31 luglio 2013 redazione@sora24.it
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Il rifiuto: filosofia e storia fino alla strategia “Rifiuti Zero” dell’americano Connet (a cura di Laura Urbano)

Imparare a convivere e a gestire ciò che rimane dopo avere soddisfatto le nostre esigenze quotidiane è un dovere da perseguire assolutamente perché atto di civiltà e pratica necessaria al fine di meglio affrontare e godere del nostro futuro. L’elemento rifiuto deve essere guardato con nuovi occhi, più critici ed operativi nel senso di catalogare e separare ciò che è veramente rifiuto da ciò che invece può divenire risorsa.

Bisogna attuare una nuova filosofia del rifiuto nel senso di intendere lo scarto non in quanto tale ma in qualità di occasione per nuove utilizzazioni. È necessario coltivare una nuova consapevolezza nei confronti dell’ambiente circostante certi che lo stesso non riesce più e tanto meno riuscirà in futuro ad immagazzinare tutto ciò che produciamo e scartiamo. Secondo studi ambientali, che si susseguono ormai da tempo,i consumi eccedono le capacità rigenerative degli ecosistemi.

La questione dei rifiuti è ormai da anni al centro dell’interesse di studi a livello nazionale ed  internazionale, facendo emergere in maniera evidente la problematica dello smaltimento di quantità industriali di scarti che la società produce e che la terra dovrebbe assorbire. La maggior parte dei rifiuti prodotti finisce per essere smaltita in discariche ed inceneritori, pratica che comporta notevoli sprechi energetici e pesanti nonché devastanti impatti ambientali.

È necessario soprattutto che le amministrazioni comunali adottino e portino avanti progetti per la sostenibilità, individuando concrete alternative ed incentivando una solida e ricca partecipazione della cittadinanza al fine di costruire buone pratiche collettive. Diverse sono le situazioni che hanno dimostrato praticamente che l’aumento dei rifiuti non è un dato immodificabile e irrefrenabile ma un elemento che può essere governato anche attraverso una politica che abbia come scopo la sostenibilità e che punti a scelte coraggiose per un futuro ecosostenibile.

La Direttiva Europea 2008/98/Ce del 19 novembre 2008, definisce  una “gerarchia dei rifiuti” stabilendo un “ordine di priorità” in riferimento a ciò che costituisce “la migliore opzione ambientale nella normativa e nella politica dei rifiuti”. In testa alla gerarchia troviamo la prevenzione, dando rilievo a quelle misure, adottate soprattutto a livello industriale, che riducono la quantità di rifiuti, attraverso il riutilizzo dei prodotti o l’estensione del loro ciclo di vita, la riduzione degli impatti negativi dei rifiuti prodotti sull’ambiente e la salute umana oppure la riduzione del contenuto di sostanze pericolose in materiali e prodotti.

Segue la preparazione per il riutilizzo, ossia tutte quelle operazioni di controllo, pulizia e riparazione attraverso cui i prodotti passati allo stadio di rifiuti vengono modificati al fine di poter essere impiegati nuovamente. Si passa quindi alla fase del riciclaggio comprendente qualsiasi operazione di recupero attraverso la quale i materiali di rifiuto vengono trattati e lavorati al fine di ottenere nuovi prodotti e materiali da poter riutilizzare o per la loro funzione originaria o per nuovi fini. Segue ancora il recupero che si differenzia dal riciclaggio, come il recupero di energia o altre operazioni, il cui principale scopo sia quello di “permettere ai rifiuti di svolgere un ruolo utile sostituendo altri materiali”.

La Direttiva Europea, in questo senso, precisa che gli impianti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani possono essere intesi come attività di recupero solo se rispondono a requisiti di efficienza energetica fissati dalla stessa direttiva. Infine vi è lo smaltimento consistente in qualsiasi operazione diversa dal recupero. La direttiva europea sottolinea che gli Stati membri “non dovrebbero promuovere, laddove possibile , lo smaltimento in discarica o l’incenerimento di materiali riciclati”.

Per rafforzare la prevenzione, il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti, gli Stati membri potranno e dovranno adottare misure legislative o non legislative dirette ad assicurare che qualsiasi persona fisica o giuridica che a livello professionale fabbrichi, trasformi o venda prodotti sia soggetto ad una responsabilità estesa, mettendo anche a disposizione del pubblico informazioni relative alla misura in cui il prodotto è riutilizzabile e/o riciclabile.

Breve storia dei rifiuti.

L’uomo ha creato un nuovo “ecosistema artificiale” che ha poco o meglio niente in comune con i cicli naturali, in quanto nello stesso non si crea e non aiuta la vita ma si producono beni di consumo e quindi solo scarti e rifiuti. Nella preistoria quando i nostri progenitori erano cacciatori nomadi il problema dei rifiuti non esisteva,in quanto vagabondando da un posto all’altro i rifiuti non avevano modo si accumularsi pericolosamente.

I primi problemi cominciarono a sorgere quando, con l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento l’uomo divenne sedentario e si stanziò nei primi villaggi che con il tempo si trasformarono in vere e proprie città. I rifiuti di queste popolazioni per secoli e secoli sono finiti per strada, nei cortili, nei sottoscala nei canali o nei fossi.

Un modo classico di disfarsi dei rifiuti domestici era quello di  buttarli semplicemente dalla finestra, senza badare a chi potevano finire in testa, come ricorda il poeta Giovenale protagonista di un “inconveniente” del genere. In mancanza di un sistema di raccolta pubblica il servizio di pulizia delle case e del circondario veniva affidato ai privati pena pesanti sanzioni.

Il problema della pulizia delle città nacque con i Greci che sentirono la necessità di un servizio pubblico urbano. Aristotele nella “Costituzione degli ateniesi” incarica dieci sorveglianti di verificare il lavoro degli spazzini, al fine di impedire loro di gettare i rifiuti recuperati vicino alla città. I romani usavano scaricare i rifiuti nella Cloaca Massima, il sistema di fognature che serviva la città.

Giulio Cesare, nell’Editto di Eraclea, redasse una gara d’appalto pubblico per la pulizia delle strade, con ripartizione delle spese in parti uguali tra amministrazione pubblica e privati cittadini. In epoca imperiale vi erano quattro “curatores viarum” incaricati di manutenzione e pulizia, due si occupavano del centro cittadino e due della periferia.

Nel “Digesto”, uno dei codici redatti da Giustiniano ( imperatore romano d’Oriente  tra il 527 e il 565), si legge “… nulla deve tenersi esposto dinanzi alle officine e finalmente non si permetta che sia gettato nella strada sterco, cadaveri o pelli d’animali”. Tali divieto verrà successivamente ripreso negli statuti medioevali. Il codice di Giustiniano venne imposto nell’Impero Romano d’Oriente che lo mantenne fino alla sua caduta nel XV secolo.

La legge romana restò quindi disponibile fino all’epoca moderna divenendo la base delle legislazioni attuali del mondo occidentale. Nel Medioevo, con la calata dei barbari, la situazione in Europa fu disastrosa, in quanto mancava qualsiasi interesse verso la pulizia e tanto meno per l’igiene urbana. Il tutto comportò il diffondersi di crudeli pestilenze, epidemie e soprattutto tifo e peste veicolata dai topi. Anche in Italia la situazione era grave e peggiorava grazie alla coabitazione tra animali e umani assolutamente deleteria e spesso letale.

Verso la fine del Medioevo cominciò a farsi strada l’idea che una certa igiene e pulizia poteva risultare necessaria per ridurre gli effetti delle epidemie  di peste e colera che decimavano intere popolazioni. Tale esigenza era accentuata anche dal fatto che le città cominciavano a crescere in misura tale da non permettere più una convivenza così rischiosa, necessitando inoltre dell’emanazione di regolamenti che organizzassero regolari servizi di pulizia.

A Milano intorno alla metà del sec. XIII gli Statuti Comunali vietavano espressamente “l’orinare e ogni altra cosa disdicevole” nei pressi del Palazzo del Comune e nello stesso periodo cominciarono a progettarsi le prime latrine pubbliche. L’idea di non fare i bisogni dove capitava cominciò a diffondersi nelle case solo all’inizio del Rinascimento, nel quale periodo si diede vita ad una nuova struttura urbana di pulizia e smaltimento rifiuti.

Con la Rivoluzione Industriale iniziò lo sfruttamento intensivo delle risorse con la conseguenza di un accumularsi di rifiuti delle prime fabbriche e conseguente impatto ambientale. Agli inizi del XX secolo la creazione della piccola catena di montaggio da parte di Henry Ford (1914), realizzata al fine di poter produrre centinaia di migliaia di auto, nell’avviare la cosiddetta “produzione in serie” portò, quale conseguenza, alla standardizzazione del prodotto ed all’espandersi del consumo di massa.

Fino  al boom economico (1960 – 70) era ancora possibile ed  attuabile un risparmio delle risorse e quindi ogni oggetto veniva riutilizzato il più possibile. Le ceneri  venivano utilizzate per lavare i panni, i metalli venduti alle officine specializzate, carta e legno venivano bruciati, ed era entrata da poco in commercio la plastica. Era ancora vivo il valore del risparmio, del recupero, della cura degli oggetti.

Dagli anni ’70 in poi, con il consolidarsi della società dei consumi, prese sempre più piede il moderno (ma disastroso) principio dell’”usa e getta”, comportando una grandissima produzione di rifiuti per cui le discariche, gli inceneritori e gli impianti di riciclaggio non erano più sufficienti a trattare gli scarti.

La soluzione?

L’ambiente non è una discarica dalla capacità infinita, in grado di assorbire e neutralizzare una quantità sempre più crescente di rifiuti. L’aumento del benessere individuale, e la crescita esponenziale della popolazione accompagnati dalle continue invenzioni di nuovi materiali comportano un aumento dei rifiuti che necessita di una sollecita regolamentazione e rallentamento per non incorrere in situazioni spiacevoli che condannerebbero la vita futura.

Una delle possibili strade da percorrere per arrestare l’eccessiva produzione di rifiuti e la problematica dello smaltimento ad essa connessa è la strategia “Rifiuti zero” ideata dall’americano Paul Connet.

In una intervista rilasciata da Paul Connet lo stesso afferma:”più di 20 anni fa hanno cercato di costruire un inceneritore nella nostra contea nel nord dello stato di New York vicino al confine con il Canada. All’inizio credevo fosse una buona idea, pensavo: ci sbarazziamo di tutte quelle orrende discariche produciamo energia dai rifiuti in una struttura che può essere monitorata. Poi leggendo ho scoperto che bruciando i rifiuti domestici si producono le sostanze più tossiche che l’uomo abbia mai prodotto e inoltre, ogni 3 tonnellate di spazzatura, resta una tonnellata di cenere molto tossica che da qualche parte andrà pur messa; quindi ho capito che l’inceneritore era la strada sbagliata”.

La strategia “rifiuti zero” vuole raggiungere il riciclaggio del 100 per cento dei rifiuti, ritirando dal commercio tutti quei prodotti che non sono riciclabili. “E’ un metodo che ha come presupposto necessario la combinazione di tre livelli di responsabilità: quella della classe politica, che fa le leggi, quella della comunità, nella fase finale del processo e quella industriale che invece avviene all’inizio del processo”.

Il progetto “rifiuti zero” consiglia dieci passi da seguire per poter perseguire il fine proposto:

  • organizzare la raccolta differenziata;
  • fare la raccolta differenziata porta  a porta ( in quanto è stato provato essere l’unico metodo in grado di fa salire la percentuale di differenziata oltre il 70%, rendendo le persone responsabili e più propense a ridurre i rifiuti);
  • fare impianti di compost nei pressi delle aree rurali;
  • dotarsi di piattaforme impiantistiche per riciclare e recuperare oggetti da reinserire nella filiera produttiva;
  • ridurre i rifiuti in partenza (evitare stoviglie e bottiglie di plastica, preferire prodotti alla spina dal latte alle bevande fino ai detergenti, evitare le buste di plastica);
  • creare centri di riparazione di tutto”in modo da rimandarli in circolazione e creare nuove ed interessanti opportunità di lavoro”;
  • tariffazione puntuale “più lasci di indifferenziato e più paghi”;
  • puntare su impianti di recupero e selezione in grado di recuperare e differenziare anche quanto sfugge ai cittadini;
  • istituire un centro di ricerca per la riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili;
  • arrivare all’azzeramento dei rifiuti entro il 2020.

Inoltre si sta parlando di un sistema che conviene anche da un punto di vista economico come conferma lo stesso Connet. “Certo, si può nascondere il problema come fanno in Italia, parlando di termovalorizzatori invece di inceneritori, ma il problema resta: se bruci qualcosa poi devi ripartire da zero nel processo produttivo, devi sempre spendere nuovi soldi per l’estrazione delle materie prime, per la produzione e così via; se invece ricicli e riutilizzi non devi incominciare da capo e risparmi il quadruplo di energia.

Purtroppo in Italia la filosofia dei rifiuti zero stenta a prendere piede in quanto pare che due dei tre livelli indicati da Connet, come necessari all’attuazione della sua strategia, siano quasi contrari. Resta il terzo livello, quello dei cittadini che impegnandosi per primi, potranno provare a cambiare il modo di vivere e considerare l’ambiente.

Letture:

“Il mostro dei rifiuti e altre storie ecologiche” di Agnese Tommassetti – Ed Erickson.

“Il mostro dei rifiuti” è un invito per bambini e ragazzi a guardare la città con nuovi occhi, riconoscendo fra case e palazzi la presenza della natura”.

“Un anno a impatto zero” di  Colin Beavan-

Il giornalista americano Colin Beavan racconta di aver vissuto un intero anno, a New York, minimizzando il proprio impatto ambientale, comprando solo cibo locale e rinunciando a tutti i mezzi di trasporto che producono CO2, fino a togliersi la corrente elettrica in casa.

Naturalmente lo scopo del giornalista è puramente provocatorio e vuole solo incitare e mostrare alle persone come basti ripensare di poco le proprie abitudini per condurre una vita più ecosostenibile.

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