lunedì 13 maggio 2013

“L’Accademia e il Selvaggio”: l’artista Mauro Rea visto da Luciano Rascioni

Raffinatezza e brutalità. Violenza e sensibilità. Caos e rigore. Mente e viscere. Sono le contraddizioni dell’opera di Mauro Rea, del suo essere artista e uomo.  I poli dialettici della sua ricerca pittorica ed esistenziale, stazioni estreme del suo continuo movimento, del suo tentativo di sintesi, di superamento di schemi invecchiati e rigidi. La sua è ricerca della primitività, di ritrovarsi indifeso di fronte a se stesso. Non può essere, però, un tentativo “ingenuo”, inconsapevole, perchè su di lui – come su tutti – pesa la condanna, rassicurante, dell’essere epigono di un passato incancellabile.

La consapevolezza di essere in riva ad un oceano di secoli è per alcuni una condanna ed un faticoso recupero e ad una dolorosa problematica definizione della propria individuale esperienza istintiva, definizione che però rimane sempre molto fluida e incerta, per molti invece la rassicurante possibilità di adagiarsi pigri sul già definito, sul non discutibile. Questo doloroso contrasto tra l’espressione artistica individuale e gli schemi acquisiti dal passato era già presente un secolo fa nelle opere di Baudelaire, Mallarmè, dei “maledetti” Verlaine e Rimbaud. La “loro” era un’esplorazione dell’inconscio, una ricerca sospesa tra il baratro del silenzio e l’estenuante ascesa verso un’espressione sempre più evocativa e suggesteva, verso la Parola Assoluta di Mallarmè, sintesi di ogni realtà, evocazione di ogni evocazione . Eppure, l’amore per la forma raffinata era alla base della loro opera: nei momenti migliori sono riusciti a fondere il loro istinto nuovo, talvolta esplosivo, con una tecnica espressiva che rivelava le tracce del passato e , insieme, era lo slancio verso il futuro.

Con loro, con i decadenti, l’arte diviene conoscenza, conoscenza della realtà e di sè, soprattutto degli aspetti più oscuri e dimenticati, più intimi e segreti. In quest’opera di conoscenza degli stati più sfuggenti dell’uomo, l’arte diviene pura intuizione, pura espressione, “pura” perchè non filtrata dai labirinti e dai dilemmi della ragione, diviene ricerca del primitivo, dell’istintivo, del brutale, di ciò che ipnotizza e lega con la forza del suo esserci immediato, non mediato dalle categorie logiche, dalle catene del pensiero. Diviene tentativo vertiginoso di cogliere le energie, il formarsi continuo della realtà, come voleva Boccioni. E il passato? Tutti i detriti che ha accumulato accanto a noi? E l’Accademia che lo rappresenta? Bisogna farla esplodere, rinnegarla?

Deve esplodere quanto, in essa, rappresenta la reazione, la remora ad ogni novità, la convinzione di essere i depositari della verità, unica, immutabile. Ma rinnegare è rischioso, perchè si può rimanere dipendenti da ciò che si rifiuta e l’odio può sempre convertirsi in amore, perchè è esso stesso un amore deforme, contorto, ma radicato e forte. Occorre superare l’Accademia, raggiungere una nuova originale sintesi: la raffinatezza pittorica, tecnica dev’essere uno strumento docile, una possibilità d’espressione in più, che si può decidere o no di usare, che si può e si deve abbandonare quando è fuorviante, inadatta.

Bisogna riconoscere che il nostro passato è incancellabile, è segnato nelle nostre cellule, nei nostri atti più segreti e personale e più liberi, e che noi, dunque, non può esistere l’assoluta istintività. Nulla, del resto, è tanto inutile e vuoto quanto un Mito e l’opera di Mauro Rea non cade – mi sembra – in quello della primitività. Voglio dire che nei suoi quadri, oltre alla ricerca dell’istintività, c’è la triste consapevolezza che non può esistere uno stato vergine di pura visceralità, che non possiamo credere di vedere per la prima volta il mondo, completamente liberi da condizionamenti. Questo contrasto provoca in lui uno stato perenne di crisi, di movimento sperimentale incessante, talvolta doloroso ma necessario per evitare la paralisi, l’inespressività, il vuoto.

Nonostante le difficoltà, Mauro vuole scendere sempre più dentro di sè e in questa discesa tanta di liberarsi della zavorra inutile accumulata e salvare gli strumenti per poter recuperare agli altri e soprattutto a se stesso i frammenti della sua, della nostra notte interiore. E’ questo lavoro che giustifica la sua esistenza, una pittura che non è impersonale e timida variazione nei solchi ben segnati dall’Accademia, ma la ricerca dell’unicità della sensazione, del proprio io primigenio e di quel fondo sfuggente che lo differenzia e lo unisce agli altri.

Luciano Rascioni

Sergio Cippitelli

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