3 aprile 2015 redazione@sora24.it
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“La vigna dei f……”: il cupo futuro della sanità, a Sora e in provincia, nell’analisi di Rodolfo Damiani

Con questo appellativo a Roma, quando era romana, oggi è cispadana, si definivano i gruppi a cui si sottraeva con belle parole e promesse tutto quello che interessava ad altri, ovviamente sottraendolo loro. Ho l’impressione che stia sotto scacco la provincia di Frosinone: deindustrializzazione senza freni; sanità anno zero a vantaggio soprattutto di Roma e facendo vincere a Latina una guerra tra poveri; il trasferimento antistorico di tutta la provincia nella regione Campania.

Sembrano fatti slegati ma se si ragiona si capisce che è meglio trasferire una provincia povera, dopo essersi accaparrati quello da depredare, che una provincia ricca, i problemi saranno del nuovo assetto. Nelle spiegazioni razionali dei fatti ci sono le analisi su tre criteri: A) causa, effetto, prassi; B) azione, responsabilità, reazione. Senza entrare nelle diatribe politiche vorrei esaminare la dinamica della sanità nella nostra provincia: i risultato dopo due anni dell’attuale amministrazione commissariale, credo nessuno possa eccepire, sono disastrosi.

Secondo lo schema “A”, la causa è nei mancati investimenti, l’effetto è la caduta dei livelli di assistenza, la prassi dovrebbe essere negli interventi, che non ci sono stati, ma si è ricorso ad altri metodi per acquisire consensi. Secondo lo schema “B” a, l’azione è addebitabile al duo Zingaretti – Mastrobuono, la responsabilità è divisa fra il duo ricordato e quanti potevano intervenire a correzione del progetto e non lo hanno fatto, la reazione è dei destinatari dell’azione che possono intervenire solo di rimessa.

In questo contesto inseriamo l’atto aziendale per la ASL di Frosinone, la cui approvazione è degna per un verso di Kafka per altro delle storie “non sense”, per altro è una resa vergognosa allo strapotere romano e al Regime che ci stiamo costruendo, che qualcuno definisce demoattenuato. Gli eruditi sono bravissimi a coniare definizioni, la realtà è che democrazia e libertà o ci sono o non ci sono, non possono essere parcellizzate come il famoso bicchiere caro ai nostri benpensanti.

I fatti: dopo mesi di incontri, scontri, promesse mancate, articoli esegetici sui giornali, dichiarazioni grondanti servilismo che credevamo superate, si arriva al famoso voto a sostegno dell’atto aziendale. I nostri Sindaci tolte poche eccezioni votarono a favore, alcuni, di fatto, smentendo la loro precedente lotta. Ma la protervia del potere porta chi ne è colpito a voler fare sempre +1, per cui nelle more di una approvazione non scontata, apportava alcune “non sostanziali” modifiche e dimenticava altre integrazioni.

A questo punto la Commissione, non convinta, richiedeva un altro passaggio, ritenendo  che ci fossero punti da chiarire. Ed arriviamo a noi, riunione del comitato dei cittadini, pur nella diversità delle argomentazioni la scelta è dura: rigetto dell’atto e ricambio al vertice Siamo a lunedì pomeriggio, notizie si rincorrono di revisione dell’atto e di superamento  della gestione Mastrobuono.

Qui di nuovo è difficile capire, si susseguono gli interventi sotto una ferrea regia del Sindaco Ottaviani alla fine della quale i 32 sindaci votano contro l’atto e solo 17 votano per riunirsi per chiedere le dimissioni della Mastrobuono. Certo 59 assenti tra i sindaci e una spaccatura sulla figura della D.G. hanno fatto fischiare le orecchie a qualcuno. Martedì mattina, regione Lazio, senza alcuna discussione reale, in una atmosfera di decadenza  democratica, viene annunciata la firma dell’atto e non ricevibili le critiche alla Mastrobuono.

Giudichino i cittadini e ricordino quando saranno parcheggiati a quei lazzaretti che chiamano Pronto Soccorso, quando le nostre donne dovranno andare a partorire a Viterbo, quando non riusciranno a trovare posto ad un malato cardiaco, né a Frosinone, né a Sora, né a Cassino, quando dovranno aspettare 5 mesi per un fundus oculi e non ricordo quanto per un eco addome, ricordino chi non ha voluto cambiare le cose e chieda loro PERCHÉ.

Rodolfo Damiani

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