venerdì 12 ottobre 2012

NEW YORK – “Con mia moglie Elisabetta e Renzo Vitale alla fermata del “pulmino” ”. (di Enzo Celli)

Di tutti i viaggi che ho intrapreso, quello che ricordo con più intensità è quello che per tutte le mattine dei miei sei anni mi ha condotto dalla casa di zia Maria fino alla scuola del Preziosissimo Sangue. Grazie alla minuscolinità di allora, mi nascondevo sempre dietro il grande portone di casa nella speranza di non essere visto, ogni mattina ero convinto di farcela. Ma ogni mattina vedevo la mano di zia afferrare l’orlo della porta e scansarla sorretta dalla colonna sonora di uno dei film di Hitchcock.

Ancora adesso mi capita di incrociare lo sguardo di quello che fu il mio Caronte di allora, me lo trovavo sorridente al volante di quel mezzo infernale che mi conduceva sull’altra sponda dell’Ade, mentre mia zia mi salutava dalla strada fino a quando quel pulmino non svoltava la curva della Chiesa di San Giuseppe Artigiano diretto verso via Napoli. Non concedendo concessioni, il tempo ci ha portato così ai giorni d’oggi ed adesso sono io l’adulto di quella casa, che grazie a Dio ha conservato tutta la magia della mia infanzia.

Grazie all’amore che la mia famiglia ha sempre elargito alcune cose sono rimaste esattamente come allora, altre sono addirittura migliorate concedendo la serena consapevolezza che non cambieranno mai. Questa aura di magia sfiora a tratti la concretezza e questo avviene particolarmente la mattina presto. È capitato così che alcune volte, uscito di casa alle sei e mezza per andare alla Messa di San Domenico, mi è sembrato di vedere il retro di quel pulmino voltare la curva della Chiesa di San Giuseppe Artigiano diretto verso via Napoli, ma ovviamente era solo un trasalire dell’immaginazione. Stesso trasalire che ha fatto si che il giorno che sono partito per New York ho visto zia Maria dallo specchietto della macchina che mi salutava finché non voltassi la curva della Chiesa di San Giuseppe Artigiano diretto verso via Napoli.

Dopo quasi quattro mesi di duro lavoro, di grandi gioie e grandi patemi, questo viaggio è quasi alla fine e la cosa che ho sorprendentemente amato è stata che non è passato nemmeno un giorno in cui non abbia pensato a casa con trepidante innamoramento, consolato dalla consapevolezza di stare facendo qualcosa di buono per me e per la comunità a cui appartengo. Mai in vita mia sono stato tanto innamorato del posto in cui vivo. Fortunatamente ho avuto dei momenti di forte consolazione in questa sorta di esilio creativo, uno di questi è avvenuto qualche giorno fa quando sono andato a sentire il concerto di un grandissimo artista: Renzo Vitale.

Si Renzo Vitale quello di Sora. Ho omesso volutamente l’aggettivo sorano perché a volte noi Sorani abbiamo la tendenza ad usarlo con un’accezione ridimensionate delle capacità, e credetemi è un errore imperdonabile, tutelatene i vostri figli. Pur essendo tutti e due Sorani ci siamo conosciuti solo nel gennaio del 2012 e per merito di Renzo. Fu lui infatti che mi inviò una mail mentre eravamo qui a New York per una serie di spettacoli. In quei giorni lui venne a vedere un nostro spettacolo ed adesso  finalmente posso essere io seduto in platea a godermi lui che suona.

Io e mia moglie Elisabetta siamo tra i primi ad arrivare alla Rockwood Music Hall al 196 di Allen Street nel East Village. L’atmosfera é composta da una penombra che rende alcuni angoli del locale invisibili, tendaggi rossi e legno scuro si arrampicano fin sul soppalco che affaccia sul pianoforte di Renzo rendendo il complesso Statunitensamente efficace; tutto a chiosare l’imperiosa vetrata che dall’interno del locale apre lo sguardo proprio su Allen Street.  Io ed Elisabetta ci sediamo in uno dei tavoli del parterre leggermente laterale al pianoforte ma che mi concede di vedere il volto di Renzo mentre suona.

Quando conobbi Renzo rimasi subito colpito da qualcosa di indefinito che comunque mi affascinava nella sua familiarità. Anche se l’arte aveva da subito risolto una serie di procedure comportamentali chiarendo  che ci riconoscevamo pur non conoscendoci, c’era qualcosa ancora d’incompiuto che m’interrogava. Sono riuscito a dare risposta a questo enigma solo qualche giorno fa quando ho capito che per la sua eleganza, umiltà, solidità, concretezza, profondità, generosità, Renzo mi ricordava una persona che ho tanto amato in vita, una persona che per me é stato come un secondo padre, una persona che mi ha insegnato cosa vuol dire essere un Galantuomo nell’accezione più profonda: il Professore Enzo Toscano. Si perché i Renzo Vitale, come gli Enzo Toscano, sono indubbiamente Galantuomini.

La signorilità non può essere avulsa dall’umiltà, ed é con questo moto che Renzo sale sulla pedana passando dietro il pianoforte e non davanti come farebbero i più per provocare il primo applauso, così mentre la sala continua il suo lavorio di ordini e consumazioni, Renzo si siede silenziosamente al pianoforte, poggia le mani sulle gambe, chiude gli occhi e comincia a respirare, dopo qualche respiro Renzo diventa Renzo Vitale e questa trasformazione zittisce il mormorio della platea. Renzo danza sul pianoforte, ogni affondo di dita é sempre preceduto da un respiro che esala lo spirito di quelle note. Comincia un concerto generoso, ardito e passionale. Si contorce Renzo, salta sulla tastiera, si rincorre e meravigliosamente si raggiunge.

Parla con la platea guardandola in faccia, non nascondendosi dietro sovrastrutture e atteggiamenti che molte volte i produttori chiedono a noi artisti di interpretare. Parla con un Inglese impeccabile, scatenando in me la tipica invidia di chi parlando Inglese vorrebbe parlarlo così, racconta del suo ultimo viaggio di quest’estate a Sora, descrivendo quella soranità che tanto gonfia il cuore. Racconta di suo padre, e lo fa proprio come un padre vorrebbe che il figlio raccontasse di lui. Renzo convince il pubblico perché non cerca di convincere nessuno. Nel locale immerso nella penombra non c’è nessuna ombra di dubbio che Renzo é nato per stare seduto su uno sgabello dietro ad un pianoforte, qualsiasi anomalia a questo stato sarebbe una bestemmia che urla al cielo.

In questo continuo sviluppo di energia che si sta creando nel locale, dall’imperiosa vetrata posta alle spalle di Renzo vedo arrivare il pulmino che mi portava a scuola nelle mattine dei miei sei anni. Parcheggia proprio davanti l’ingresso del locale e quando si apre la portiera laterale, dalla luce interna del mezzo vedo che alla guida non c’è più il mio Caronte di allora ma Riccardo Gulia, il poeta sorano, che spento il motore mi guarda fisso negli occhi e mi sorride. Pian piano dal pulmino iniziano a scendere tutti gli artisti Sorani del tempo che fu; dai più ai meno famosi sono tutti lì.

Entrano compitamente nel locale e si mettono compuntamente ad ascoltare questo loro figlio che suona. Renzo non può vederli, sono tutti alle sue spalle vestiti col vestito della Messa, tra le mani il cappello quello buono per gli uomini e la borsetta con la catena di finto oro per le donne. Renzo suona, suona e suona ancora mentre loro lo guardano con la fierezza di chi sa di aver comunque contribuito con la propria arte a formare un Galantuomo Sorano.

Io da parte mia non riesco a reggere alla commozione. Sto per prendere per mano Elisabetta, alzarmi ed andare a chiedere a Gulia se stasera tornano a casa, se per caso hanno un paio di posti in più, anche uno io sto in piedi, se ci danno un passaggio insomma, abbiamo voglia di tornare, io sto per diventare zio; ma Gulia intuisce e mi gela con uno sguardo: c’è ancora da fare qui. Mi faccio forza e mi rilasso di nuovo sulla sedia consolato che ormai manca poco per tornare. Renzo é a pochi centimetri da me, vorrei chiamarlo per dirgli di voltarsi, di guardare, ma Renzo suona ed è giusto così, d’altronde anche loro sono venuti qui per sentire lui.

Il concerto finisce, e mentre tutti nel locale godiamo nell’applaudire per un artista come Renzo, gli artisti Sorani del tempo che fu abbottonano i loro paltò, rimettono i loro cappelli, compostamente e silenziosamente escono dal locale e salgono sul pulmino dei miei sei anni. Ultimo di questa nobile schiera Riccardo Gulia, che mi sorride mentre mi saluta con un gesto del cappello, io rispondo alzando il mio bicchiere verso di lui e con un sorriso.

Sale per ultimo Gulia, si toglie il paltò, si siede al volante, mette in moto, mi guarda ancora, ancora sorride, chiude la portiera ed io vedo questo pulmino partire da Allen Street fino ad arrivare a svoltare la curva della Chiesa di San Giuseppe Artigiano diretto verso via Napoli. Mi consola il pensiero che un giorno anche io, Elisabetta e Renzo saremo su quel pulmino in giro per il mondo ad ascoltare giovani artisti Sorani che avremo contribuito a forgiare Galantuomi, e tutto diventa bello e rassicurante.

Enzo Celli

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