17 luglio 2013 redazione@sora24.it
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BUONE VISIONI – Il Cinema in TV giovedì 18 luglio (di Aaron Ariotti)

Oggi sono pigro, mi limiterò ad un’unica segnalazione. Era l’estate del 1994, l’anno della mia maturità (quella scolastica, intendo). Abitavo ancora a Torino e insieme ai miei amici neopatentati cominciavo a girare per la città in macchina. La meta non era quasi mai importante: la gioia di quelle giornate stava tutta nel tragitto da un posto all’altro; era quel raro tipo di felicità che riesci a riconoscere anche mentre la stai vivendo. Non esistevano ancora i cellulari, non c’era internet, non c’erano i dvd. Per metterci d’accordo su cosa fare usavamo il telefono o, il più delle volte, il citofono. Poi ci riunivamo a casa di chi aveva la casa libera e, tra un torneo di Sensible Soccer e l’altro, talvolta capitava di affittare un film in videocassetta. Nelle due settimane che intercorsero tra la fine della scuola e l’inizio degli esami di maturità, mentre l’Italia di Sacchi perdeva la prima partita dei Mondiali Usa contro l’Eire, scoppiò la sindrome “Profondo rosso”. Il film di Dario Argento era del 1975 come noi. C’era chi lo conosceva già a memoria, ma ugualmente decidemmo di rivederlo tutti insieme, come in una specie di rito. Anche se nella finzione cinematografica era ambientato a Roma, sapevamo che il film era stato girato in parte nella nostra città. Ci divertiva, noi freschi di patente, l’idea di poter ripercorrere le strade e le piazze immortalate nel film, a bordo delle nostre auto. Fu così che ci mettemmo in testa di ritrovare la villa del bambino urlante. Sapevamo che si trovava in collina, ma non avevamo le coordinate necessarie per orientarci. Girammo a vuoto per due notti, costeggiando a passo d’uomo ogni casa vagamente somigliante, scrutando fuori dai finestrini, con occhi predisposti allo stupore. La terza notte, la trovammo. Non ricordo chi la vide per primo. Scendemmo dalle auto, allegri e frementi come bambini, e ci aggrappammo alle grate del cancello: era proprio lei. Sembrava disabitata e in effetti incuteva un certo timore. Comprendemmo subito la scelta del regista. Restammo un po’ lì fuori, senza far niente, come svuotati. Qualcuno propose di scavalcare, ma il nome della congregazione religiosa sul citofono (Suore della redenzione) indusse noi tutti a più miti consigli; qualcuno si accese una sigaretta e la fumò male; qualcun altro sfidò il silenzio aristocratico di quel quartiere alzando il volume dell’autoradio…

Nel giardino incantato dell’adolescenza, citando Joseph Conrad, “perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l’umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall’incanto dell’esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.” Scoprire se stessi è un’esperienza dove meraviglia e sgomento si fondono in maniera sublime. Non esiste niente di così incantevole e, insieme, di così terribile come l’adolescenza. Poi “uno va avanti. E il tempo pure va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d’ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù”. Chissà se “Profondo Rosso” e il ritrovamento della villa maledetta rappresentarono la nostra linea d’ombra. Di sicuro per noi fu molto più di un film.

Iris lo ripropone alle 21,05, ma non so se avrò voglia di rivederlo. Oggi sono pigro e malinconico. Potrei sempre chiamare i miei vecchi amici e organizzare una proiezione: conoscendoli, so che risponderebbero volentieri all’appello. Il film, per chi ancora non lo conosce, merita di essere visto. La sceneggiatura non sarà un granché (domina l’incongruenza narrativa), ma le atmosfere sono decisamente inquietanti. La trama, in breve: un giovane musicista (David Hemmings) è il testimone oculare dell’assassinio di una nota parapsicologa e si mette ad indagare per conto proprio, aiutato da un’amica giornalista (Daria Nicolodi), ma la situazione si fa sempre più intricata e tutte le persone che potrebbero aiutarlo cadono sotto i colpi dell’efferatissimo killer. “Profondo rosso” appartiene alla fase transitoria di Argento dal thriller, alla quale appartengono “L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio”,  all’horror, cominciata con “Suspiria”. Ad ogni modo, consapevolmente o meno, questo film ha in un certo senso rimodulato il thriller italiano creando epigoni più o meno riusciti. Memorabile la colonna sonora dei Goblin. Attenzione, l’assassino ad un certo punto si vede riflesso in uno specchio!

Buone visioni.

Aaron Ariotti

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