La Grande Bellezza”… A me il film non convince, certo non lo fanculizzo con l’epiteto fantozziano da corazzata potionkin ma non nego che di sbadigli me ne ha prodotti molti, ma forse era stanchezza. Superato lo scoglio dei primi sessanta minuti, qualcosa poi si inizia a ‘leggere’, ma è sfocato.

A parte la consolidata ed indiscussa bravura di Servillo, per il resto poi non convince più nulla. Carlo Buccirosso ovunque reciti è sempre dentro un film di Salemme, Verdone (e se non sbaglio anche per sua stessa ammissione) non è capace di dare struttura ad un personaggio come quello affibbiatogli dal regista; nel recitare il ruolo del fallito, con connotazioni da fregnone un pò masochista senza far sorridere, non è buono, inutile mettergli baffi e occhiali, non è un attore drammatico. Baffi ed occhiali non drammatizzano. E poi basta con questa Ferilli che per farla diventare attrice basta spogliarla…

Luca Bigazzi è bravo, ma sulla fotografia.. molti dubbi. Troppi, e ribadisco troppi piani sequenza, infiniti, da rottura di palle insomma; inquadrature discutibili e una luce poi… giù, forse in ripresa o chissà forse in post durante la color, ma è una questione di gusti, a me chi non sa illuminare correttamente il buio, non piace. C’è chi poi ha bisogno di una Roma oleografica per raccontarci dentro una storia, c’era invece chi ci raccontava una storia senza dare tutta questa importanza allo sfondo, perché sapeva far parlare la sua storia con i suoi attori. Erano i Monicelli, i Risi, i Comencini, e tutti gli altri che sapevano raccontare un’Italia con le sue disgrazie, le sue paure e anche le sue speranze, lasciando però i background nascosti nello sfocato di un diaframma aperto dentro una focale spesso lunga, e anche in assenza di profondità di campo, quando tutto era a fuoco, lo sfondo era lì in silenzio a non raccontare nulla; lo sapevano fare perché erano bravi, ed erano così bravi da riuscire a farlo con la sola forza delle luci in bianco e nero! C’è una distanza più che temporale tra ieri e oggi a farci capire che il cinema italiano non è poi così cresciuto come avrebbe dovuto, forse perché esso stesso figlio di quella cultura decadentista denunciata dallo stesso regista, ed in questo, paradossalmente, potrebbe finirci dentro proprio lui con tutto il suo film, in cui un’altra morale che si potrebbe leggere è: “questo è il massimo che posso darvi”.

Ci sono molti modi per poter raccontare una storia e quello triste, utilizzato da Sorrentino, chiuso e del tutto riservato in una sua forma che definirei ‘ipnotica’, non mi convince, la sua storia si può raccontare in quindici minuti, cioè con un corto; agli americani poi si sa, basta che gli dai qualcosa di simil-Felliniano ed è fatta, ti danno l’Oscar, perché di cinema non ne hanno, non ne capiscono, e mai ne capiranno nulla.»

Roberto Pascolat

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