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giovedì 19 aprile 2012 473 VISUALIZZAZIONI

Tecnè: “NEET”, lavoratori in deficit di futuro

Interviene nel dibattito sul nuovo mercato del lavoro il Presidente di Tecnè Italia, Carlo Buttaroni, che in qualità di sociologo firma una riflessione sul fenomeno degli inattivi

‘’Un esercito in deficit di futuro e di fiducia, che vive i sintomi di una socialità mancata’’. Li chiamano neet, con un acronimo inglese che indica coloro che non studiano, non lavorano, non si formano, non cercano un’occupazione. In Italia dai dati Istat usciti oggi sono circa 3 milioni, precisamente 2 milioni 897 mila persone, con un rialzo annuo del 4,8% (+133 mila unità). La quota di questi inattivi rispetto alle forze lavoro è dell’11,6%, dato superiore di oltre 3 volte a quello medio Ue.

‘’Sono giovani e giovanissimi, spesso donne – spiega il sociologo e Presidente di Tecnè Italia, Carlo Buttaroni– Una popolazione in continuo, costante aumento. Ci sono quelli che hanno una licenza elementare o un diploma di scuola media e si accontentano di piccoli lavori saltuari, spesso mal retribuiti e pagati in nero. Ci sono i diplomati, sfiduciati perché non sono riusciti a trovare un’occupazione stabile. Ci sono i laureati, rassegnati perché troppo avanti con gli anni o con competenze che non soddisfano i nuovi bisogni delle imprese’’.

Ma i neet rappresentano solo la punta di un iceberg la cui parte sommersa è costituita, oltre che dai disoccupati ufficiali (coloro che cercano lavoro e non lo trovano), anche dalla massa di sotto-occupati, con un lavoro intermittente e parziale, la cui attività remunerata produce un reddito insufficiente a sostenere qualsiasi prospettiva di autonomia. ‘’A spingere i giovani – spiega Buttaroni- in un limbo senza apparenti vie d’uscita sono i percorsi formativi lunghi e poco performanti, l’assenza di sistemi di orientamento e di accreditamento sociale, l’affermarsi di percorsi lavorativi prevalentemente discontinui e instabili’’.

È il sistema lavoro nel suo complesso, però, che mostra i segni di una fragilità e di una sofferenza profonda: mentre cresce il numero degli occupati, cala quello dei lavoratori a tempo indeterminato, diminuisce il numero dei disoccupati ma aumenta la popolazione inattiva in età lavorativa, la disoccupazione tende a cronicizzarsi e chi lavora lo fa con meno garanzie e minori tutele. Tutto questo ha portato i giovani a vivere una crescente precarizzazione. ‘’Una percezione che corrisponde a un sentimento di ineluttabilità, che spinge i giovani ad appiattirsi in un eterno presente, dove ogni istante equivale all’altro, autonomo, senza intrecci e senza legami.

Ma il futuro, per i giovani, è nebuloso e carico d’incognite (ed è forse per questo che si cerca rassicurazione nella routine di comportamenti rituali) e la paura nasce dal timore che ogni progetto possa trasformarsi in un insuccesso, tanto più doloroso quanto più inizialmente coinvolgente. Da queste paure nasce un atteggiamento che appare contraddittorio: da un lato i giovani sono indotti ad attivarsi per rincorrere le proprie aspirazioni, dall’altro sono spaventati e lo smarrimento li porta a vivere un’incertezza che appare come una rinuncia ai propri sogni’’.

‘’Nei giovani il futuro è una mappa in cui sono tracciate le linee di un’identità possibile ed è, appunto, la precarietà – e la paura che genera – che fa perdere la speranza e la motivazione, trasformandosi nella paura di vivere la vita reale. Una paura che alimenta il sentimento di sfiducia e di rassegnazione o – al contrario – li spinge a inseguire modelli immaginari e improbabili, dando corpo a quella cultura del risparmio emotivo che sembra caratterizzare le giovani generazioni’’.

Tecnè Italia – Ufficio stampa: Claudia Carmenati

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