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San Rocco e la moderna “peste 2.0” di Sora

La soluzione ai mille veleni che affliggono la città è a portata di mano, ma costa molta fatica. Forse è per questo che non viene mai adottata.

Ogni anno ci concentriamo esclusivamente sul programma della festa, senza dare troppa importanza al perché, il 16 Agosto, migliaia di persone in ogni dove (si festeggia ovunque) scendono puntualmente in strada per rinnovare la propria devozione verso San Rocco.

Ci lamentiamo per il cantante, le bancarelle, la lotteria, la banda e per tutti quei particolari marginali rispetto alla grandezza della figura che viene portata in processione.

San Rocco è l’emblema della solidarietà umana, la figura che ognuno di noi vorrebbe avere accanto nei numerosi momenti di difficoltà a cui la vita ci sottopone. È l’uomo votato all’azione, cosa infinitamente più difficile dello spreco di fiato per emettere un giudizio. San Rocco non parla, fa.

Ecco dunque il paradosso: nella nazione dove lo “sport” più diffuso non è agire ma parlare, anzi sparlare, sovente e a sproposito, moltissime comunità, compresa quella sorana, venerano un santo che, secondo gli storici, ha dedicato gran parte della sua vita a servire gli appestati in silenzio, alias all’azione.

Capiamo, quindi, che per mettere fine alla “peste” che affligge Sora, basterebbe seguire l’esempio di San Rocco. Ma perché, a Sora c’è la peste? Certo che c’è! È una “peste” diversa, 2.0: chiacchiericcio, invidia, violenza verbale, di tutto e di più.

Si detesta chi conquista un posto al sole, si tifa sempre contro e mai a favore, si gode delle disgrazie altrui, si sminuisce chi ha successo in qualsiasi ambito: se non è peste questa!

San Rocco, in definitiva, non è solo speranza di guarigione fisica per chi confida in lui, ma è anche la strada da seguire per chi vuole imparare a guardare il bicchiere mezzo pieno, ad apprezzare ciò che si fa smettendo di puntare il dito solo su ciò che non va. Imitiamolo.

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