“Se vogliono che i loro nipoti abbiano ancora un castello da vedere…”

Ospitiamo il commento di un nostro lettore all’articolo Se volete costruire una strada sul Castello chiedetelo prima ai sorani (di Luigi Alonzi) che può aiutare ad avere più opinioni sul dibattito del Castello.

Non sono nè stupito, nè colpito dalle reazioni contrastanti circa l’ennesima proposta della realizzazione di una strada che consenta l’accesso al castello: ho qualche anno e ricordo molto bene alcune delle polemiche che, ciclicamente, hanno riguardato tale argomento. Sora 24 ha più volte sollecitato i cittadini ad esprimere i loro pareri e, se non secca nessuno, vorrei esprimere il mio, per quel che vale ovvero, in democrazia, un voto solo. A mia memoria, di tavoli tecnici ne sono stati istituiti diversi, senza produrre mai nulla di concreto, perché, come dicevano i nostri padri “tot capita, tot sententiae” e, siccome i “capita”, alla fine dei conti, vogliono dir voti, per non scontentare nessuno (associazioni, studiosi, tecnici, progressisti, naturalisti) tutto è rimasto immutato con il trascorrere del tempo e delle amministrazioni, di ogni colore.

Il primo punto su cui coloro che definirò, solo per mia comodità, “conservatori” e “progressisti” devono mettersi anzitutto d’accordo è SE VOGLIONO CHE I LORO NIPOTI ABBIANO ANCORA UN CASTELLO DA VEDERE. Perché, sebbene sembri tutto immutato, lassù le cose cambiano. Rispetto a trenta o quaranta anni fa, le mura sono più basse, a occhio, di una ventina di centimetri, e ci sono foto che lo dimostrano; le piante hanno proliferato indisturbate sulle mura, sgretolandole e minandone la stabilità: tale situazione, se lasciata a se stessa, non può far altro che peggiorare in modo esponenziale.

Detto questo, se si vuole anche solo consolidare lo stato di fatto in modo da fermare il degrado (non parlo, per carità di popolo!, di aggiungere anche solo un gabbiotto per ospitare un custode o una biglietteria per non attirami gli strali e le giaculatorie dei puristi a tutti i costi!) la strada è necessaria per consentire un accesso ai mezzi e ai materiali, a meno di non voler ripristinare le corvées medioevali in cui tutti i cittadini, a turno e secondo possibilità, siano tenuti a trasferire le materie prime a dorso di mulo o, visto che anch’essi sono in via d’estinzione, a forza di braccia. Quanto alle varie alternative di volta in volta prospettate, ha ragione chi afferma che è improponibile ammodernare la salita di Via Ravo: è un percorso storicizzato oramai da millenni e per questo motivo, oltre che per l’asperità della salita è impossibile modificarla in alcun modo. Riguardo la risalita a cremagliera, con una ferrata o, addirittura, con una cabinovia, mi permetto di far osservare che, in quel di Montecassino (già peraltro dotata di panoramicissima strada asfaltata!), è un progetto già preso in considerazione e non realizzato per la manifesta antieconomicità dello stesso: è stato infatti calcolato che, tra manutenzione ordinaria e straordinaria e stipendio degli addetti (almeno due), sarebbe stato necessario staccare almeno 1.000.000 di biglietti l’anno per andare in pari e, se la millenaria Abbazia ritiene di non riuscire ad attirarne tanti, come potrebbe farlo la nostra, pur meravigliosa, Rocca? In più, tale soluzione sarebbe comunque inutile per il trasporto materiali fino in cima, perché le cabine passeggeri ne resterebbero danneggiate irrimediabilmente.

Quanto al paventato pericolo di festini a base di birra o (peggio!) spinelli tanto paventati, vorrei portare testimonianza diretta di: murales e graffiti eseguiti, neanche tanto artisticamente mi pare, con bombolette spray un po’ ovunque sulle mura; centinaia di bottiglie in vetro e plastica sparse ovunque; focolari di bivacchi (si ignora se diurni o notturni) che si rinvengono periodicamente nel cortile del castello e anche al suo interno; proiettili da air soft games spiaccicati sulle antiche vestigia. I preservativi, poi, non si fermano a Pianello, ma ho potuto ammirarli sia drappeggiati con noncuranza nei pressi del dolmen a metà salita, sia all’interno delle torrette e dei corridoi interni del maniero, accompagnati da esplicative epigrafi a pennarello indelebile che magnificano le prestazioni amatorie di “Tizio” e “Caio” corredate dalla data di “consumazione” e, talora, anche dal nome della gentil donzella (ma non si diceva, una volta, che un vero gentiluomo “gode e tace”?). Vorrei aggiungere al quadretto idilliaco e incontaminato i tanti danni lasciati, qua e là, da estemporanei ed improvvisati “bucanieri” i quali, armati di metal detector, spicconano e spalano or qui or là nelle mura e sul terreno alla ricerca di chissà quali ricchi tesori nascosti. E la strada (che, tra parentesi, non immagino affatto libera al transito di chiunque) non consentirebbe forse alla forza pubblica un maggiore controllo sul monumento?

Vi sono poi coloro che affermano che al castello si è sempre andati a piedi e che si dovrebbe continuare ad andarvi così: bene! Allora torniamo a cucinare con il carbone e la fornacella, perché per secoli lo si è fatto senza problemi, o gettiamo i telefonini perché fino al 1990 tutti vivevano facendone a meno!

Infine, se il problema della realizzazione di qualsiasi opera sul monte è costituito dalle gare d’appalto pilotate, dalle Ditte che non ottemperano agli impegni presi, dalla possibile (e probabile, purtroppo!) “longa manus” della criminalità organizzata, la situazione non è affatto dissimile dal resto delle opere, grandi o piccole, che si realizzano in Italia. Blocchiamo tutto perché c’è l’alea che qualcuno sia corrotto o delinquente oppure vigiliamo perché tutti si comportino bene? Nell’epoca di Internet e dei Social network, non dovrebbe essere difficile indire una consultazione popolare credibile in tempi ragionevolmente brevi e senza ricorrere alle schede e alle urne: facciamolo pure e poi ciascuno, di fronte ai propri figli e nipoti, si assuma le proprie responsabilità.

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