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«Non esiste il paese perfetto». Ci scrive un emigrato sorano a Pittsburgh (Pennsylvania)

Da 35 anni vive negli States e almeno due volte all'anno torna a Sora.

«Più di 35 anni fa anche io sono andato via dall’Italia. Torno almeno due volte l’anno e sempre trascorrendo periodi, non lunghi quanto vorrei, a Sora. Ho letto con molta attenzione la lettera inviata da una sua lettrice residente all’estero. Concordo con alcuni passi di essa: distacco dalla famiglia, amici, mentalità; non sono d’accordo su altri. Forse la signora si è espressa in maniera incompleta.

Non credo esista il paese perfetto. L’Italia non lo era, per le motivazioni più disparate, per noi che abbiamo scelto di andare via. Ma una volta via, non parlare la lingua è un handicap non indifferente, come non lo è l’accettare usi e costumi, o “Cercare di educarli (i cittadini della nuova nazione) a modo nostro”.

Mi sembra che tutte queste componenti risultino inevitabilmente in una mancata integrazione. E questo è un problema. Non intendo certamente suggerire di accettare ciecamente tutto e abiurare le propri radici o convincimenti, ma si dovrebbe cercare un’interazione, basata sulle proprie esperienze, conoscenze, sulla propria educazione, capaci di migliorare gli uni e gli altri.

Io, come moltissimi, cerco questo tipo di confronto da sempre, sia a livello di lavoro, di amicizia, o in ambito familiare. Il fattore economico poò essere inizialmente il motivo dell’espatrio, ma non l’unica ragione di permanenza. Noi, la mia generazione, siamo stati fortunati nell’essere emigrati grazie ad un visto regolarmente ottenuto, un biglietto d’aereo, un lavoro, che il più delle volte ci era già stato offerto o avremmo trovato, in base alle nostre capacità, senza problemi.

E soprattutto abbiamo scelto volontariamente di compiere quel passo. Internet, FaceTime, WhatsApp, televisione, rappresentano inoltre enormi facilitazioni. Vi sono quindi enormi differenze tra la nostra emigrazione e quella che attualmente è in atto in Europa. Equiparare le due cose non sarebbe corretto, perché sono due cose diverse e l’ultima necessita di azioni politiche, sociali ed economiche ben diverse.

Spero di non essere frainteso. Non sto minimamente cercando di dimostrare la validità dell’una o l’altra. Senza polemiche, in relazione a ciò che accade oggi in Italia, e a Sora ultimamente, vorrei ricordare che se si offre asilo, bisogna poi garantire il lavoro o farsi carico delle persone accolte. Tutto ciò è di fondamentale importanza. I nuovi immigrati, dovranno avere la volontà’, disponibilità e possibilità di integrarsi, quanto meglio, nel nuovo paese. Senza cercare di ghettizzare o essere ghettizzati, sfruttare o essere sfruttati».

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