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Considerazioni di Paolo Guido Consigli su Celentano al festival di Sanremo

Ci sono momenti nella vita in cui bisogna avere il coraggio di confermare le proprie scelte nel tentativo di ridurre il più possibile quel solco esistenziale che divide ciò che si dice di essere da ciò che si è.
Da giovane cristiano ho il dovere di difendere la mia fede, da giovane cittadino ho il diritto di non essere discriminato per le mie scelte, da giovane uomo ho il dovere di rispettare e il diritto di essere rispettato. Sapete, in questi anni ho compreso che è più facile dire di “si”, ma ci sono casi in cui è necessario dire di “no”, come quando si calpesta un palcoscenico pubblico che pertanto dovrebbe essere garante come della libertà di pensiero così del rispetto collettivo. Ed è per questo che dobbiamo dire di no, che dobbiamo avere il coraggio di tagliare quel “filo rosso” di odio che si vuole interrompere con altro odio, perseguitando la violenza con la violenza.
Tutto questo non fa altro che dare voce al “macabro bisogno” del pubblico, al bisogno di stupirsi sempre e sempre di più, come accade di fronte alla spettacolarizzazione della morte in diretta o durante i processi televisivi. È questo il guaio, è questo il “figlio d’arte” nato all’ombra del piccolo schermo, mentre lo “spirituale” dovrebbe tornare a quel posto rubatogli indegnamente dal “virtuale”, mentre bisognerebbe indignarsi, anziché stupirsi, perché, si sa, meravigliarsi vuol dire demonizzare, associare “il male” con “l’altro”.
Così i mass media rinunciano a quelle nobili vesti che vedono nella mediazione la necessità di meta-bolizzare, così da interiorizzare l’odio, da riconoscerlo e combatterlo, e non di dia-bolizzarlo, consentendo ad un cantante che passò dal canto al sermone, che si scoprì teologo e predicatore, di mostrare quanto la generalizzazione e il qualunquismo siano i genitori putativi dell’ignoranza, mentre ci sono preti e frati ( gli stessi che lui ha incluso nel suo messaggio all’Italia tra un applauso e l’altro ) che quotidianamente muoiono sotto le armi e i pre-giudizi in India come in tante altre parti nel mondo. Un Adriano, aggiunge Marcello Veneziani, che quando canta accende i cuori e quando parla spegne il cervello. Dobbiamo, allora,  saper tornare ad indignarci, così come Freud suggeriva in un memorabile dialogo con Einstein per descrivere la caratteristica principale dei pacifisti che “fanno la guerra alla guerra”, per ingannare la violenza di qualunque tipo e sotto qualsiasi abito, per essere uomini veri, prima ancora che cittadini e cristiani.

Paolo Guido Consigli

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