Siamo fermi al palo da quarant’anni… (di Mike Di Ruscio)

Quando ero bambino, nel mio immaginario pensavo che la collina di San Casto fosse un’enorme tartaruga, dove la testa era la Madonna delle Grazie ed il resto della collina fosse il Carapace. Ogni volta che passavo nel centro storico la sua maestosità mi incuteva timore, perché pensavo che da un momento all’altro potesse alzarsi e andare via.

La prima volta che sono salito sul castello avevo all’incirca 11-12 anni, era ormai lontano il ricordo della “tartaruga” e vinta la paura che si potesse svegliare all’improvviso: bisognava affrontare la paura che i miei genitori non mi mandassero da solo, perciò decisi di salire senza dir loro nulla. Non nascondo che rimasi particolarmente colpito dalla bellezza e dal fascino di una fortezza che per secoli, come un faro del porto, aveva guidato e protetto la città nella cattiva e nella buona sorte.

Da allora ne è passato di tempo, poiché oggi ho 24 anni. Tuttavia da quel giorno iniziò per me un’avventura che mi portò ad appassionarmi della storia patria con la voglia di capirne sempre di più del perché i “sorani di allora” avessero scelto proprio quel posto per costruire il castello.

Conobbi quindi Alessandra Tanzilli, Diego Mammone, il Dott. Iacobone, Eugenio Maria Beranger, Gianluca Gabrielli, Il Gruppo Archeologico Medio Liri, e con i loro preziosi consigli e pareri iniziai a farmi un’idea del nostro patrimonio  storico – ambientale. Da allora però, una domanda mi tormenta. Perché nessuno, da quando nel lontano 9 maggio 1874 il Comune di Sora decise di acquistarlo non ha mai pensato di restaurarlo e dare cosi alla città una risorsa? Eppure dagli anni ’50 agli anni ‘80, di finanziamenti e soldi ne sono stai spesi molti: basta consultare l’archivio dell’ufficio tecnico, ma se si sale sul colle non se ne avverte nemmeno l’odore.

Facciamo comunque un passo indietro. Oggi nel dibattito della città è tornata in auge la famosa “strada al castello”, e come affermato in alcuni commenti “…i Sorani hanno necessità periodica – per riflesso freudiano – di non pensare ai reali problemi e di indicare la loro risoluzione nella modernizzazione di S. Casto. Forse uno studio sociologico ci aiuterebbe”.

Sgomberata ogni posizione e la mia ormai consolidata opinione favorevole alla sistemazione della strada, voglio affrontare il discorso a più ampio raggio. A mio avviso la riqualificazione della collina di San Casto dovrebbe essere presa in considerazione come un punto d’inizio nell’affrontare con più coraggio il nostro futuro. Mi spiego meglio: i sorani, e in special modo chi ci amministra, hanno sempre affermato che i “problemi sono altri”.

Però nel corso della loro vita sono rimasti spesso inermi, quasi impotenti di fronte a stupri perpetrati ai danni della città, come il centro commerciale “Serapide”, la costruzione di uno “chalet” al posto di un baluardo difensivo della città nei pressi di Piazza Ortara, le mancate infrastrutture che nel corso degl’anni ci hanno tenuti isolati dal resto del mondo, a favore di città come Cassino e Frosinone. Potrei continuare ad elencarne diversi, centinaia, migliaia.

Tutto questo proprio perché, sia il sorano che l’amministratore, non hanno mai pensato con lungimiranza, affrontando i problemi quotidiani con più determinazione. Sora forse non avrà la vocazione turistica che molti dicono, ma con le tante peculiarità che il nostro territorio ha francamente penso che non bisogna pensare ad una sola destinazione, bensì entrare nell’ottica che le cose sono concatenate fra loro, ovvero il commercio, il turismo, lo sport, l’artigianato e perché no la media e piccola industria.

Tutte queste particolarità prese singolarmente non producono nulla se non inserite in un circuito virtuoso.

Tornando alla questione San Casto, se non consideriamo l’insieme e ci soffermiamo sulla singola posizione, facendo finta di non vedere i reali problemi di questo territorio, sarà Sora a diventare un rudere. Così facendo, davvero daremo “ai ruderi la loro dignità, come alle persone anziane le rughe”.

Come affermavo in un precedente articolo, Sora ha bisogno di “guardare oltre la siepe” e non di arroccarsi su posizioni personalistiche, perché il dibattito che si sta consumando sul giornale ha assunto tali caratteristiche ad opera di alcune persone, compreso il nostro redattore Mascolo. Così non deve essere perché nessuno detiene la verità, o meglio, “ad ognuno il proprio mestiere”.

Sora ha bisogno di pensare e progettare il proprio futuro con coraggio e avere la capacità di affrontare la quotidianità.  Siamo fermi al palo da quarant’anni proprio per queste motivazioni. Difatti l’ultima opera degna di nota registrata nella nostra città è la Cartiera del Sole, datata anno 1964. Se continueremo cosi, voglio pensare che la tartaruga esista davvero, e che prima o poi si svegli portando via con se ciò che noi non sappiamo apprezzare.

Mike Di Ruscio – Sora24

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