sabato 26 marzo 2016

Frühlingsputz – Pulizie di primavera: il titolo della mostra di Sara Ciuffetta

Inaugurazione della mostra venerdì 1 aprile ore 18:00 a Vercelli a cura di Ilaria Mariotti

“Più ci immergiamo in noi stessi tanto più ci apriamo perché quanto più siamo al germe della nostra totalità, tanto più siamo vicini al germe della totalità di tutti gli uomini”.
Piero Manzoni

“Sara Ciuffetta ascolta gli altri ma ha un problema di udito.
Sara Ciuffetta crede nelle relazioni con le altre persone che sono parte di un percorso di vita, di crescita, di ricerca.
Sara, nei suoi lavori, parla molto di sé.
Sara ha bisogno di circondarsi di tante persone, respirare l’aria di una comunità (o di tante comunità) che molto spesso contribuisce a creare e a tenere in piedi.
Sara passa lunghi momenti in solitudine.
Sara ha passato un lungo periodo a Berlino e spera di andarci più spesso. O forse lavora per andarci a vivere stabilmente.
Sara inizia a lavorare con la pittura, poi trova nell’installazione e nella scultura e nel segno altre modalità espressive giuste, i materiali adatti per visualizzare pensieri e idee. Ma questo fa parte della vita professionale di moltissimi artisti nella nostra epoca presente”.

La mostra, così come gran parte della ricerca di Sara Ciuffetta, si svolge come un racconto autobiografico. Una sorta di ritratto indiretto che mette in primo piano desideri, malinconie, frustrazioni e poi conquiste, ammissioni, richieste. Di una persona, di un’artista, che svolge la propria autobiografia partendo da una domanda inquieta che si pongono gli uomini e le donne: quale è il mio posto in mezzo agli altri? Quale è il posto di ciascuno?

Fotografie, sculture, dipinti, incisioni realizzati in periodi diversi, mostrano un percorso che manifesta il dibattersi continuo tra l’occuparsi di se stessa e l’occuparsi di un “noi” collettivo.

Una mostra che, più che certezze, mette a disposizione punti di vista frammentati che si muovono tra questioni di responsabilità individuale nei confronti degli altri e del mondo – inteso anche come mondo di natura e ambiente – e la necessità di occuparsi di sé e portare se stessa e la propria immagine in primo piano.

Una mostra che si muove su queste quinte progressive, sulla messa a fuoco subito persa e ritrovata altrove, sulle oscillazioni umorali che, come dichiarato dal titolo, necessitano di meditazione, ripensamento continuo, pulizia. Pulizie di primavera, quando gli armadi si aprono, la polvere viene rimossa, gli oggetti risistemati. Per affrontare poi un altro periodo di accumulazione progressiva.

La mostra è costellata da una serie di autoritratti, talvolta indiretti. Sara è nelle fotografie ma Sara è quel cubetto minuscolo di Autoritratto (2014) e di Autoritratto (Cerco di essere razionale) (2014). Per osservarlo meglio, il primo, occorre piegarsi sulle ginocchia e impugnare una lente d’ingrandimento. Sempre che un’osservazione ravvicinata interessi e meriti dunque un po’ di tempo e un po’ di fatica.

Sara si ritrae in A spasso con Argo (2013), il suo cane. A ben vedere Argo c’è davvero, dipinto, Sara no. Il guinzaglio rimane sospeso. Sara è riassunta in un rettangolo con le stesse sue misure di profilo: base per altezza, cm 170 x 20. Un po’ come a dire che, mentre il cane può essere rappresentato, disegnato, dipinto in quanto parte di un mondo di natura, l’essere umano rimane un’incognita, un mistero. Non si può ritrarre perché si fa fatica a dargli un contorno. L’uomo crea inquietudini, un certo disagio. Si fa fatica a trovargli un posto nel mondo. Perché, in primo luogo, la fatica e il disagio sono suoi.

La serie di dipinti che fanno parte della serie Udito ovattato (2012) (che comprende anche sculture e grafica) visualizza gli individui e le relazioni all’interno di uno spazio. Che in pittura è bidimensionale, in altre occasioni, per Sara Ciuffetta, quello stesso concetto di spazio viene declinato come luogo delle relazioni. In occasione della realizzazione di Monumento ai vivi (2011), installazione di arte pubblica nel senso di pubblicamente partecipata (purtroppo la collocazione pubblica non è ancora stata raggiunta per via di una serie di dinamiche politiche assai frequenti nel nostro paese) gli abitanti di Frosinone erano stati invitati da Sara Ciuffetta a donare un oggetto portatore di memorie. Gli oggetti, dipinti del medesimo rosso e resi quasi metafisici, sono stati montati in una sorta di grande obelisco, un monumento ai desideri delle persone vive, Un monito alla società di desideri, generosità, ricordi nel presente e relazioni. In una città che ha poche opere di arte pubblica (contando anche il sacrificato monumento ai Caduti di tutte le guerre di Umberto Mastroianni), pochissimi “beni culturali” che ricordino come le comunità possono produrre pensiero attraverso l’architettura e la scultura, ma capace di azioni generose, di moti curiosi e visionari.

In Udito ovattato più che persone si colgono comportamenti. Una sorta di case studies, campionari di disposizioni spaziali, dai quali cogliere suggerimenti e consigli per il futuro. Un campionario di attitudini, pregiudizi, paure. Un campionario di relazioni umane viste dall’individuo in relazione (e in reazione) con la comunità. La scelta del formato quadrato per le tele, tutte di cm 100 x 100, significa la necessità di costruire uno spazio neutro, costruisce una sorta di osservatorio quasi scientifico, una regola geometrica, sui comportamenti umani che sono studiati, tracciati, misurati. L’uso dei bianchi e dei grigi, le tracce, i segni tratteggiati, i ripensamenti, costruiscono una trama caotica, una sorta di rumore di sottofondo. Passioni, turbamenti, ansie, angosce, sono qui sintetizzate e quasi addomesticate dal tentativo di “regolarle”, misurarle. Il titolo della serie, poi, rimanda ad una pratica dell’ascolto che ha un handicap originario, o un vezzo, o una forma di autodifesa. L’udito ovattato è quello di Sara, ma è anche quello della collettività, dell’insieme di individui le cui strade, in questi spazi, si incrociano. La scultura Cerume (2013) sembra essere monito sia rispetto alla storia personale dell’artista, ma anche rispetto a questa attitudine.

Sara inizia a costruire il suo percorso di ricerca con la pittura: una necessità antica, quella di stendere il colore sulla tela. Una storia di gesto e pennello che qui dichiara le sue radici di studio: Malevič, in primis, il Suprematismo. Il monocromo di Manzoni. La superficie insieme al concetto. Attraverso una pratica antica, attraverso una mediazione concettuale si parla qui di passioni, di umori, di intrecci, di sentimento: tutto raffreddato da una sorta di analisi al microscopio con la consapevolezza della nostra incapacità di voler ascoltare davvero.

Perché a Sara piace raccontare storie. Le raccoglie, le restituisce. A dispetto di quella veste un po’ dura e severa dei suoi lavori. L’elemento narrativo è presente nelle sculture, nei dipinti, nelle grafiche. Nei dipinti, con quel riassunto di umani in figure geometriche, sta tutta la pratica di sintesi e di narrazione che rimanda la mente alla Storia dei due quadrati di El Lissitzky e a certi libri di Leo Lionni.

Anche le incisioni (tutte del 2014) presenti in mostra, sono tutte concepite in serie o potenzialmente parti di una sorta di racconto: la serie dedicata al gesto (Occhi chiusi), alla memoria di tempi, luoghi, situazioni (Condensa/ipnosi, During the sex), alla sostenibilità del gesto – segno capace di costruire un’immagine “scendendo a patti” con l’occhio e con il cervello, aprendosi a potenzialità infinite (Inizio di un’intenzione, Uno scarabocchio è un incontro di tanti segni), chiedendo la collaborazione di altre persone (Diversi segni).

Nel ciclo di fotografie Mi travesto da pietra (2014 – 2015) Sara indossa un casco di marmo. La scultura si fa scudo o diventa la visualizzazione estremamente materiale di uno stato d’animo. La pietra, elemento di natura, diventa elemento estraneo in contesti urbani, comportamenti domestici, ma non riesce a ricompattare uno scollegamento anche dove la figura umana è calata nel mondo di natura (benché antropizzato).

Al raccogliere pezzi di vissuto, ricompattarli con segni che ricordano cicatrici, che non nascondono la rottura ma ne fanno un elemento prezioso della scultura (non mimetizzandosi con le venature della pietra ma sottolineando un fatto avvenuto in un tempo e in luogo), all’aprirsi a nuove esperienze che verranno, è dedicata una traccia che corre lungo tutta la mostra le cui estremità sono la scultura in marmo Elemento I: rottura, ricostruzione, riadattamento (2015) e la serie di incisioni Pulizia ottenute pulendo progressivamente la lastra inchiostrata.

Ilaria Mariotti

Commenti

wpDiscuz
Menu