La tragica morte di Marco a soli 4 anni: lo sfogo di un lettore presente ieri a Furio Camillo

Sulla tragedia di Furio Camillo a Roma, riceviamo e pubblichiamo questo testo/sfogo di un nostro lettore, presente sul posto ieri pomeriggio.

«La rabbia che abbiamo dentro è incontenibile. Ma ritengo che sfogarla contro chi, a nostro parere, doveva preoccuparsi di fare qualcosa e non l’ha fatta, sia il solito scaricabarile da superficiali ipocriti, un modo subdolo e codardo di autoescludersi dalla condivisione delle responsabilità di una tragedia, che invece, direttamente e indirettamente, sono di tutti noi. La manutenzione, lo zelo, le regole… ma di che parliamo proprio noi che ogni giorno infrangiamo l’impossibile giustificandoci con la scusa della necessità che diventa virtù? Ci saranno sicuramente delle responsabilità che verranno accertate ma questo non ci autorizza a discolparci sempre e comunque.

Non condivido affatto le contestazioni alle quali ho assistito ieri, trovandomi di passaggio proprio nei pressi di Furio Camillo, poco dopo l’incidente. E provo ancora più ribrezzo per tutti quei clacson che continuavano a suonare, prova di un menefreghismo sconvolgente. “Prima i fatti miei e chi se ne frega del resto del mondo”, questo è diventato il leitmotiv della nostre vite sempre più misere. È morto un bambino di 4 anni? “Pace all’anima sua, the show must go on, io sono in ritardo per il calcetto, devo passare”.

Una tristezza immane, certamente per la disgrazia ma anche per il “pilatismo” di quanti se ne lavano le mani e scaricano tutte le responsabilità sugli altri. Penso che dimenticheremo subito questa ingiusta morte di un angelo, come abbiamo dimenticato tutte le altre in passato, perché ancora una volta ci autoconvinceremo di non avere alcuna responsabilità in merito. Ma purtroppo non è così e se scaviamo dentro di noi troviamo la conferma dell’asserto. Tutti, difatti, dobbiamo vivere la nostra quotidianità con più saggezza, attenzione e senso di responsabilità, perché l’errore sempre è dietro l’angolo. Invece no, ci sentiamo quelli perfetti, pronti a puntare il dito anche in occasioni come questa, quando l’urlo del silenzio dovrebbe dominare la scena al posto delle nostre inutili boccacce starnazzanti.

Gian Marco Chiocci, nell’articolo “Siamo arrivati al capolinea”, pubblicato su Il Tempo di oggi, parla di scioperi bianchi, ritardi, lavori in corso, scale mobili frenate, vagoni a singhiozzo, borseggiatori ovunque, sprechi, creste e tanto altro ancora. La domanda è facile: chi sono i protagonisti di tutte queste situazioni? La risposta è ancora più facile: noi.

Tutti, se ripensiamo con sincerità al nostro vissuto, troviamo momenti nei quali ci siamo comportati con estrema superficialità, disinteressandoci di eventuali conseguenze per i nostri simili: a casa, al lavoro, in strada, in ospedale, in un ufficio, ovunque. Scaricare il barile sul prossimo non conduce mai alla soluzione del problema, anzi, crea le condizioni per nuove tragedie.

Per cortesia, non piangiamo più lacrime di coccodrillo ai funerali, salvo tornare a mandare a quel paese tutto il mondo appena usciamo dalla chiesa, perché noi siamo stressati, noi abbiamo i problemi e tutto il mondo deve condividerli. Per una volta scegliamo la strada più difficile, quella meno redditizia: non piangiamo bensì cambiamo la nostra vita, diventando più sensibili ed attenti nei confronti degli altri. Togliamoci dalla schiera dei codardi che s’illudono di espiare le proprie colpe puntando il dito. Siamo tutti colpevoli della morte del piccolo Marco e di tutti gli altri innocenti, questa è l’unica verità».

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