lunedì 5 agosto 2013

Il bene del Paese! Una storia in giorni di corta memoria (di Luigi Gulia)

In prima serata, “Porta a porta” di giovedì 1 agosto, appena un’ora dopo la sentenza, triste e addolorato il fedele conduttore Bruno Vespa, serio e prudente l’ex alleato politico Pier Ferdinando Casini. Qualche riflessione giornalistica di autorevoli firme. Sempre teso e volto tirato, Vespa tradisce una certa impazienza, non il Vespa eccitato ed euforico dei risultati finali dell’ultima tornata elettorale, ormai provata la “non vittoria” di Bersani. Rotto finalmente l’incantesimo, sul grande schermo la voce commossa, turbata, ma solenne e omiletica del “condannato”. Un resoconto dettagliato del suo ventennio d’amore per il Paese, di contro l’ingratitudine e l’ostilità “di una parte della magistratura”, di quella che si sarebbe ostinata a omettere dall’altro piatto della giustizia il patrimonio di dieci milioni di voti. Se i togati avessero posto su un piatto  la frode “pia” e sull’altro la forza di quei dieci milioni, la bilancia avrebbe annullato perfino il benché minino sospetto. Primo passo verso l’oclocrazia, il governo delle masse, di cui ci parla Polibio, tenute in riga dai capricci della “vittima”. Quanta confusione!

«Se le istituzioni democratiche, grazie ai meccanismi previsti dai padri costituenti hanno retto all’urto di situazioni politiche oggettivamente anomale, l’Italia ha pagato in questi anni, sotto l’aspetto dell’etica e della cultura giuridica, un alto prezzo», commenta “L’Osservatore Romano” di sabato 3 agosto 2013. E cosi continua: «Fra le macerie lasciate sul campo figurano, da una parte, un concetto della legalità offuscato nella coscienza e nei comportamenti di molti italiani, e dall’altra una soggettivazione politica della giustizia dagli esiti nocivi».

Ed infatti, la memoria storica è cortissima. Prima della sentenza nessun allarme per la tenuta del governo: prevarrà il BENE DEL PAESE! Poi, invece, il capriccio: o la grazia o il voto! La minaccia della oclocrazia! PER IL BENE DEL PAESE! Il PAESE che in agosto è distratto dal caldo, dalle strapazzate in autostrada, dalle festose “estati cittadine”, e che di “legalità” non vuol sentir parlare, perché è parola fastidiosa soprattutto a quei dieci milioni dell’altro piatto della bilancia.

Che la legalità dia fastidio lo dicono anche le reazioni al nuovo autovelox sulla Sora-Ferentino. Visti i comportamenti di noi automobilisti, indisciplinati e insensibili ad ogni prudenziale limite di velocità, di autovelox ce ne vorrebbe, in verità, uno ogni chilometro. Per noi sorani (che in auto andremmo fin dentro il caffè e, perché no?, perfino a Messa) non ne basterebbe uno ogni cento metri di quei viali che i più bravi e ardimentosi trasformano in autodromi cittadini. Se poi provate a rispettare i limiti imposti sulla Avezzano-Sora-Formia, conterete a dismisura sorpassi e soprusi.

Torna a proposito la confidenza del senatore Giacinto Minnocci, approdato per una missione negli USA. Meravigliatosi per la lenta andatura della prorompente Cadillac che lo trasportava, si sentì rispondere dall’autista che da quelle parti il rispetto del limite di velocità non è un optional.

È un esempio piccolo, forse banale, ma sufficiente – perché ci riguarda un po’ tutti – a dare la misura del possibile campionario del senso di legalità di cui siamo capaci. Lo dicevano anche i nostri antenati latini, è solo un problema di proporzioni. Ma anche in questo caso il criterio è vario: ad una ex-ministro di giovanile e graziosa presenza appare quasi insignificante il rapporto tra l’accusa e i miliardi di tasse versati. Come dire, una “scappatella” può essere perdonata.

Ma la GRAZIA è un’altra cosa! Ad un ultimatum cosi categorico e capriccioso (o la grazia o il voto) si potrebbe opporre un rendimento di grazia attiva all’intero popolo italiano, che ha urgente necessità di speranze, di sicurezze, di rasserenamento dell’azione politica, cioè di poter esercitare l’articolo primo della Costituzione. L’ex cavaliere (oh, il tanto proclamato buon senso!) si faccia in santa pace il suo “anno sabbatico” e lo consigli – pur senza condanne – ai suoi cortigiani. Non diversamente facciano altri volti, di destra, di sinistra e di centro, che nel ventennio hanno contribuito alla personalizzazione della politica. Il governo abbia il coraggio di ridurre di tre punti l’iva e colmi la differenza perseguendo gli evasori, piccoli e grandi; non demorda sul riciclaggio del danaro sporco né su elusione ed evasione fiscale; investa decisamente su istruzione, ricerca, agricoltura, beni culturali, turismo, suolo, sole, vento, mare, insomma sulle virtù del Bel Paese! Il parlamento legiferi, cancelli il “porcellum” e restituisca dignità, potere e diritto di cittadinanza al popolo sovrano; dimezzi, almeno e finalmente, le spese della politica. Poi, con la speranza che l’anno sabbatico diventi viatico per scelte eremitiche definitive ma piacevoli, si vada pure al voto.

E questa volta gli elettori potranno attenersi al consiglio di Machiavelli: “Giudica alle mani, non agli occhi”, ovvero “I politici si giudicano guardando i fatti e non le apparenze”, così come lo interpreta Maurizio Viroli, professore di Teoria politica a Princeton e di Comunicazione Politica a Lugano. Nel suo recente Scegliere il principe. I consigli di Machiavelli al cittadino elettore (Laterza, 2013) così traduce il pensiero – per lo più travisato – di quel grande innamorato del bene di Firenze, che a prova della propria onestà poteva fieramente addurre lo stato di povertà.

Ed ecco i consigli tradotti da Maurizio Viroli (pp. 11-12): «Per scegliere bene i politici e giudicare il loro operato è necessario adottare dei buoni criteri. Supponiamo, per esempio, che un candidato ci prometta di farci pagare meno tasse, o ci assicuri che potremmo falsare i bilanci della nostra azienda, o costruire abusivamente, o devastare l’ambiente, o corrompere ed essere corrotti senza temere la sanzione delle leggi, e anzi ci ripeta ogni giorno che i suoi e nostri mortali nemici sono i magistrati; se siamo buoni cittadini, non dovremo giudicarlo e votarlo pensando innanzitutto alle conseguenze che queste promesse porterebbero. Dovremo quindi chiederci se ci piacerebbe vivere in città degradate e povere di beni pubblici; se potremmo accettare che asili nido, scuole e università chiudano  i battenti e siano sostituite da costosissimi istituti privati e che cure mediche e ospedali non siano più un diritto per tutti ma un privilegio per chi se lo può permettere; se ci converrebbe incontrare enormi difficoltà a svolgere attività imprenditoriali per la corruzione di politici e amministratori che, impuniti, decidono del nostro futuro; se accetteremmo di buon grado che nei luoghi di lavoro i più deboli siano sottoposti ad ogni sorta di umiliazioni e le carriere siano aperte solo ai raccomandati; se troveremmo piacevole essere derisi in tutto il mondo. In questo caso, facendo prevalere il nostro interesse personale, non saremmo certo invasi da eserciti straniere come accadde alla Repubblica fiorentina di Machiavelli, ma la vita in Italia diventerebbe talmente penosa che le persone che hanno un minimo senso della propria dignità cercherebbero di andarsene. Chi non avesse la possibilità di farlo trascorrerebbe i suoi giorni rattristato o rattristata dalla rabbia, dal rancore e dalla malinconia».

«Se invece votiamo per candidati che a nostro giudizio dedicheranno le loro migliori energie al bene della Repubblica, avremo più probabilità (non la certezza, che nelle cose umane in generale, e in quelle politiche in particolare, non esiste) di godere dei beni del vero vivere libero e incorrotto che il nostro Consigliere ha elencato in una delle sue pagine giustamente più famose», nella quale in fin dei conti Niccolò sostiene che nelle comunità libere le ricchezze si moltiplicano, specie quelle che vengono dalla cultura e dalle arti, perché di questi beni ognuno può godere in un mutua volontà di contribuire a far crescere dall’interesse privato quello che è il “pubblico commodo”: “e l’uno e l’altro viene meravigliosamente a crescere” (Discorsi, II.2).

A questo Machiavelli si può dare ascolto, anche alla vigilia di questo ferragosto che scotta.

Luigi Gulia

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