10 settembre 2013 redazione@sora24.it
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Un esempio sorano di “dignità civile e di coscienza del dovere” (di Luigi Gulia)

«Uno dei professori, il Simoncelli, di istituzioni di Diritto civile, è valoroso davvero: non parla, incide, scolpisce, e trascina!… È ritornato da Sora che fu semidistrutta [Terremoto del 15 gennaio 1915, ndr]. Per riacquistare il tempo perduto, farà lezione ogni giorno. Ne sono lieto  per due ragioni: si usufruisce del suo piacevolissimo ed efficacissimo insegnamento. E si ha un esempio di dignità civile e di coscienza del dovere non troppo frequente nelle Università»: così la lettera di Jacopo, il figlio ventenne del poeta Angiolo Silvio Novaro (che a lui, morto sul Carso, dedicherà nel 1919 le prose liriche de Il fabbro armonioso). Basterebbero queste poche righe a motivare la memoria odierna del giurista e deputato sorano, nato il 22 luglio 1860, morto a Frascati il 9 settembre 1917 all’età di 57 anni.

Nella villa comunale di Sora denominata oggi Parco Santa Chiara, già area del distrutto omonimo monastero di clausura, un busto inaugurato dal vento (che dopo giorni di rinvio della cerimonia prevista soffiò via il panno che lo velava) reca la seguente iscrizione:
QUESTA EFFIGIE/ DI / VINCENZO SIMONCELLI / RAMMENTI A SORA / LA GLORIA DI AVER DATO I NATALI / A LUI / CHE DA UMILE STATO / SEPPE ASSURGERE AGLI ECCELSI GRADI / DELLA SCIENZA E DELLA COSA PUBBLICA / E DALLA SPERIMENTATA POVERTA’ / TRASSE INCITAMENTO E CONFORTO  / A SOCCORRERE MIRABILMENTE  / LE UMANE SVENTURE.
È una sintesi di verità storica, dettata dalla moglie Giulia, figlia di Vittorio Scialoja, autorevole giurista e senatore del Regno, al quale erroneamente è stata attribuita da biografi privi di fonti familiari dirette. Certamente Vittorio Scialoja aveva condiviso quelle parole, perché testimone oculare ed estimatore sincero della vita esemplare dell’allievo, poi collega e genero.

Non è un caso che nello stesso parco cittadino abbiano posizione di rilievo i busti bronzei dell’antico maestro, il sacerdote Amedeo Carnevale, e del più promettente “figlio intellettuale”. Amedeo Carnevale (1813-1891), fondatore a sue spese dell’Istituto Baronio “per i figli del popolo”, primo sorano laureato in Lettere e Filosofia alla scuola napoletana di Basilio Puoti, condiscepolo di Francesco De Sanctis, era stato – come ricordò lo stesso Simoncelli – “un vero sacerdote” e “un vero cittadino” in tempi in cui era “eroico esser l’uno e l’altro insieme”.

Il busto di Amedeo Carnevale è opera di un altro grande sorano, lo scultore Pasquale Fosca (1852 – S. Paolo del Brasile, 1929), famoso nei centri mondiali di valorizzazione artistica, poco noto e studiato in patria. È copia fedele del busto da lui stesso realizzato nel 1893, ad iniziativa del Simoncelli e di altri ex allievi, per il monumento funebre del Cimitero, poi trafugato da ladri sacrileghi, forse nemmeno troppo ignoti.

Autore del busto del Simoncelli è lo scultore lauretano Giuseppe Tonnini (1875 – Roma, 1954). Sua l’allegoria delle Marche nel gruppo statuario delle Regioni d’Italia all’Altare della Patria; suoi vari busti di eroi garibaldini al Gianicolo; c’è anche la sua mano nel monumento a San Francesco a Piazza San Giovanni. E molto altro si dovrebbe dire del Fosca e del Tonnini. Il suggerimento non sfuggirà agli allievi del locale Liceo artistico.

Spazio di sollievo, di riposo, di conversazione, di divertimento infantile, ma anche di riflessione (così almeno dovrebbe tornare ad essere) quello del Parco Santa Chiara dominato da così illustri memorie cittadine, faro di civiltà in questo lungo (troppo lungo) periodo di smarrimento etico, di squallore culturale, di scadimento della vita politica, di assenza di esempi che diano speranza, fiducia e solidità morale ai giovani. La scuola (che vorremmo creativa e liberante) e la famiglia (spesso gravata da ansie, privazioni e ingiustizie), lasciate da sole e mortificate nei loro compiti insostituibili, sono costrette a scelte eroiche, ma gli atti di eroismo possono essere eccezionali e straordinari. Alla nostra vita sociale occorre che la lealtà e la lungimiranza politica, la correttezza amministrativa, la fedeltà legislativa ai dettami costituzionali assumano la logica della normalità e della quotidianità. E che la legalità sia la sostanza del costume civile. Papa Francesco ci appare ed è uomo cristiano, senza infingimenti, schietto e trasparente, seriamente esigente, sia nell’implorare la pace sia nel denunciare le cause che la minano. E le sue parole e i suoi gesti non sono soltanto una testimonianza di fede religiosa. Sono moniti che interpellano, con la tenerezza del cuore e la nitidezza del pensiero, le coscienze e le responsabilità di ciascun uomo e di ciascuna donna, in primis di coloro che dichiarano di assumersi l’impegno del bene comune.

Vincenzo Simoncelli è uno degli esempi cui la nostra comunità cittadina può fare riferimento. Per le origini dignitosamente umili, per la vita operosa e per le idee coerentemente professate. Al di là delle azioni e iniziative culturali e caritative promosse costantemente e senza risparmio personale in patria, pur dimorando a Camerino, Napoli, Pavia, Roma, negli anni dell’impegno professionale e parlamentare, oggi desideriamo ricordarlo per l’esemplarità di studioso che, immerso nella vita degli uomini, ha saputo vedere lontano e seminare idee e ideali di grande attualità. Ciò spiega anche le lunghe citazioni riportate ad utilità del lettore.

Nel 1987 tre eminenti personalità, diverse per formazione e orientamento politico, accomunate dalla severità degli studi e dalla serietà di vita, individuarono nell’opera di Simoncelli alcuni segni che oggi è motivo di speranza affidare ai giovani, agli studenti, in particolare, e a coloro che li accompagnano nella loro fondamentale esperienza di formazione. Sono idee su democrazia e libertà individuale; su laicità dello Stato e libertà religiosa; sul diritto che fonda le proprie ragioni sulla dignità dell’uomo.

Giuliano Vassalli, allora ministro di Grazia e Giustizia e professore dell’Università di Roma “La Sapienza”, sottolineata la formazione e l’orientamento democratico-liberare del giurista sorano, cita un passo significativo di Simoncelli dedicato alla funzione sociale dello Stato: essa «pur potendo essere grande e giustamente distribuita in regime di paterno assolutismo, tuttavia può essere maggiore in regime di larga democrazia, e più o meno giustamente distribuita, a secondo della pressione di tutte o soltanto di alcune classi sui pubblici poteri. La storia del diritto pubblico moderno ha col fatto posto fine al dibattito sull’intervento dello stato nei rapporti sociali, reagendo contro la scuola liberista, dominante alla fine del secolo XVIII e al principio del secolo XIX, che aveva ridotta l’attività dello Stato alla sola funzione giuridica. Il movimento democratico ha obiettato che non basta garantire la libertà dell’individuo, quando questi è debole e resta di fatto alla mercé del forte: occorre invece aiutare l’individuo debole con la forza dell’associazione, ed anche, occorrendo, con la forza dello Stato. Il limite è in quel punto in cui l’intervento dello Stato minaccia di sopprimere o deprimere troppo la libertà dell’interesse personale, con danno della produzione, e quindi con danno generale. È il problema più grave dello Stato moderno». E dire che Simoncelli conduceva questa analisi e indicava prospettive di equilibrio all’alba del “secolo breve”.

Francesco Paolo Casavola, allora Giudice della Corte Costituzionale – di cui sarà presidente del 1992 al 1995 – e preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”, commentando la convinzione di Simoncelli che, nei rapporti tra Stato e Chiesa, i concordati sono “ingenuità storica sorpassata”, si domanda se, dopo il Concordato del 1929 e la sua revisione del 1984, i fatti abbiano smentito il giudizio di Simoncelli. «Sono portato a ritenere –  subito chiarisce – che il Simoncelli aveva vista più lunga non solo di quella dei suoi contemporanei ma anche della nostra. Egli muoveva da una considerazione assai alta delle relazioni tra Stato e Chiesa, prodotto di una storia che non si ripeterà identica ed immota. L’Italia laica, non anticattolica, non anticristiana, riconoscerà il patrimonio della cultura nazionale che è cristiano, e dimenticherà l’avversione della Chiesa al processo risorgimentale di formazione dello Stato unitario. La Chiesa perdonerà, dimenticando antiche e nuove offese, per dedicarsi più intensamente alla sua missione universale, di pace tra tutti i popoli». Aggiunge che queste sono le tesi che «oggi usiamo convenzionalmente chiamare del Tevere più largo, di uno Stato laico sinceramente rispettoso della libertà religiosa, come proclamata dal Concilio Vaticano II, di una società civile nella quale la Chiesa totalmente si immerge, senza rivendicare privilegio alcuno. Sono appunto le tesi simoncelliane che superano al tempo stesso le categorie della separazione e del vincolo concordatario, dense ancora di insegnamenti per lo Stato e per la Chiesa». Afferma che esse potevano venire coraggiosamente da lui «che era in grado con la sua esistenza di credente e di cittadino di rendere testimonianza a “quella infinita schiera dei fedeli semplici ed umili” che per i secoli della storia d’Italia hanno conciliato “nella loro anima quel che poi pareva inconciliabile ai potenti ed ai sapienti”». La riflessione conclusiva di Casavola è un riconoscimento quasi profetico alle idee del giurista sorano: «Non saprei trovare nulla di più significativo per guidare, oltre la cronaca degli eventi dei nostri giorni, i rappresentanti della democrazia italiana e i pastori della Chiesa italiana, verso un più autentico futuro di progresso morale e spirituale del Paese, che queste poche e chiare idee di Vincenzo Simoncelli. A me sembra che riconoscere il primato della coscienza individuale sulle carte regolatrici di rapporti istituzionali sia volgere la politica e la religione verso due impegni indipendenti ma non competitivi di educazione civile».

Filippo Cancelli, allora ordinario di Diritto romano presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, ex alunno del locale Liceo classico intitolato a Vincenzo Simoncelli (a noi ex alunni più giovani additato come esempio di impegno, di sacrificio e di successo nella difficile carriera universitaria), ha scritto della humanitas del giurista sorano: «Ci sono giuristi, pur valentissimi, che sono paghi del chiuso recesso, ove filano i loro pensieri, levigano i concetti, costruendo dalle norme legislative come su di un manichino; altri, invece, vi sono, e di questi un esempio singolare è il Simoncelli, che per intendere il diritto prendono dalla vita reale, dalle passioni degli uomini composte e componibili con le norme del legislatore. Egli appunto mostra nelle sue trattazioni scientifiche di avere davanti la società, gli uomini, le aspirazioni che li agitano; non dimenticò mai che il diritto ha come suo fondamento la dignità dell’uomo (ius hominum causa constitutum est, Herm. D, 1, 5, 2) e avrebbe potuto ben dire di sé, con Marziale (X, 4, 10): la nostra pagina ha il sapore dell’uomo (hominem pagina nostra sapit)».

È difficile, ma non dobbiamo disperare, che oggi si possa dire di molti altri ciò che di lui testimoniò Filippo Meda (Milano, 1869-1939): «La presenza di Vincenzo Simoncelli in parlamento fu ritenuta una esemplarità etica, fino a diventare riferimento ideale di azione e di costume».

Luigi Gulia

NOTA – L’autore di questa memoria sarà lieto di inviare ai lettori che lo richiederanno un più completo, seppur breve, profilo biografico di Vincenzo Simoncelli.

SIMONCELLI-DIPINTO

 

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