Intervista ad Antonio Gramentieri: cosa può provocare Darkness on the Edge of Town

Attendendo l'evento musicale del 17 dicembre ad Alvito, presentiamo l'intervista piacevole ed emozionante al musicista Antonio Gramentieri, in arte Don Antonio.

Vorrei iniziare proprio da questo aspetto e chiederti con quanta Emilia nel cuore e nelle orecchie.
E’ iniziata la tua avventura musicale, quali sono stati i primi dischi che hai comprato? Perché, se non ricordo male, all’epoca i dischi si compravano, al limite ci si scambiava le audio cassette, giusto?

Romagna, Romagna mia. L’Emilia è una terra che amo e rispetto, ma è “altra” da noi, in primis come geografia. Parliamo di Romagna, dunque.
Io sono romagnolo, anzi tosco-romagnolo, vivendo proprio sul confine delle due regioni. Sono un montanaro di un piccolo paese, che la domenica può andare al mare in meno di un’ora di macchina. Che può passare da un contesto molto meditativo, rurale, antico ed eterno, al cuore vivo del turismo massificato, esplosivo anche nei suoi aspetti più beceri.
Questa doppia identità becero/poetica segna tutta la Romagna, e definisce anche i simboli – un pò caricaturali, come ogni cosa ridotta a “simbolo” – con cui si vive la Romagna dall’esterno. Citerei l’estetica Felliniana, ma credo non serva, è un’evidenza.
Vivendo in un paese piccolo – in epoca pre-internet, e pure pre-compact disc, l’educazione sonora era legata agli incontri. Negli anni ’70-’80, a seconda delle compagnie, nel mio paese si giocava a pallone, si suonava o ci si drogava, o si combinavano queste cose in varie modalità. Io giocavo a pallone, e poi ho suonato.
Gli anni dell’eroina c’erano, si avvertiva un’oscurità ai margini, ma le cose avevano comunque un riverbero “di paese”, e la musica americana in cui ci specchiavamo da distanze siderali, pure. Quindi credo non sia un caso se Darkness on the Edge of Town sia stato il primo, grandissimo amore.
Però, anche questo credo non sia un caso, la prima “cassetta” la comprai a dieci anni, in riviera, dopo avere visto 1997 Fuga da New York. La colonna sonora mi aveva fulminato, e col senno di poi direi che ci avevo sentito giusto.

Il tuo ultimo disco è un groove di suoni senza passaporto, qualcuno lo ha definito “ Cosmic Mediterranean Music”, come immagini che sia il tuo pubblico, come hai accolto il favore della “critica” musicale internazionale a questo tuo ultimo lavoro?

Il mercato musicale è talmente sminuzzato, fatto a pezzetti, diviso in cellule incomunicanti, che ormai lo sforzo di capire se esista un pubblico per le proprie cose è pari a quello di crearsene uno, a immagine e somiglianza del proprio suono. Cosa che credo sia successa sia con Sacri Cuori che con Don Antonio. Non ho l’identikit di tutti quelli che hanno comprato i miei dischi, però vado particolarmente d’accordo con chi ama musica che dipinge spazi senza diventare eterea, mantenendo comunque un legame con la terra del folk e del blues, musica con chitarre croccanti ma mai troppo in faccia, musica che dipinge immaginari romantici ma non troppo zuccherini, musica che non dimentica la magia di una “canzone”, che è quella di creare un mondo compiuto e una storia in due minuti e mezza. Musica che aggiorna il senso delle radici, incrociandole, un pò come succede nelle nostre città con le etnie.
La critica ci ha trattati bene, ma per me la vera magia è quando una persona prende la macchina, e ci dedica una sera del proprio tempo. Quella è una cosa che non do nè darò mai per scontata, il tempo che le persone dedicano a una cosa “tua”. Anche una singola persona interessata alla tua musica è un regalo e una magia.

Molti ti hanno conosciuto ed apprezzato grazie alla tua collaborazione al fianco di Dan Stuart, cosa è successo esattamente “fra la via Emilia e il West” e quando?

Dan è un fratello maggiore, come lo sono in maniera diversa Hugo Race e altri. Adesso ad esempio la collaborazione con Alejandro Escovedo ci sta facendo conoscere a molta gente nuova. Sono tutti ottimi scrittori di canzoni che hanno voluto vestirle con un suono che fosse tradizionale ma pure contemporaneo e che non ribadisse sempre i clichè, pur bellissimi, di un certo “americanismo” ormai mondializzato. E in quella ricerca ci hanno incontrati.
Sono grato, ogni giorno, per la grandissima opportunità che ci hanno messo in mano, che è stata quella di rendere il nostro mondo un posto più vasto. Il caso di Dan è particolare, perché davvero il suo modo di scrivere, negli anni dei Green on Red, mi ha segnato tantissimo. E mai mi sarei aspettato di suonare quelle canzoni, da grande.

Un musicista, produttore, compositore, e soprattutto Giornalista come te cosa ha visto cambiare musicalmente in Italia negli ultimi decenni?

Ho visto una nazione chiudersi progressivamente su fenomeni locali, e localistici. Creare una mitologia fruibile, anche un pò arresa, compresa fra il grande raccordo anulare e il casello di Como, al mio orecchio e al mio cuore vagamente claustrofobica. I gusti sono gusti e il mercato è mercato, e ognuno cerca le risposte dove crede, e questo lo rispetto. Però per capire dove è la musica italiana oggi, ti consiglio questo esperimento: prendi i cartelloni dei cento festival più importanti del mondo, leggi tutti gli artisti che ci suonano, dai palchi centrali a quelli minuscoli, e vedi quanti italiani ci sono. Questa è la risposta.
Se in Italia esce un disco interessante, oggi, magari un pò fuori dal canone dominante, ci sono fortissime possibilità che non esista un sistema (giornalismo, etichette, booking, concerti, e infine pubblico) in grado di capirlo, men che meno di valorizzarlo. Non è una bella cosa.
E’ una cosa che si cambia solo dal basso, facendo la propria cosa meglio possibile.

Negli ultimi anni hai suonato in giro per il mondo con artisti internazionali, cosa ha di diverso – se ha qualcosa di diverso – il pubblico che viene a sentirti suonare in Italia?

E’ poco, come è poco anche per gruppi che meriterebbero molto più di noi. E’ poco per mille motivi, in primis lo scollamento “generazionale” con una certa idea del live. E’ poco ma è interessante. Un pubblico curioso, senza troppi paletti “di genere”.
Che mette pochi like sui social, ma esce di casa per vedere i concerti.

Cosa hai in cantiere per il prossimo anno?

Sto lavorando con Alejandro Escovedo su una cosa bella, che rimbalzerà continuamente anche in America. Credo sia una possibilità (l’ultima, data l’anagrafe? chissa…) di portare la banda a quelle latitudini, e di suonare a tappeto anche Don Antonio in quel continente, in contesti qualificati.

Don Antonio è un bivio sulla strada Sacri Cuori o una stazione di sosta?

Sostare? Non sono capace. Con Sacri Cuori siamo arrivati a un buon campo base, nella scalata alle cose belle. Da quel campo base ho deciso di caricare lo zaino e proseguire con nuovi e vecchi compagni per un’altra destinazione, mia personale, sempre salendo. E questa destinazione per il momento è la mia assoluta priorità. Tuttavia i montanari sanno che nei sentieri, comunque, prima o poi ci si rincontra.

Don Antonio, nei suoi interminabili viaggi quale libro ha sempre in valigia?

“Motel Chronicles” di Sam Shepard.

Quali sono stati i tuoi dischi preferiti usciti quest’anno?

Di certo quello degli Heliocentrics. E sono affascinato da quanto “fuori” da qualsiasi schema sia quello di William Eggleston, forse il mio fotografo preferito, che ha fatto il suo disco di debutto a settanta e passa anni.

E’ vero che sei cittadino onorario di SORA (ah ah ah)?

Per ora solo della meravigliosa casa La Pietra, ma conto in una rapida diffusione dell’onorificenza su tutto il territorio.

Raffaele Sciarretta – Sora24

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