EFFETTI DELL’INQUINAMENTO DA PM2,5 SUL CERVELLO (di Maurizio D’Andria)

Una recentissima ricerca medica svolta su un campione di popolazione esposta ad inquinamento dell’aria da PM2,5 dimostra che l’inquinamento da PM2,5 causa gravi patologie al cervello umano e dunque, seri rischi di morte prematura. Ricordando che 102 persone stanno  facendo una durissima battaglia in Tribunale per difendere la salute pubblica di 40.000 residenti di Sora e Isola del Liri (minimo) contro l’inquinamento da PM2,5 prodotto dalla Cartiera del Sole di Sora – Burgo SpA, pubblichiamo i risultati di detta ricerca medica al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e la Magistratura inquirente e giudicante a non sottovalutare minimamente gli effetti dell’inquinamento nel medio e lungo periodo e a costringere l’azienda in questione ad adottare gli indispensabili (non che previsti per Legge) abbattitori di ossidi di azoto e nano polveri oggi completamente assenti.

Perciò invitiamo tutti i cittadini/e a partecipare alla assemblea pubblica del 21 giugno, ore 17,30 che si terrà presso l’auditorium “Vittorio De Sica” di piazza Mayer Ross (ex Capitol) a Sora.

Maurizio D’Andria

Coordinatore Class Action per 102 firmatari

SE L’ARIA È INQUINATA IL CERVELLO INVECCHIA PIÙ RAPIDAMENTE.
L’esposizione a elevati livelli di PM2,5 si associa a un minore volume totale del cervello, un marcatore di atrofia cerebrale età-correlato, e a tassi maggiori di infarti cerebrali subclinici. È quanto afferma Elissa Wilker dell’Unità di ricerca di epidemiologia cardiovascolare al dipartimento di medicina del Beth Israel Deaconess medical center di Boston, nonché firmataria di uno studio pubblicato su Stroke i cui risultati suggeriscono un insidioso legame tra inquinamento atmosferico e deterioramento cerebrale nelle persone senza demenza o pregressi ictus.

Partendo dal fatto, noto da tempo, che l’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di eventi cerebrovascolari, i ricercatori statunitensi, in collaborazione con i colleghi israeliani dell’Università Ben Gurion del Negev a Beer Sheva, hanno studiato i livelli di esposizione all’inquinamento in oltre 900 partecipanti al Framingham heart study, tutti sopra i 60 anni e liberi da demenza o pregressi e ictus, valutando con immagini satellitari la distanza di residenza dalle strade principali in termini di concentrazione di polveri sottili (PM2,5) emesse non solo dai mezzi di trasporto ma anche da fabbriche, centrali elettriche e combustione da legna o carbone.

I dati ottenuti sono stati poi correlati non solo con il volume cerebrale totale, ma anche con quello dell’ippocampo, l’area del cervello che controlla la memoria, con l’intensità di segnale della materia bianca e con la frequenza di infarti cerebrali asintomatici. E dai dati raccolti emerge che un incremento di soli due microgrammi (μg) per metro cubo nella concentrazione di PM2,5, ossia un valore abitualmente rilevato sia a New York sia nelle aree metropolitane del New England, si associa da un lato a maggiori probabilità di infarti cerebrali subclinici e dall’altro a una riduzione del volume cerebrale pari a circa un anno di invecchiamento.

«Questo è uno dei primi studi a esplorare il legame tra struttura cerebrale e inquinamento, dimostrando uno stretto rapporto tra particolato fine e accelerato invecchiamento del cervello in individui altrimenti sani» riprende la ricercatrice, sottolineando che, nonostante i meccanismi con cui l’aria inquinata potrebbe affrettare il deterioramento dell’encefalo restino in gran parte da chiarire, l’infiammazione sistemica dovuta al deposito di polveri sottili nei polmoni gioca probabilmente un ruolo chiave. E Sudha Seshadri, neurologa alla Boston University school of medicine e coautrice dell’articolo, aggiunge: «I nostri risultati indicano che, rispetto a chi risiede in zone meno inquinate, un modesto aumento della concentrazione di polveri sottili nell’aria, comune a molte città del mondo, invecchia il cervello di qualche anno in più e accresce del 46% il rischio di ischemie cerebrali subcliniche». Fatto preoccupante, in quanto gli ictus silenti aumentano non solo il tasso di eventi cerebrovascolari di rilevanza clinica, ma anche il rischio di sviluppare sintomi depressivi, disabilità da disturbi della deambulazione e demenza. «Servono altri studi per confermare o confutare questi risultati, con valutazioni longitudinali dirette a determinare i fattori che mediano l’associazione» concludono gli autori.

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