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“Cento Anni di Sora in 796 fotografie”

Oggi pomeriggio la presentazione del libro di Antonio Fantozzi nella Sala "San Tommaso d'Aquino" in Piazza Indipendenza.

Si svolgerà oggi pomeriggio alle 17:00 presso la “Sala San Tommaso d’Aquino” la presentazione del volume “Cento Anni di Sora in 796 fotografie”, a cura di Antonio Fantozzi, sorano classe 1951 residente a Roma per motivi di lavoro dal 1975. Appassionato di fotografia dal 1972, Fantozzi ha esposto le sue foto in numerose mostre personali sia a Roma che, per alcuni anni anche a Sora, presso la sala espositiva del Museo della Media Valle del Liri. Di seguito la prefazione del Prof. Luigi Gulia e una nota dello stesso autore.

Prefazione

«La foto bella può essere tecnicamente a posto, piacevole. La buona fotografia può essere mossa e sfocata, ma racconta, parla» fece notare con severità Ugo Mulas, già maestro della fotografia, al poco più giovane Gianni Berengo Gardin ma ancora alle prime armi di una carriera che lo fa definire oggi “il fotografo d’Italia”, fedele alla tradizione analogica nell’epoca del digitale (ricca di sofisticata tecnologia, più povera di pensiero).

Appare ispirata alla filosofia di ambedue i maestri citati la ricerca di Antonio Fantozzi. Il risultato sono le centinaia di foto, più o meno conosciute, raccolte in questo repertorio: 796, più delle sonate per clavicembalo (c’è chi ne conta 555) di Domenico Scarlatti con varietà tematiche che si susseguono e si richiamano tra loro: quasi un’ideale analogia che accosta l’effetto dei suoni e quello delle immagini. Le quali, in questo volto di Sora consegnato alla memoria, raccontano, parlano, emozionano. Hanno il pregio di essere “buone”. Documentano un paesaggio urbano prevalentemente racchiuso dall’abbraccio del fiume Liri e protetto dalla doppia collina piramidale dei santi Casto e Cassio. Pur modificato nel corso di un secolo dal sisma del 1915 e da interventi umani, discutibili e irrimediabili, esso è connotato proprio dal fiume e dal colle, nella conca luminosa delle propaggini degli Ernici orientali con lo sfondo massiccio dell’Appennino Centrale. I ponti sul Liri raccordano il cuore della città ai rioni che ne hanno registrato l’espansione rendendo, nello scorrere dei decenni, meno periferiche le vaste contrade rurali, dalle quali è ben visibile la vetusta Rocca Sorella e tutte – ha scritto Vincenzo Paniccia – «si riconoscono in quell’identità paesana che trova il suo simbolo proprio in S. Casto».

Più delle altre, che pure accostano trasformazioni architettoniche di edifici carichi di storia passata e recente, più degli scorci che seguono i viali alberati lungo i muraglioni dell’una e dell’altra sponda del Liri o che aprono sulla nuova Piazza della Santa Patrona e sul nuovo Corso de’ Volsci, parlano le immagini animate dalla presenza di persone. Parlano le contadine d’inizio secolo accovacciate nei loro costumi sul Ponte di Napoli con i cesti di vimini colmi di primizie paesane. Parlano uomini, donne e bambini che rinnovano la scenografia di decenni diversi in Piazza Garibaldi, già Piazza Cerere. Parlano le ferite di una città lacerata dalla distruzione e dal lutto, divenuta “un immenso carnaio” poco prima delle otto del 13 gennaio 1915, come annotò Antonio Scarfoglio per il “Mattino” di Napoli. Parlano le folle adunate per eventi religiosi e civili o per acclamazioni collettive di un ventennio lontano. Parlano i volti festosi dei neozelandesi che, dismesse le armi, suggellano di pace e speranza i giorni sorani della Liberazione. Parla l’antica liturgia del mercato di una città industre e operosa. Mi figuro la gara di memoria di quanti si proveranno a comporre didascalie per ciascuna immagine di questa fitta collezione di affetti. Mi figuro anche i dubbi, le domande, forse lo stupore dei più giovani che cercheranno segni e raccordi di una storia sentita narrare e di cui vorrebbero scoprire l’intreccio e l’origine più remota, come quando di un volto amato desiderano leggere ogni pensiero del cuore e della mente.

Verrebbe da chiedersi anche che accadeva nella case, nelle piazze, lungo le strade, nei negozi, nei laboratori artigianali, nelle scuole, nell’ospedale, nei palazzi pubblici, nelle chiese, nei caffè, nelle osterie, negli opifici, nei campi cui rinviano le immagini raccolte come atto d’amore da Antonio Fantozzi. Molte risposte sono già nei tanti libri della generosa storiografia locale. Altro esercizio d’amore consisterà nel dare voce ad ogni fotografia, cercando di percepire i segni del tempo tradotti in pensiero.

Luigi Gulia
Presidente del Centro di Studi Sorani
“Vincenzo Patriarca”

Nota dell’autore

Di libri con fotografie di Sora ormai ne sono stati pubblicati tanti ma, a mio giudizio, tutti non completi delle tantissime fotografie esistenti e, soprattutto tutti hanno riprodotto foto più o meno leggibili e nello stato in cui si trovavano con parti mancanti, sbiadite, con colori alterati o rovinate dall’incuria o dal tempo.

Ma l’idea che cullavo già da qualche anno era quella di raccoglierne il più alto numero possibile, sistemarle e migliorarle per quanto più fosse possibile, uniformarle nella tonalità ed eliminare anche le colorazioni non corrette. Sono state aggiunte le parti mancanti, tolti i graffi, macchie, strappi e tutti quei segni che le hanno inevitabilmente trasformate, sbiadite e reso quasi illeggibili.

Oggi la tecnologia e le attrezzature, sicuramente migliori, permettono risultati impensabili fino a qualche anno fa e molte fotografie sono ritornate quasi al loro primitivo stato. Inoltre ho voluto aggiungere anche alcune delle foto (118) da me eseguite in questa città agli inizi della mia passione per la fotografia.

Ho ricercato tutte le immagini e cartoline che compongono questo libro (796 foto) per l’amore che nutro per questa città, con caparbietà e tra difficoltà e molte diffidenze. Non è stato facile reperirle poiché molti che le possiedono le tengono gelosamente nascoste o non vogliono saperne di condividerle, altri hanno mostrato diffidenza o, peggio, indifferenza al progetto da me proposto.

Amo la “fotografia” con tutto il suo mondo e sono convinto che le foto rappresentino i nostri ricordi, raccontino la storia, la “nostra storia” e questa non può essere tenuta celata bensì palesata, condivisa e fatta conoscere a tutti. Questo è stato il mio intento: condividere e fare conoscere a quante più persone possibile.

A chi, come me, è nato in questa città, raccontare cento anni della sua storia e, attraverso queste immagini mostrare i notevoli cambiamenti avvenuti che ci rimandano ad un “come eravamo” e che passano attraverso momenti di tragica disperazione o di normale vita quotidiana.
Molte delle immagini qui raccolte, oltre quelle (come già detto) da me eseguite in anni passati, sono di mia proprietà, altre, prestate gentilmente da parenti o amici, sono state repertate, datate e ordinate per anno, località o evento.

A tal riguardo ho anche reperito una pianta catastale di Sora come era prima del terribile terremoto del 13 gennaio 1915 che, oltre alle numerose vittime ha letteralmente cambiato la distribuzione e la fisionomia della città. Ho quindi ridisegnato ed allegato al libro detta planimetria per rendere, anche in questo caso, più fruibile (e quindi più leggibile per i non addetti ai lavori) la diversa dislocazione delle strade, piazze, chiese e palazzi del centro storico. Spero che questo lungo, paziente e certosino lavoro possa essere appannaggio di tutti, specie delle nuove generazioni o di quanti non hanno mai avuto modo di vedere la nostra città “come era” una volta.

Antonio Fantozzi

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Davvero incredibile ciò che è accaduto qualche giorno fa. Sono tantissimi quelli rimasti con un enorme punto interrogativo sopra i capelli.