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STELLE D’AGOSTO SULLA STORIA DEL MONDO E DI SORA (di Luigi Gulia)

Ripeteva forse opinioni fuori dalla storia il giornalista che ha definito agosto un mese privo di notizie. Tra i tanti fatti custoditi nella memoria basterebbe, a contraddirlo, la misteriosa (?) fuga di Herbert Kappler, il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, dall’ospedale militare romano del Celio la notte di ferragosto 1977. Se il giornalista alludeva invece allo scenario politico dell’agosto 2013, ripetitivo e stantio nel suo canovaccio da commedia dell’arte, allora gli si può concedere qualche credito. Ci hanno martellato con decadenza, amnistia, salvacondotto, garanzie, responsabilità, ricorso, ultimatum, persecuzione, giustizia. IMU sì, IMU no. Nell’ora della verità, né sì né no. Basta cambiare nome. Tutti soddisfatti, a reclamare a gara la paternità della trovata. Le conseguenze non tarderanno ad avvertirsi. E il “porcellum” rimane “porcellum”.

Grazie a Dio, mentre queste ciarle riempiono la bocca degli osservatori di tutte le ore di ogni rete televisiva, la nostalgia del futuro [è anche il titolo di una raccolta di scritti di Gabriele Pescosolido e un felice ossimoro che coniuga il patrimonio del passato alla costruzione del futuro] ci resuscita nomi che da soli evocano il senso della vita, dell’impegno, della civiltà.

Alcuni di essi hanno richiamo universale, altri più circoscritto ma di uguale intensità. Sono usciti dal tempo nel mese di agosto di anni diversi. La loro “partenza” ha fatto notizia. Perché è in quel momento che la loro storia è diventata memoria, per andare oltre. Oltre la mediocrità, la spudoratezza, l’arroganza, l’asservimento, la futilità, la scostumatezza, l’imbarbarimento del linguaggio, il narcisismo, l’illegalità divenuta sistema, il moralismo e l’ipocrisia.

Sono trascorsi trent’anni. Il 5 agosto 1983 moriva a Sora Giuseppe Ferri, medico, umanista, scrittore, latinista e grecista, traduttore dell’Odissea di Omero, antifascista, “comunista scomodo”, per un mese primo sindaco di Sora nominato dal Comitato di Liberazione. Era nato a Posta Fibreno il 2 gennaio 1904. Mite, saggio, imparziale, disponibile, disinteressato, garbato, generoso.  I giovani lo conobbero come maestro di italiano, greco, latino, storia, filosofia, pedagogia, medicina (che era la sua professione) e scienze. “I giovani vanno capiti, i giovani bisogna lasciarli fare” diceva a Gabriele Pescosolido, il quale nel discorso commemorativo gli rispose che “i giovani, invece, senza l’insegnamento degli anziani, sono come i raggi di un sole già morto, sono fragili petali di rosa che il vento spazzerebbe subito via”. Era il 6 agosto. Sora perdeva un uomo del dialogo e della tolleranza. Don Ottavio Scaccia lo ricordò da una Radio privata “per lo straordinario rispetto da lui avuto verso tutte le persone e per la sua solidarietà verso i sofferenti”.

Il più dimenticato dei Papi del XX secolo sembra essere Giovanni Battista Montini. Eletto alla cattedra di Pietro il 21 giugno 1963, morì a Castel Gandolfo il 6 agosto 1978. [Albino Luciani, suo immediato successore, il Papa della tenerezza e del sorriso col nome innovativo di Giovanni Paolo, morirà di crepacuore dopo appena un mese di pontificato].

Montini si spense straziato dall’assassinio di Aldo Moro, “uomo buono ed onesto”: inascoltato il suo appello agli “uomini delle Brigate Rosse” (21 aprile 1978); struggente il lamento a Dio (13 maggio 1978): “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita”.

Uomo spirituale lo definì Carlo Maria Martini, suo successore – dopo Giovanni Colombo – sulla cattedra milanese di Ambrogio. Continuatore e protagonista del Concilio Ecumenico Vaticano II inaugurato da Giovanni XXIII, fu pontefice assorto nelle inquietudini del suo tempo e fine intellettuale. Paolo VI “vuole parlare con gli uomini, suoi fratelli e figli; farsi sentire, conoscere, capire” (scrisse di lui l’amico filosofo Jean Guitton, premettendo che la condizione di un papa è unica al mondo. Un papa non si appartiene più). Il presentimento della morte fu suo pensiero costante negli ultimi dieci anni di vita: “Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce – rivela un testo autografo rimasto inedito fino al 2008 – . Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, cosi belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: vanitas vanitatum. Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati: troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre ed incantare, mentre doveva apparire segno e invito… Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole”.

Il pomeriggio del 15 agosto 2006 a Sora il Caffè Lauri chiuse la sua storia con la morte disgraziata di Pietro, vittima di una fatale caduta alla Madonna delle Grazie, dove era salito per godersi un’ora di santa pace. Pietro era l’ultimo depositario, col fratello Francesco, di una tradizione iniziata a metà Ottocento dal nonno Donato. Da liquorificio a pasticceria. Produzione rinomata in tutta la regione e oltre. Dopo Donato, artefici dello sviluppo e dell’affermazione i figli Vincenzo (mio nonno materno, morto quarantenne nel 1924, vana la visita in extremis di Giuseppe Moscati, il medico napoletano oggi santo) e Paolo (padre di Pietro e Francesco, inimitabile maestro pasticciere, morto novantenne nel 1976). Inimitabili i torroni, i dolci natalizi e quelli pasquali, le torte (fra tutte la classica mille-foglie) e i gelati (“il pinguino” da passeggio e le raffinate cassate). Nei centocinquanta anni di attività lo stile era rimasto quello austero, gozzaniano, dei caffè-salotto torinesi. Pietro vi accoglieva per ore interminabili amici arguti e sornioni, che da quel 15 agosto si videro improvvisamente privati del loro spazio di libertà.

Il più citato nell’agone politico è Alcide De Gasperi, morto il 19 agosto 1954 all’età di 73 anni. Molti, da palchi e scanni contrapposti, se ne appropriano. Quasi nessuno lo imita davvero. Sulla sua tomba nella Basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura lo scultore Giacomo Manzù segnò in latino questa invocazione: “A lui che amò la pace e la patria risplenda la luce del riposto eterno”. L’epitaffio sintetizza i meriti e la fonte spirituale dello statista (degno, come pochissimi altri, di questo nobile appellativo). Il 10 agosto 1945, la sua parola a Parigi riscattò l’umiliazione dell’Italia. Come italiano difese “la vitalità” del suo popolo. E dichiarò di sentire “la responsabilità di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica… tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate”. Da quel discorso ebbe inizio la rinascita dell’Italia. La semplicità e l’austerità del suo stile di vita e della sua abitazione romana colpirono profondamente mio padre recatosi a invitarlo a Sora.

Zittito dal regime fascista, che gli fece conoscere il carcere, assunto presso la Biblioteca Vaticana dal 1929 al giugno del 1944, nel dopoguerra guidò i governi della ricostruzione, professando la laicità dello Stato “turbato però nel suo disegno dal trionfalismo di Pio XII, dall’Azione cattolica dominata dal prof. Gedda, da uomini di Chiesa come padre Lombardi, che aspiravano all’integralismo, a dare all’Italia l’impronta di uno Stato confessionale” (C.A. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia, 1974, pp. 312-313).

Non c’erano molti sorani lo scorso anno ad ascoltare la figlia Maria Romana che con voce commossa testimoniò nella Sala S. Tommaso in Piazza Indipendenza quanto e come convivessero nella persona del padre la dimensione spirituale e quella politica. Dalla sua fede la ragione dell’impegno sociale concreto e coerente.

Gesuita come Papa Francesco. Pontefice mancato (si disse) nel conclave del 2005. “Ho ben 82 anni di vita – scriveva nel 2009 il torinese Carlo Maria Martini – e la malattia di Parkinson e gli acciacchi dell’età si fanno sentire”. La notizia della sua morte il 31 agosto 2012 fece rapidissima il giro del mondo.

Accolto a Sora dal vescovo Lorenzo Chiarinelli e dalle fondazioni di Giuliana Grossi, il 18 gennaio 1989, dall’ambone della chiesa di S. Restituta, ci aveva parlato di Cristo indicando il sentiero dell’esperienza: “Per imparare Cristo: diventare discepoli e testimoni”. Ci apparve gigante della parola, chiara, lucida, mai lontana dalle situazioni della vita. Non a caso Ferruccio Parazzoli lo ha definito “uomo di fede nella città dell’uomo” nel saggio introduttivo alle 1800 pagine del volume dei Meridiani mondadoriani che nel 2011 ha raccolto gli scritti del card. Martini sulle ragioni della fede. Una vita di studio, di preghiera, di ascolto, di presenza pastorale: biblista, docente di critica testuale, rettore del Pontificio Istituto Biblico, Magnifico rettore della Pontificia Università Gregoriana, Arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, cardinale dal 1983. Quando si dimise da arcivescovo di Milano tornò a salutare i detenuti di San Vittore, dove vent’anni prima aveva iniziato le sue visite pastorali. Il direttore gli regalò la chiave d’ingresso come “simbolo di liberta”; le detenute gli confidarono che avrebbero voluto accompagnarlo a Gerusalemme, portargli la valigia e fargli da mangiare, gli regalarono una vestaglia da camera, delle ciabatte, un pullover, una bella penna “perché non si dimentichi di noi, e ci scriva, e magari anche solo una cartolina”. Suo costante criterio di dialogo fu cercare e dare senso all’esistenza, interrogando e ascoltando la forza rivoluzionaria della parola di Dio presente nelle Scritture e calata nella quotidianità delle situazioni della vita. Cultura del dialogo, rispetto dell’uomo, coerenza tra linguaggio e azione.

Luigi Gulia

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