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Il 30 giugno 1607 moriva alla Vallicella il cardinale Cesare Baronio

«Sarebbe ora che Baronio si affrettasse a mostrarci un miracolo!», mi confidava con trepidazione un prete desideroso di vedere innalzato agli altari il concittadino Cesare, nato a Sora il 30 ottobre 1538 da Camillo e da Porzia Febonia. «E chissà quanti ne ha già propiziati di miracoli, senza che noi ce ne siamo accorti!», è stata la mia pronta osservazione. C’è l’inveterata consuetudine (canonica) di salutare come miracolosa una evidente guarigione scientificamente inspiegabile.

Questo criterio esclusivo non sembra per ora risolutivo nel caso del Nostro, che in vita provò lui stesso il beneficio di una prodigiosa guarigione in giorni di assai precaria salute, grazie alle invocazioni incessanti di padre Filippo Neri. Fuori di questa categoria, bisogna tuttavia ammettere che sa di miracolo la virtù esercitata da Cesare Baronio nel mantenersi obbediente a Cristo e fedele al suo Vangelo nei passi quotidiani di una vita rimasta incontaminata dai “folletti” (come egli li definiva) della Corte pontificia.

Sa di miracolo quel suo attenersi ad una sobrietà eroica di scelte, destinando perfino ogni pur legittima sostanza alla carità generosa e al restauro conservativo (anticipando i criteri più moderni in materia) dell’antica basilica dei santi Nereo e Achilleo, così “diruta” che nessun altro cardinale ne aveva assunto il titolo, e alla promozione di artisti e delle loro opere, mai trascurando di essere prete.

Sa di miracolo quel suo richiamo costante all’esempio materno, di paolina derivazione, a vivere “secondo la verità nella carità” e a credere che «il vivere è Cristo e il morire un guadagno», come volle ripetere nell’epitaffio per la tomba della madre Febonia nella chiesa sorana di San Bartolomeo.

Sanno di miracolo le sue infaticabili imprese di storico della Chiesa (i dodici tomi degli Annales lo testimoniano) e di sistematore critico del Martyrologium, con l’onestà del filologo che, alla pari di Lorenzo Valla, esclude l’autenticità della cosiddetta donazione di Costantino, che allontanava la Chiesa dalla sua preminente missione spirituale e la confondeva con altre realtà terrene di potere.

Per questi e altri motivi il giovane sacerdote Angelo Giuseppe Roncalli nel 1907, parlando di Baronio nel Seminario di Bergamo, lo definiva “santo”. Rimarrà “santo senza candele”, secondo la conosciuta espressione del prof. Vincenzo Patriarca? Nella prassi prudente dei dicasteri ecclesiastici, Cesare Baronio sembra avere finalmente qualche corsia preferenziale. Concittadini e conterranei possiamo frattanto accendergli candele di rinnovato impegno civile, di più diffusa legalità, di più equo sviluppo sociale del nostro territorio.

Luigi Gulia

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