Se Sora è questa bisogna rimboccarsi le maniche. Oppure emigrare

Immagini che fanno riflettere non tanto per l'entità dei danni, quanto per l'importanza sociale della struttura che li ha subiti e per il grande impegno profuso da coloro che l'hanno pensata e realizzata.

Desolazione, tristezza, rassegnazione. E la rabbia? Beh, quella oramai non c’è più, perché con tutta franchezza ci sentiamo vinti. Se Sora è questa bisogna riflettere a fondo, cercando di trovare la forza di rimboccarsi nuovamente le maniche, oppure emigrare e lasciare la città al suo destino.

Il parco inclusivo, costruito appena due anni fa nella villa comunale, era nato per far giocare insieme normalmente e diversamente abili. Questi ultimi, circa trent’anni anni fa, quando a livello sociale eravamo dei sottosviluppati, li chiamavamo handicappati, termine che all’epoca veniva usato sovente in senso dispregiativo dai ragazzini e non solo. Ebbene, osservando le foto pubblicate in questa pagina, ci rendiamo conto che in tutto questo tempo è cambiata solo la forma, ovvero il linguaggio ha compiuto passi da gigante dal punto di vista del rispetto, ma nel contempo ha fatto altrettanti passi indietro l’educazione giovanile.

Ci piacerebbe molto che questi scatti non sortissero la stessa indifferenza di quelli pubblicati a turno dalla carta stampata e da tutti i giornali e siti on-line, compreso il nostro, nei quali vengono periodicamente immortalate bottiglie e cartacce lasciate sulla strada dopo le varie sbornie notturne. Ci piacerebbe vedere un’azione riparatrice da parte di chi ha provocato i danni al parco, un’ammissione di colpa, magari delle scuse. In tal caso, avrebbe un senso rimboccarsi le maniche per fare qualcosa di meglio tutti insieme e per Sora.

Se invece la reazione fosse la solita (ovvero: “Basta con queste cavolate, pensate a scrivere di chi spara e ammazza invece di immortalare altalene rotte, cartacce e bottiglie lasciate da ragazzi che vogliono solo divertirsi in un paesaccio che non offre nulla!”), beh, allora vorrebbe dire che le speranze sono finite e che non ci resta altro da fare che emigrare.

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