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Nota sul toponimo SORA, parente stretto di SORATTE. Una esplorazione rigorosa e affascinante del Prof. Vittorio Ferraro nel mondo fenicio-cartaginese (di Luigi Gulia)

Anche per il toponimo indoeuropeo SORA, invariato nei millenni, vale la frase latina “Nomina sunt consequentia rerum” (C’è corrispondenza fra i nomi e gli oggetti che essi designano). Calza, anzi, a proposito, visto che il nome si associa alla natura del paesaggio. SORA allude infatti alle rocce e alle acque che connotano il suo territorio. Ce ne forniva spiegazione scientifica Ernesto Giammarco (1916-1987), compianto amico, glottologo e dialettologo dell’Università di Chieti, ove fondò e diresse l’Istituto di Glottologia dopo aver dato vita, insieme con Ettore Paratore (1907-2000), all’Istituto di Studi Abruzzesi.

Vittorio Ferraro, altro amico carissimo, ordinario di Filologia classica alla Terza Università di Roma, è andato oltre con le sue ricognizioni (pubblicate nel 2010 e dalle quali abbiamo volentieri attinto per informarne i nostri lettori). Lo studio dei nomi esteso all’area mediterranea gli ha fornito, ad esempio, indizi o conferme della presenza di Fenici e Cartaginesi in empori ed approdi altrimenti “sommersi”. È il caso dell’italico SORATTE, dal latino SORACTE, il nome del monte cantato da Orazio che si innalza a una quarantina di chilometri a nord di Roma e a meno di cinque dalla sponda destra del Tevere. Si erge in forma di cresta lunga quasi 5 km, larga appena 1 km e alta meno di 700 metri. Dotato di pareti rocciose e scoscese, costituì una sorta di roccaforte naturale per gli abitanti del territorio, che condividevano una grande devozione per il dio Apollo, conosciuto come Apollo Sorano e venerato come dio protettore del monte.

Il suo nome non figura radicato nei vocabolari antichi della penisola né tra voci più agevoli da ricondurre ad una lingua straniera. Lo stesso significato etimologico rappresenta un problema. Sor e acte sono le sue due componenti. Se si legge sor come un’improbabile variante del lat. sol “sole e nel secondo componente si rintraccia un calco dal greco acté “rupe, promontorio, costone di roccia”, Soracte significherebbe qualcosa come “cima lucente”, “monte del sole”.

In realtà, il Soratte condivide con la parola greca acté diversi tratti distintivi, a partire dalla posizione isolata e dominante al centro di una pianura a ridosso di acque navigabili come quelle del Tevere. Anche la circolazione della voce Soracte nell’entroterra laziale – continua il prof. Ferraro – non sarebbe scontata ma nemmeno sorprendente, data la facilità con cui essa poteva essere stata introdotta o da coloni greci stanziati nelle adiacenze del monte, oppure dai mercanti che, com’è noto, risalirono il Tevere fino a tutta l’età regia e oltre, in pratica fino a che il fiume non passò sotto il pieno controllo politico e militare dei Romani.

Senza riscontri testuali di una qualche rilevanza, rimane piuttosto aleatoria, invece, la spiegazione di sor come gemello di sol. Al preteso significato etimologico di “cima lucente”, “monte del sole”, si contrappone, tra l’altro, la densa vegetazione che arriva a coprire, anche sotto forma di macchia, l’intera superficie del monte, per non dire della zona d’ombra che nei giorni di pieno sole copre a rotazione almeno una delle sue fiancate.

SORATTE E SORA.

La scomponibilità dell’oronimo Soracte nei due elementi distinti, sor e acte, chiama in causa SORA, il nome dell’antica roccaforte dei Volsci, distante in linea d’aria dal Soratte un centinaio di chilometri. Essa stava raccolta in cima a una rupe che s’allungava, come vediamo ancora oggi, in forma di promontorio con la fronte e i fianchi alti e quasi a picco, protetta a sua volta dal fiume Liri, che scorreva ai suoi piedi aggirandola con un’ansa.

Si profila la possibilità di un legame con l’iniziale sor di Soracte, data l’evidenza, oltre alla sovrapposizione linguistica, di alcune affinità fisiche tra il monte falisco e la rupe sorana: profilo da promontorio, fianchi a picco, affaccio su acque navigabili, dunque aperte al transito commerciale, imponenza da grande roccaforte naturale; tutte affinità, queste, che consigliano di valutare la possibilità che l’antica Sora derivasse il nome dalla rupe stessa, già chiamata sora, evidentemente, sulla quale essa stava arroccata. (Derivazioni del genere sono diffuse nella toponomastica: p.es. Ancona, dal greco Agkón, “gomito”, con riferimento alla forma dell’insenatura utilizzata inizialmente come approdo.)

In un quadro simile, il sostantivo sora inizia a delinearsi quale corrispettivo del lat. arx e del greco acté, prefigurando in Soracte un composto tautologico (cioè di parole dello stesso senso) formato appunto da sor(-a)  e acte, vale a dire una formazione che unisce due nomi comuni di nazionalità diversa e, come regola, anche di età diversa, dove il più antico è già fuori dall’uso corrente e funziona da nome proprio (vedi oggi, ad esempio, Monte Cacúme, dal lat. cacumen “monte”).

Neppure di questo ipotetico sora però – avverte il prof. Ferraro – sono visibili altre tracce sicure, né tra le voci del vocabolario latino né tra gli avanzi dialettali italici; rimane da esplorare l’eventualità di una sua origine straniera, come ipotizzato per la circolazione dell’oronimo Soracte in territorio laziale.

SORA E TIRO.

L’antica Tiro, il maggiore dei centri commerciali fenici, oggi Sŭr, stava arroccata in cima a un’isoletta costituita da un grande costone di roccia. La sua fama di fortezza inespugnabile fu cancellata da Alessandro Magno nel 332 a.C., ma solo dopo sette mesi di assedio.

Il greco Túros, da cui il lat. Tyrus, corrisponde al fenicio şr, che appunto significa “rupe, costone di roccia, promontorio” e da cui per metafora di contiguità prese il nome la città edificata sulla rupe.

Perciò l’antica sora, ipotizzata qui alle spalle di Sora e all’interno di Soracte, si configura in tutto come ripetizione del fenicio şr, nella forma, nella pronuncia e nel passaggio da sostantivo a nome proprio della città, facendo maturare il dubbio che si tratti proprio di voce importata nel Lazio da mercanti fenici o fenicio-cartaginesi durante i secoli della loro più intensa penetrazione commerciale dalla costa tirrenica, all’incirca tra i sec. VIII e VI a.C.

Questa ricostruzione del toponimo sora corrisponderebbe alla filosofia insediativa fenicio-cartaginese, coerente con l’espansione e la tutela del commercio in regioni straniere. Per i fenici era primaria la necessità di creare avamposti in luoghi elevati, più difficili da attaccare e idonei come osservatori per il controllo delle aree circostanti.

La rupe di Sora e il monte Soratte – conclude il prof. Ferraro – rispondevano in pieno a questi requisiti, anche in virtù della loro posizione dominante sui due maggiori fiumi navigabili del Lazio arcaico, il Tevere e il Liri.

Luigi Gulia

 

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