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Alvito – coraggio, istruzione, memoria: una scuola contro la crisi

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Alcune scuole non ci stanno. Di fronte ai tagli sempre più pervasivi, di fronte al declassamento dell’autorità dell’istituzione, c’è chi non si arrende e si sforza di trovare la motivazione nella passione, nonostante la fatica che ogni grande passione comporta. In un tempo così precario a livello economico e politico, l’Istituto Tecnico Agrario di Alvito ha voluto riflettere sul futuro della nostra terra, partendo proprio dall’istruzione e dalla scuola. Domenica 27 gennaio l’Istituto ha organizzato una manifestazione,“La scuola nel futuro del nostro territorio”, in collaborazione con il Collegio Provinciale dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati di Frosinone e con il patrocinio del Comune di Alvito, Arsial, Gal, Cooperativa Sant’Anna. Grande deve essere questa passione, se sono stati disposti a tornare a scuola, di domenica, insegnanti, studenti e collaboratori scolastici. Così la scuola mostra di essere un luogo di crescita personale e intellettuale, prima ancora che un tribunale della conoscenza; una comunità, prima che una cattedra con, di fronte, i banchi degli imputati. Domenica 27, attorno ai membri di questa comunità, si sono ritrovati rappresentanti di enti e associazioni, autorità locali, giornalisti, genitori, studenti prossimi all’iscrizione al corso di studi superiore. Alla manifestazione, presenziata dal vicepresidente del Collegio Provinciale dei Periti Agrari, la dott.ssa Natasha Sambucci, hanno partecipato anche produttori del settore agro-alimentare (tra cui molti ex alunni dell’Istituto), allestendo stand con degustazioni, prodotti in vendita e materiali illustrativi. Così l’ex convento di San Nicola, dove ha sede l’Istituto Agrario, costruito nel 1516 su una propaggine del colle degli ulivi di Alvito, con i suoi corridoi antichi, attraversati in passato dai sandali dei frati francescani, si è trasformato nel tempio pagano del buon gusto e del Made in Italy.

Nel grande salone centrale c’è stato, nel pomeriggio, l’intervento di Vittorio Macioce, caporedattore de “Il Giornale”, nato e cresciuto ad Alvito, attivo nella promozione del nostro territorio, attraverso gli appuntamenti estivi del “Festival delle storie”, manifestazione culturale di cui è ideatore e direttore  (quest’anno dal 23 al 31 agosto). Macioce ha raccontato la storia di Giovanni Bernabei, il “contadino di Obama”. Nel giardino della Casa Bianca, vicino a dove Jacqueline Kennedy piantò un roseto come omaggio alla suocera, Rose Fitzgerald, Michelle e Barak Obama hanno messo su, qualche anno fa, un orto di broccoli e zucchine. Tutto è iniziato nella prestigiosa sede romana dell’American Academy, dove si ritrovano intellettuali e artisti di tutto il mondo. Visto il bassissimo tasso di gradimento della cucina, la direttrice, Carmela Franklin, aveva deciso di chiamare una delle più brave chef americane, Alice Waters. Questa, passeggiando per i mercati di Roma e delle zone limitrofe, si era imbattuta nel banco ortofrutticolo di Giovanni Bernabei, agricoltore proveniente dall’Agro Romano. I suoi ortaggi erano così buoni che Alice decise di chiedergli di collaborare regolarmente. Giovanni capiva ben poco ciò che quella elegante signora diceva, conoscendo una sola lingua, la sua lingua madre, il dialetto; ma non si lasciò spaventare e accettò l’offerta: assieme a Alice, in un lasso di tempo brevissimo, risollevò le sorti dell’American Academy. Michelle, invitatolo, insieme a tutta la sua famiglia, alla Casa Bianca, gli chiese di allestire un orto, come simbolo della battaglia al cibo spazzatura che negli Usa è causa di molte malattie.

Grazie alla sua determinazione e al coraggio, Bernabei era riuscito a fare ciò che nemmeno immaginava e oggi è un operatore agricolo di punta, che ha fatto della qualità dei prodotti della sua terra, la sua cifra di riconoscimento, il marchio del Made in Italy che orgogliosamente si impone nei mercati globalizzati. Se è vero, come dice Albert Camus, che “quando si riesce a dare un nome alle cose, si diminuisce la sofferenza nel mondo”, allora, guardando a questa storia, possiamo considerare “coraggio” una parola magica, la parola chiave contro la crisi.

Nella mattinata gli interventi dei Sindaci di Alvito, di Casalvieri e di Casalattico hanno messo in evidenza la necessità di unire le forze per la promozione del nostro territorio così generoso nell’abbondanza delle sue messi e versatile per le variegate possibilità che offre soprattutto a livello agro-alimentare. Sta alle nuove generazioni avere la lucidità di riconoscere la ricchezza, nonostante le difficoltà, e avere il coraggio di fare, senza abbandonare queste piccole città che rischiano di diventare dei presepi morenti. Ma in questa impresa, l’unica bussola a portata di mano è l’istruzione, la più solida possibile, che dia vigore alle intuizioni e un piano d’imposta al coraggio. «In un momento in cui la crisi economica investe i principali settori della produttività, -ha affermato il Dirigente Scolastico dell’Istituto Agrario, il prof. Graziuccio Di Traglia- il nostro Istituto si sforza di mettere in campo tutte le energie tecnico-scientifiche per lo sviluppo delle sue potenzialità. Con il tempo è diventato un referente specialistico nel settore agro-alimentare e agro-industriale, in tutto il territorio, attento com’è al mercato, alla logica di domanda-offerta». “Istruzione”, dunque, è un’altra parola contro la crisi.

Tuttavia in un periodo storico come questo, la scuola ha la responsabilità non solo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. Di fronte a un’educazione sempre meno curata in famiglia e lasciata a percorsi casuali, la scuola, certo, non può fare tutto, ma nemmeno può stare a guardare, limitandosi a fornire solo un armamentario tecnico-scientifico. Infatti durante la manifestazione, è stata colta l’occasione della ricorrenza della “giornata della memoria”, per celebrare attivamente il ricordo della Shoà, uno dei massacri più atroci dell’umanità. Letture di passi di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, che hanno coinvolto studenti italiani e stranieri allo stesso modo, nonostante le difficoltà di lettura di un testo così complesso, sacra rappresentazione contro ogni forma di dittatura, di discriminazione e di bullismo. Alle letture si sono alternati brani musicali, interpretati dagli studenti stessi, a cura del maestro Maiorani. Le autorità presenti, i docenti e gli studenti hanno poi innalzato un canto contro tutti gli olocausti (non solo quello ai danni degli ebrei, ma anche quelli, meno conosciuti ma parimenti sistematici, ai danni dei diversamente abili, degli zingari, dei gay); è stato uno dei momenti più emozionanti della manifestazione: “Auschwitz” di Guccini risuonava tra le stanze antiche del monastero, come una grande preghiera.

L’intera manifestazione è stata salutata da un gruppo di studenti che si è esibito nei balli folkloristici della tradizione del nostro territorio; nel finale il ritmo scandito dai tamburelli e dall’organetto, ha coinvolto tutti i presenti in un grande girotondo. Anche questi balli contribuiscono a mantenere viva la memoria: non basta più solo la memoria nazionale, è importante ri-conoscere anche il patrimonio di storie locale, tanto ricco quanto dimenticato.

Riscoprire il passato per leggerlo in funzione del presente e del futuro, mai per farlo stagnare là, tra le scartoffie, nei cassetti dell’erudizione: solo così il presente acquista profondità e il passato non si appiattisce in una nozione-pasticca. La memoria è come un paio di occhiali: rivoluziona prospettive e panorami. Memoria, ecco un’altra parola contro la crisi.

Davide Di Poce

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