Rodolfo Damiani: “Lettera aperta al Segr. Prov del PD, Simone Costanzo”

Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera a firma di Rodolfo Damiani.

«Ovviamente queste mie considerazioni a botta calda sono rivolte anche agli altri Responsabili del PD (?) e a coloro che si riconoscono (ancora?) come militanti o semplicemente simpatizzanti.

Non voglio tediare nessuno con il mio passato politico e come dice sempre il Premier conta il presente e la realtà dei fatti: abito a Sora e sono iscritto al PD: una prima osservazione, ma esiste un PD nazionale che abbia una politica univoca, in cui gli iscritti democraticamente, oltre alle primarie su cui ci sarebbe molto da dire, esprimono le proprie idee e concorrono a tracciare la linea del Partito?

Alla Domus Mariae e alle Frattocchie, le scuole di partito della DC e del PCI, si insegnava, attraverso un confronto aperto, che il partito sviluppa una comunicazione bidirezionale, tra vertici e base, di cui le sezioni sono lo snodo di confronto e di presa d’atto di questo continuo metodo di costruzione delle politiche. Mi sembra che tutto ciò manchi, la base viene coinvolta, neanche sempre, per avallare decisioni prese non si sa bene dove, da chi e come. Il Partito da l’impressione di gruppi che si rifanno per inerzia ad un notabile sul territorio che di volta in volta secondo convenienze difficilmente individuabili aderisce e porta il peso politico del suo gruppo alla mediazione adeguata secondo il suo giudizio.

Di esempi di scollamento tra base che vuole una cosa e decisioni di tutt’altro segno ne abbiamo a bizzeffe, sanità, tariffe pubbliche, servizi, ecc. ecc. ecc. Ma la cosa in un paese dove i partiti non esprimono linee ideali e ideologiche e si rifanno ad uomini presi quali archetipi politici, pedissequa brutta copia dell’uomo della Provvidenza, non stride pesantemente, la politica è quella del vivacchiare, una botta all’Europa e una alla Germania, a nessuna banca male amministrata si nega l’aiuto di stato, si incorona come salvatore dell’industria nazionale qualcuno che sta ristrutturando con la cassa integrazione da anni a carico dello stato, un buffetto all’amico dell’amico, un appalto   quasi clientelare a compensazione di atti di fedeltà, un “voto di fiducia” ormai è la medicina per i problemi più indigesti e siccome abbiamo tutti famiglia, l’occupazione è carente e qualcuno vuole eccepire sui vitalizi è meglio non far cadere un governo nella incertezza della rielezione.

Potrei continuare all’infinito, ma per evitare la taccia di prolisso e logorroico sono all’ultimo fatto, non potendo non citare le guerre pacioccone tra maggioranza ed opposizione, tutti prodighi di dichiarazioni ultimative poi di fatto come dicono i burini “Sono come quei gentiluomini di Pisa: di giorno litigano e di notte insieme e in buon accordo prelevano distrattamente beni senza il permesso del proprietario”. Come risulta patetico l’atteggiamento di personaggi di estrazione dei “duri e puri” a fronte del Barnum della politica o dell’Oudini delle prese di posizione.

Capisco la sua perplessità e le spiego che il preambolo mi è servito a rivelarle una cosa di cui non credo si sia accorto “NON C’E’ PIU’ IL PARTITO DEMOCRATICO DI SORA”. Ancora più grave è che come la Fenice in molti affermano che c’è, anzi è proteiforme ed è stato miracolato con la resurrezione in liste diverse e contrapposte. A questo punto solo Lei può spiegarmi l’arcano, anche perché credo che rientri nell’ambito dei suoi doveri il mantenimento in vita e visibile il partito. Dove è il PD con il copyright, oppure mi consiglia di votare come uno che non ha partito, per qualcuna di quelle liste dove con operazioni di maquillage semantico si cerca di coprire il vecchio, oppure mi asterrò dal voto, come nell’ultima tornata referendaria ci è stato consigliato con gesto irresponsabile e pretendere di conoscere la ragione del dissolvimento di un partito vittima di faide da basso impero, senza una guida che costi quel che costi avrebbe dovuto per orgoglio e lealtà concorrere per chi c’era e per chi preferisce la sconfitta con onore ad una lenta morte di consunzione.

Rinunciare al proprio simbolo significa rinnegare la propria identità, significa aprire la strada al trasformismo, che è stretto parente del qualunquismo, il cui unico ideale è la Pagnotta. Absit iniura verbis, cordialmente la saluto».

 

Rodolfo Damiani     classe 1939     Sora v. Matteotti 5 g   roda39@libero.it

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