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EVENTI E CULTURA

Giuseppe Tomassi: l’11 Febbraio di cento anni fa iniziava una bella storia sorana

A un secolo esatto dalla nascita, ripercorriamo le tappe principali della vita di un protagonista del Novecento sorano.

Lorenzo Mascolo
Lorenzo Mascolo

L’11 Febbraio 1924, a Sora, nasceva Giuseppe Tomassi (clicca qui per scaricare gratuitamente in formato PDF il libro a lui dedicato da Antonio Mantova o clicca qui per riceverlo in versione cartacea da Amazon).

Oggi, a cento anni esatti di distanza, vogliamo ricordarlo senza rifugiarci in inconsistenti atteggiamenti nostalgici, aspetti storiografici o interpretazioni personali (alias soggettive). Al contrario, e molto più semplicemente, utilizzeremo i dati macroscopici della sua vita privata, imprenditoriale e politica, con l’obiettivo di rendere il suo profilo stimolante o almeno utile per i giovani sorani di oggi.

Nel seguente testo si parlerà, senza essere tifosi delle proprie opinioni, di un uomo che è riuscito a realizzare moltissimo nella sua vita, nonostante una serie di congiunture che, se fossero prevalse, avrebbero potuto impedirne sia la crescita sia la definitiva affermazione.

Seguendo lo schema del ragionamento asettico, nell’intento di perseguire l’obiettivo palesato nell’introduzione, possiamo pensare di concentrarci su cinque aspetti:

  • LA PERSONA
  • IL CONTESTO
  • IL LAVORO
  • LA POLITICA
  • IL FUTURO

LA PERSONA

Ci sono tre momenti strettamente personali di Tomassi indiscutibilmente rilevanti nell’ottica del prosieguo della sua vita: due negativi e uno positivo.

Il primo: la perdita della madre appena 39enne, avvenuta quando Giuseppe aveva appena 16 anni.

Il secondo: la perdita del padre, sopraggiunta quando aveva 21 anni.

Il terzo: il matrimonio con la Sig.ra Maria Mitrano, classe 1919 cioè più grande di cinque anni rispetto a lui.

Una possibile chiave di lettura: da un lato abbiamo, per così dire, due “tempeste” che, immaginando la vita come un mare e la persona come una barca, possono sicuramente provocare un naufragio, ovvero la morte prematura della mamma e del papà. Dall’altro, la fine del moto ondoso e il ritorno al mare calmo, all’equilibrio: l’ingresso nella vita di Giuseppe di una moglie forte e saggia. Proprio qui, forse, si potrebbe scrivere la parola “Start” per questa bella storia.

IL CONTESTO

Ci sono tre archi temporali che rendono ancor più complicata l’emersione di Giuseppe Tomassi, e riguardano tutti la nostra Sora: quella che lo ha preceduto e quella della sua giovinezza.

Il primo: Sora post sisma. Il terremoto del 1915, secondo le cronache dell’epoca, distrusse circa il 50% del patrimonio immobiliare sorano e uccise più di 300 persone. Sono tuttavia poche le immagini della cittadina volsca risalenti ai dieci anni compresi tra il 1915 e il 1925. Capita spesso, infatti, di imbattersi nelle fotografie antecedenti il disastroso sisma, oppure in quelle dei cantieri della ricostruzione, risalenti agli anni ’20. Troppo pochi, invece, sono gli scatti dei primi anni dopo il sisma, o perlomeno non sono abbastanza per tracciare un profilo verosimile della situazione di Sora in quel drammatico periodo. È ragionevole, quindi, immaginare che la ricostruzione sia andata avanti molto lentamente. Del resto, all’ingresso di S. Restituta, una delle chiese sgretolate dalle scosse di quella tremenda mattina, si legge chiaramente MCMXXVIII, cioè 1928, ovvero la costruzione del nuovo edificio religioso fu completato ben 13 anni dopo il sisma.

Il secondo: la Grande Guerra e nel contempo una morte molto rilevante per la città. Pochi mesi dopo il sisma del 13 gennaio, l’Italia entrò in guerra, la Prima Guerra Mondiale. Figurarsi in che situazione potesse trovarsi una comunità già provata dai danni e dai morti provocati dal terremoto. In pratica, piovve sul bagnato. La guerra andò avanti fino al 1918, ma, nel frattempo, nel 1917 Sora perse anche l’On. Vincenzo Simoncelli, eccellente giurista nonché uno dei pochi grandi politici di questo territorio, uno che avrebbe sicuramente potuto fare qualcosa per accelerare la rinascita della città, compatibilmente con le esigenze belliche della Nazione, se la morte non lo avesse colto a soli 57 anni, mentre era ancora un deputato del Regno d’Italia, naturalmente eletto nel Collegio di Sora. La situazione era complessivamente disastrosa.

Il terzo: la Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’avvento del Fascismo, che rimodellò Sora secondo connotati geometrici ben visibili ancora oggi, l’Italia entrò nuovamente in guerra. Tra l’inizio e la fine del conflitto, Tomassi perse, come già scritto, madre e padre. Terminata la guerra, oltre al lutto, c’erano macerie e fame. Il classico fondo del pozzo dal quale si poteva solo risalire. Ma non senza aiuti concreti. In tal senso, la spinta propulsiva dei dollari del Piano Marshall, autentica ancora di salvezza per tutta l’Europa, Italia compresa, furono provvidenziali.

IL LAVORO

In tempi di ricostruzione o anche semplicemente di costruzione, come quelli vissuti dall’Italia nel secondo dopoguerra, la casa, il negozio, l’ufficio e tutto quanto riguarda l’arredamento, non sono più un’aspirazione bensì un’esigenza primaria. Quindi, Tomassi, figlio di falegname, doveva effettuare una specie di “upgrade” per cogliere le gigantesche opportunità che si stavano materializzando all’orizzonte; perciò, la falegnameria del padre Vincenzo divenne una piccola fabbrica di mobili.

L’intuizione e la susseguente azione si rivelarono vincenti. La parabola ascendente fu entusiasmante: la “Tomassi” contava una trentina di dipendenti intorno al 1950, un centinaio verso 1955 e oltre cinquecento alla fine degli anni ’60. Quattro lustri di straordinaria crescita, le cui ripercussioni si propagarono in tutto il circondario. Centinaia di stipendi non erano chiacchiere, signori, bensì soldi veri e vita dignitosa: le famiglie cominciarono a comprare, il commercio poté fiorire. Questo senza contare l’indotto sorto attorno alla fabbrica.

Il tutto era linfa vitale in un periodo storico nel quale, nonostante la stessa “Tomassi”, Sora non riusciva a crescere. Ebbene sì, dal 1951 al 1961 passò da 23.707 a 23.656 abitanti.

Come mai? I figli si facevano, molti più di uno o un paio a famiglia. E allora? Era il pane che non bastava per tutti, quindi bisognava andar via (nord Italia, Roma, Francia, Belgio, Canada, Usa, Venezuela, Argentina, ecc.). Era l’alba del famoso boom economico, ma Sora non si trovava più nella posizione politicamente baricentrica di inizio ‘900: i riflettori, infatti, non illuminavano più la Valle del Liri bensì l’erigendo asse autostradale, in particolare Frosinone, giovane provincia, e Cassino, Medaglia d’Oro al Valore Militare. Nel giro di una ventina d’anni, Sora, da cittadina più popolosa del basso Lazio quale era, venne superata abbondantemente sia dal Capoluogo sia dalla Città Martire. Quest’ultimo dato aiuta a comprendere quanto sia stata importante la “Tomassi” in una fase storica nella quale Sora ha rischiato di sprofondare.

A seguire, come accade in tutte le nostre vite, molto simili a una sinusoide, iniziò la parabola discendente. La fabbrica chiuse i battenti nel 1985, ma anche durante i tre lustri conclusivi l’onda dei benefici prodotti in precedenza continuò a sostenere l’economia cittadina nonostante altrove sorgessero enormi insediamenti industriali (Fiat, Asse, ecc.).

LA POLITICA

Anche qui c’è un aspetto che dovrebbe essere inserito tra i “titoli d’apertura” quando parte il film sui cosiddetti “fasti” della Sora che fu, compresa l’epopea della fabbrica Tomassi. Un aspetto che riporta il racconto romanzato sui binari della concretezza. Ma prima di arrivare al punto serve un prologo.

Lo sviluppo industriale, la Caserma militare, la Scuola della Guardia di Finanza, il nuovo policlinico a San Marciano con annessa facoltà di Medicina e Chirurgia, la lunga dorsale appenninica che avrebbe dovuto unire Adriatico e Tirreno (Cesena-Orte-Terni-Rieti-Avezzano-Sora-Ceprano-Fondi-Gaeta), erano tutti i punti di un disegno che mirava a ricollocare Sora nel suo posto “al Sole” dopo mezzo secolo di oblio, quello compreso tra il 1915 e il 1965.

Giuseppe Tomassi, grazie al suo ruolo di consigliere comunale e al rapporto amichevole con il più volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, osservò da vicino l’evoluzione di ognuno di questi progetti, curando personalmente quello industriale, ovvio. Ma uno in particolare, al di fuori del lavoro, lo appassionava maggiormente: il più importante, quello accademico.

Tomassi, che per un decennio fu anche amministratore dell’ospedale di Sora, sapeva che con l’università la sua cittadina avrebbe spiccato il volo nonostante l’isolamento che la penalizzava (le superstrade ancora non esistevano).

E allora: l’ateneo più la forma mentis; la politica più i collegamenti; la manifattura, l’esercito, la sanità, l’indotto e i servizi. Alla fine degli anni ’60 del Novecento ogni pezzo del “mobile” più pregiato sembrava pronto per l’assemblamento e la rifinitura. Il momento, peraltro, era a dir poco propizio: Ignazio Vincenzo Senese aveva appena varcato la soglia di Palazzo Madama, il collegio senatoriale “Sora-Cassino” era blindato sin dal dopoguerra (in precedenza fu eletto ripetutamente Pier Carlo Restagno) e garantiva continuità amministrativa alla Democrazia Cristiana. Infatti, il Senatore sorano conservò il proprio seggio dal 1968 al 1983.

Orbene, come andò a finire il film? Male. Il mobile finì disgraziatamente nella truciolatrice prima di essere composto e messo in vetrina all’ingresso di Sora. Come mai? Solo i protagonisti lo sanno, ma essendo oramai defunti non possono più darci spiegazioni. Ciononostante, la decadenza fu lenta e l’economia locale poté continuare a sopravvivere almeno fino alla fine del secolo, prima di iniziare una discesa facilmente riscontrabile anche nel calo della popolazione: dai 27.000 abitanti di fine anni ’90 ai 24.500 di oggi.

In ogni caso non è questo il punto, bensì un altro. Bisogna domandarsi: com’è stato possibile vedere Sora così vicina a ottenere una serie di “asset” strategici che ne avrebbero cambiato in meglio la storia economica e sociale per almeno un secolo, indipendentemente dal fatto che poi non tutte le pedine siano arrivate a dama?

La risposta è nel proprio nel prologo e cioè perché Sora aveva il suo collegio elettorale fin dai tempi del Regno d’Italia. Quando si può avere pressoché sistematicamente un deputato o un senatore, si ottiene molto di più di qualche spicciolo per l’ordinaria amministrazione. Di contro, quando non si ha un collegio elettorale, diventa complicato reperire fondi anche per le piccole cose.

Di seguito, una breve ma significativa cronologia che aiuta a dare risposte a tanti “perché”: il collegio elettorale di “Sora-Cassino” per il Senato della Repubblica fu istituito nel 1948 e abolito nel 1993. Al suo posto fu istituito il collegio di Sora per la Camera dei Deputati, grazie al quale eleggemmo Flavio Tanzilli (1994-96), Cesidio Casinelli (1996-2001) e ancora Flavio Tanzilli (2001-06). Poi arrivò Calderoli con il suo “Porcellum” e il collegio di Sora fu abolito senza essere mai più ripristinato.

IL FUTURO

Cosa potrebbe fare un giovane e motivato sorano con questo testo?

Anzitutto rendersi conto che le grandi storie possono iniziare anche tra enormi difficoltà, basti pensare alla fase iniziale della vita di Tomassi, orfano di padre e madre a soli vent’anni, in mezzo a due guerre, in una città che faticava a riprendersi dopo un terremoto e che era stata politicamente “accoppata”.

A seguire, potrebbe intuire che lavoro e successo imprenditoriale non sono sufficienti per andare oltre, ovvero che serve anche un impegno politico in prima persona, non sotto mentite spoglie limitandosi a controllare la situazione restando nella propria “comfort zone”. Bisogna metterci la faccia, non delegare al “joystick” di turno per paura di schierarsi. Poi è necessario aggregare il più possibile per puntare a grandi traguardi, con poca filosofia, tanta concretezza e obiettivi chiari.

Infine, potrebbe pensare di agire con sacrosanta ambizione personale e anche un po’ di dedizione nei confronti della comunità nella quale opera, l’unica in grado di aggiungere cavalli nel motore che muove i suoi progetti. Non importa se tale dedizione sia interessata o meno: ciò che conta è che porti risultati sul territorio. Come quelli raggiunti da Giuseppe Tomassi.

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